CONSIGLI DI VIAGGIO
5 siti per viaggiare low cost
21 January 2016
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Viaggiare e’ da sempre uno dei bisogni piu’ sublimi dello spirito umano, una passione che accomuna milioni di persone ma…quanto costa?

Non tutti possono permettersi un volo intercontinentale all’anno, fughe romantiche in capitali europee o lunghi viaggi dall’altra parte del mondo….o forse si???

Partendo dal presupposto che nessuno vi regalera’ mai niente nel mondo dei viaggi cosi’ come nella vita, va pero’ detto che con qualche piccolo accorgimento, una buona dose di flessibilita’ in termini di periodi di vacanza e destinazione e tanta pazienza (perche’ le occasioni non vi piomberanno magicamente addosso ma dovrete attivarvi mesi prima, impostare alert e tenere monitorati piu’ siti) si puo’ davvero risparmiare in maniera consistente senza dover sopportare scali interminabili, catapecchie fatiscenti come alloggi o cibo scadente.

Di suggerimenti su come  viaggiare low cost ce ne sono a centinaia nel web, tutti utilissimi, che vi spiegheranno qual’e’ il momento migliore per comprare i voli aerei, il giorno della settimana piu’ indicato per prenotare gli alberghi o quali sono le migliori piattaforme per comparare le tariffe aeree, ma in questa sede mi piacerebbe aggiungere qualcosa di nuovo e meno conosciuto al panorama dei consigli per viaggi low cost, proponendovi quelli che a mio avviso sono 5 tra i migliori siti internet per vedere il mondo spendendo il meno possibile.

PET SITTING – www.trustedhousesitters.com

Trusted House Sitter e’ il sito perfetto per gli amanti degli animali che adorano viaggiare.

Affidabile e semplice da usare, permette a chiunque abbia una minima esperienza nel pet sitting di viaggiare risparmiando al 100%  sull’alloggio, poiche’ gli utenti vengono ospitati in dimore sparse per il mondo, prendendosi cura, in cambio, degli animali domestici dei padroni di casa.

Molto spesso i proprietari si assentano per giorni o settimane, per motivi lavorativi o di piacere e non potendo portare con se’ i propri animali ingaggiano tramite il sito qualcuno che li accudisca.

La quota associativa costa circa 90 euro l’anno e dopo aver creato il proprio profilo e’ sufficiente selezionare il luogo del mondo che si desidera visitare oppure la tipologia di animale di cui ci si vuole prendere cura (gatti, cani, cavalli, rettili, animali della fattoria) e inviare infine la propria candidatura.

Ad esempio, in questo momento e’ attivo un annuncio in cui si cerca un dog sitter a Tokyo dall’8 al 17 febbraio. I compiti richiesti, in cambio di alloggio gratuito, sono molto semplici: portare i tre cagnolini a spasso, nutrirli due volte al giorno e ovviamente tenere la casa in ordine.

I periodi di permanenza variano da pochi giorni a mesi interi, le location sono sparse in tutti i continenti, compresi luoghi da sogno come Bali, le Filippine, le Hawaii e i Caraibi e spesso le case sono delle bellissime ville con vista mare e ogni genere di comfort!

HOME EXCHANGE – www.scambiocasa.com

Se avete visto il film L’amore non va in vacanza sapete gia’ di che cosa sto parlando.
Lo scambio casa e’ un modo di viaggiare low cost che sta prendendo sempre piu’ piede in Italia e nel resto del mondo, permettendo a persone distanti tra loro di scambiarsi reciprocamente le dimore per un periodo di tempo prestabilito, senza alcun trasferimento di denaro.

Fortunatamente viviamo in uno dei Paesi piu’ belli, percio’ le richieste per home exchange saranno sempre numerose, anche per coloro che non abitano in zone turistiche.

La tassa annuale di iscrizione  e’ di 130 euro e il sito, in italiano, e’ molto intuitivo e semplice da utilizzare.

Certo, all’inizio non e’ facile abituarsi all’idea di lasciare la propria casa a dei perfetti sconosciuti, ma tramite un sistema di recensioni incrociate e il contatto diretto con la persona con cui si effettua lo scambio, si possono ridurre al minimo gli inconvenienti.

USA ON THE ROAD – www.transfercarus.com

Il costo piu’ incisivo del mio coast to coast negli Stati Uniti e’ stato il noleggio dell’automobile, per non parlare della sovrattassa che tutte le compagnie di rental car fanno pagare per tragitti “solo andata”, ovvero con consegna del mezzo in una localita’ differente da quella di partenza. Ho impiegato del tempo per trovare la tariffa piu’ vantaggiosa e comunque non sono riuscita a scendere sotto i 100$. D’altronde la macchina qualcuno doveva pur portarla da San Diego (punto finale del mio viaggio) a Miami (punto di partenza)…e perche’ non voi?
Perche’ non essere proprio voi le persone incaricate di riportare al noleggio di origine auto o camper gratuitamente o al costo simbolico di 1$ al giorno?
Tramite il sito di TransferCar (valido solo per viaggi one way su territorio statunitense e neozelandese) potrete coronare il vostro sogno di un on the road in America senza alcun costo per il noleggio.
Oggi ad esempio cliccando sullo Stato di New York troverete moltissime richieste per portare un camper da NYC a Las Vegas o San Francisco in 15 giorni al costo totale di $15!

COUCHSURFING – www.couchsurfing.com

La parola Couchsurfing e’ un neologismo nato pochi anni fa e significa letteralmente surfare il divano, indicando la sempre maggiore tendenza, soprattutto tra i giovani ma in generale tra tutti colori che si sanno adattare, a cercare ospitalita’ per brevi periodi sui divani (o qualunque altro spazio disponibile) in casa di sconosciuti.

L’idea del sito nacque dopo che, nel 1999, uno studente prenoto’ un volo low cost Boston-Islanda e invio’ piu’ di mille e-mail agli studenti di un campus universitario islandese, chiedendo chi potesse ospitarlo sul proprio divano. Avendo ricevuto piu’ di 50 offerte, sviluppo’ in seguito l’idea di una piattaforma in chiave social che desse la possibilita’ di trovare facilmente ospitalita’ in ogni parte del mondo. Nacque cosi’ couchsurfing.com, con all’attivo milioni di iscritti in migliaia di citta’ diverse.

La sicurezza di alloggiare in casa di persone che non si conoscono non c’e’ al 100%, ma tramite un sistema di feedback reciproci, ospiti e ospitanti creano profili sempre piu’ affidabili.

ERROR-FARE – www.piratinviaggio.it

E’ risaputo che il biglietto aereo rappresenta quasi sempre la voce piu’ gravosa quando si parla di spese di viaggio.
Oramai sono presenti moltissime piattaforme che permettono di comparare centinaia di voli e compagnie aeree per trovare l’opzione piu’ economica. E’ noto inoltre che i giorni migliori per prenotare un volo sono il martedi’ e il mercoledi’ e tra le 3 e le 12 settimane prima della partenza, ma nonostante cio’ i costi restano comunque sostenuti.
Ecco allora che entrano in gioco gli error-fare.
Si tratta di veri e propri errori commessi nella scrittura del prezzo del volo (una cifra in meno, una virgola dove non serviva, una svista nella conversione tra valute) o nella computazione delle tasse e, come tali, vengono corretti non appena la compagnia aerea se ne accorge, rimanendo attivi a volte per pochissime ore.

E’ grazie agli error-fare che si possono ad esempio trovare voli a/r Milano-NYC a meno di 200 euro o tratte Europa-Sud America a  300 euro..dei veri e propri affari da prendere al ”volo”!

Il sito italiano piu’ autorevole in materia e’ Pirati in Viaggio che, senza alcun costo o quota associativa, scova ogni giorno numerosi errori di prezzo e rimanda direttamente al sito della compagnia aerea dove potrete completare la prenotazione.

I biglietti acquistati tramite questo trucchetto sono di norma sempre validi, a meno che non vengano erroneamente venduti ad un costo pari a zero (e anche in caso venissero cancellati verrete rimborsati). Il consiglio e’ comunque sempre quello di pagare con carta di credito che processa i pagamenti piu’ velocemente, permettendovi di ricevere in breve tempo l’e-ticket, che una volta emesso e’ molto difficile da ritrattare.

E voi, conoscete altri siti simili per viaggiare low cost? Avete gia’ avuto modo di utilizzare qualcuno di quelli proposti? Se vi va, raccontatemi le vostre esperienze!

SUD EUROPA
10 cose da fare a Oia, Santorini
8 January 2016
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Oia e’ uno di quei luoghi incantevoli che pensavo esistessero solo nei film o sulle cartoline.

Ma non appena me lo sono finalmente ritrovato davanti agli occhi (che nel frattempo si erano trasformati in due cuoricini!) ho capito che la realta’ superava di gran lunga l’immaginazione e che dirgli addio sarebbe stato difficilissimo.

Sara’ che e’ una citta’ unica nel suo genere, interamente edificata sul bordo della caldera, nel punto piu’ elevato a nord dell’isola, offrendo panorami dal fascino senza tempo.

Sara’ che giungendo dal mare sembra quasi di approcciare una montagna innevata, grazie alla moltitudine di casette, chiese e mulini a vento dai muri bianchissimi posti lungo tutto il pendio, in netto contrasto con il colore scuro del suolo vulcanico e il blu intenso del mare tutto attorno.

Sara’ forse per i tramonti dorati famosi in tutto il mondo, in grado di rendere romantico qualsiasi momento.

O sara’ quella sensazione di tranquillita’ generata dal perfetto equilibrio tra turismo e autenticita’ e la chiara percezione che tutto sia al suo posto, esattamente come dovrebbe essere.

Probabilmente potrei parlarvi per ore del perche’ mi sono innamorata di questo angolino di Grecia, ma credo che il modo migliore per scoprire l’animo di una citta’ sia viverla, quindi ecco a voi le 10 cose da fare a Oia.

VISITARE LA BAIA DI AMMOUDI

Il vecchio porto di Ammoudi si trova proprio ai piedi di Oia ed e’ raggiungibile a piedi lungo una scalinata panoramica di circa 200 gradini.
Vi si trovano numerose taverne tradizionali in cui viene servito pesce freschissimo, oltre alle specialita’ locali e dove vale la pena di pranzare. Proseguendo lungo l’unica stradina presente si giunge ad una caletta nascosta di fronte alla quale si trova un’alta scogliera da cui e’ possibile tuffarsi nel mare verde smeraldo.

DEGUSTAZIONE DI VINI LOCALI

Alcuni dei piu’ antichi vigneti del mondo si trovano proprio a Santorini e da grande appassionata di vino quale sono non potevo perdere l’occasione di fare visita alle cantine tradizionali dell’isola e degustare i migliori vini locali.
Una delle piu’ importanti si trova a Oia, nella periferia della cittadina, immersa nel verde dei suoi vigneti: Domaine Sigalas.
Qui e’ possibile prenotare una visita guidata per le vigne, scoprire come si producono i vini autoctoni e assaporare i prodotti di punta, accompagnati da assaggi di olive, formaggi e ortaggi tipici.

AMMIRARE IL TRAMONTO DALLA FORTEZZA VENEZIANA

Oia deve parte della sua fama mondiale alla posizione privilegiata di cui gode per ammirare il tramonto.
Tenete presente che da maggio a settembre troverete sempre moltissime persone accorse da ogni parte dell’isola (e dalle navi da crociera attraccate al porto di Fira) per assistervi. Dovrete quindi arrivare almeno un’ora prima per trovare un posto confortevole in cui sistemarvi.
Il luogo migliore e’ sicuramente la fortezza veneziana di Londsa (nella foto qui sotto), eretta nel punto piu’ alto di Oia, con una vista a 360 gradi, ma qualsiasi parte del paese rivolta a ovest andra’ benissimo.

CENARE AFFACCIATI SULLA CALDERA

Nessun viaggio a Oia e’ completo senza aver cenato almeno una volta in uno dei numerosissimi ristoranti che offrono una vista da sogno sulla caldera.
La scelta e’ davvero ampia, ma dopo averne provati alcuni posso senza dubbio consigliare il Floga Restaurant, che offre un menu’ davvero delizioso, con piatti tipici dell’isola, ingredienti freschissimi, cocktails fumanti e tanta fantasia, a prezzi relativamente accessibili (Santorini non fa sicuramente parte delle mete low cost). I tavolini rischiarati dalle tenui luci delle candele si trovano su una terrazza proprio a bordo della caldera. Il mio consiglio e’ di andarci presto, magari subito dopo aver assistito al tramonto, quando ancora i colori rosei del crepuscolo lasciano scorgere i profili del vulcano e dell’intera Oia.
In generale, in alta stagione, ricordate di prenotare il vostro tavolo con qualche giorno di anticipo, altrimenti rischierete di non trovare posto.

COMPRARE UN LIBRO ALL’ATLANTIS BOOKSTORE

Annoverata tra le librerie piu’ belle al mondo, l’Atlantis Bookstore e’ decisamente il mio posto del cuore a Oia. Si trova proprio in centro e offre una gamma originalissima di libri e volumi antichi e rari, oltre ad una discreta quantita’ di gattoni sonnecchiosi e una bella terrazza al piano di sopra con una vista incantevole. Per maggiori info vi rimando al mio articolo a riguardo.

CERCARE TUTTE LE CHIESE E FOTOGRAFARLE

Nella sola Oia si trovano ben 79 chiese..tutte da favola naturalmente, come le altre disseminate per l’isola, con la tipica cupolona blu, la muratura chiara e le piccole campane sulla sommita’.
La quasi totalita’ degli edifici religiosi presenti e’ di origine ortodossa, con aperture straordinarie soltanto in occasioni di festivita’ religiose.
Le principali del paese sono: la Chiesa di Panagia (spesso aperta e posizionata nella piazzetta subito dopo l’inizio della zona pedonale), di Anastasis (nel lato ovest del paese, a strapiombo sul mare e caratterizzata da una triplice campana di colore arancio) e di San Giorgio (prima dell’area pedonale e di colore giallognolo). Ma vi bastera’ fare una passeggiata per trovarne molte altre che non aspettano altro che essere fotografate!

PERDERSI PER LE SUE VIE

Davvero, per visitare a fondo Oia non serve alcuna mappa. E’ piuttosto piccolo ed e’ molto facile orientarsi.
Una volta entrati nella zona interdetta alle auto, procedete lungo la strada pavimentata che termina dopo circa un chilometro, diramandosi poi in stradine secondarie che si inerpicano su per la collina o giu’ verso il mare.
Lasciatevi guidare dall’istinto, non esiste un percorso consigliato, perche’ vi assicuro che ad ogni angolo troverete scorci meravigliosi, chiesette nascoste, gallerie d’arte e negozietti di artigianato locale.

DORMIRE IN UN HOTEL DI LUSSO

Soggiornare in uno dei numerosi hotel a 5 stelle e’ il regalo migliore che possiate farvi, portafoglio permettendo!
Tutti i resort di lusso sono ricavati da abitazioni tipiche, restaurate e trasformate in hotel e spa.
La vista spettacolare sulla caldera, godibile dalla piscina o dalle terrazze a picco sul mare e la vicinanza inusuale con il vulcano li rendono dei luoghi unici in cui dormire, oltre a luoghi perfetti per ammirare il tramonto senza confusione.

FARE TREKKING FINO A FIRA

Oia e’ il punto di partenza (o di arrivo) del percorso panoramico di circa 10 km che si snoda lungo tutto il bordo della caldera e che collega il paese alla capitale di Santorini: Fira.
Inutile dire che i panorami tolgono il fiato!
Troverete maggiori dettagli su come organizzare il trekking nel mio articolo.

SCOPRIRE FINIKIA

Ad una decina di minuti a piedi da Oia si trova il pittoresco villaggio di Finikia, un labirinto di silenziose stradine, circondato da ettari di vigneti. Una piccola oasi di tranquillita’ in cui si incontrano pochissimi turisti e molti locali alle prese con la propria quotidianita’, oltre a numerosi muli (unico “mezzo di trasporto” consentito all’interno del paese).
Io ho deciso di soggiornare proprio qui, presso una delle tradizionali casette bianche del Georgis Apartment. Il Sig. Georgis e’ stato talmente gentile da venire a prendermi gratuitamente in aeroporto nel cuore della notte, mentre le colazioni preparate da sua moglie Tanjia sono tra le migliori che ricordi! I prezzi sono molto competitivi e nettamente piu’ bassi rispetto alla media di Oia.

Qui sotto la mappa di Oia con tutti i luoghi segnalati in questo articolo.

Happy is the man, I thought, who, before dying, has the good fortune to sail the Aegean Sea.

(Nikos Kazantzakis)

ENOGASTRONOMIA
Midnight in Antibes: degustazione di assenzio
16 December 2015
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Nel cuore fortificato di Antibes, una delle cittadine piu’ pittoresche della Costa Azzurra, si trova un posticino specialissimo in cui il tempo sembra essersi fermato.

Avete presente Midnight in Paris, film capolavoro di Woody Allen, in cui il protagonista si ritrova magicamente catapultato negli anni della mitica Parigi degli anni venti e passa l’intera nottata insieme a scrittori e artisti “maledetti” come Picasso, Hemingway, Fitzgerald e Dalí?
Ecco, ora immaginatevi un comunissimo negozio di prodotti tipici provenzali con una porticina in fondo al locale, apritela, scendete la scalinata e verrete anche voi trasportati indietro nel tempo ritrovandovi all’interno di un bar del 1850 in cui si serve ancora la bevanda chiamata Fata Verde, alias assenzio, nel modo tradizionale e in cui solevano trascorrere il loro tempo gli artisti della generazione perduta di inizio secolo.

L’Absinthe Bar e’ facilissimo da raggiungere in quanto si trova proprio nel centro storico del paese, di fronte al Marche Provencal. Si tratta di un locale a meta’ tra il piano bar (ottima la musica dal vivo proposta la sera) e il museo, con numerosi cimeli d’epoca legati alla bevanda proibita.

Nonostante il distillato verde sia stata bandito per decenni a causa della sua alta gradazione alcolica (tra il 40% e il 70%) e sia tutt’ora vietato in molti Paesi, ad Antibes viene ancora servito rispettando il metodo francese, quello tradizionale utilizzato dai poeti maledetti: il drink viene versato in un bicchiere sulla cui sommita’ viene posta una zolletta di zucchero poggiata su un cucchiaio piatto forato. Acqua fredda (in rapporto da 3:1 a 5:1 rispetto all’assenzio) viene versata lentamente sullo zucchero in modo che si possa sciogliere lentamente nel liquore diluendolo e creando un effetto “lattiginoso”, indice che la bevanda e’ di buona fattura. Dopodiche’ si aggiunge del ghiaccio e si degusta.

Un altro metodo, piu’ spettacolare ma non originale, per servire l’assenzio e’ quello flambeau, nato a Praga una trentina d’anni fa e che prevede di dare fuoco allo zucchero imbevuto di assenzio creando una fiammata che poi viene spenta con l’aggiunta di acqua fredda.

La fama della Fée Verte va senz’altro di pari passo con la notorieta’ degli artisti parigini decadenti di inizio Novecento e prima di loro di Baudelaire, Van Gogh e Poe, che si dice si servissero della pozione verde per cadere in uno stato di “splendida follia”, per dirla con le parole di Rimbaud, da cui scaturivano opere destinate a rimanere immortali.

Il principale ingrediente dell’assenzio e’ l’artemisia absinthium, pianta medicinale che cresce abbondante nelle zone montane, con molteplici proprieta’ medicamentose (antisettico, digestivo, antinfiammatorio, cardiotonico).
Ad essa vengono aggiunte erbe aromatiche come l’anice, il finocchio, la menta, la melissa. Il composto viene messo a macerare nell’alcool per un paio di settimane, per poi essere distillato, ottenendo una bevanda trasparente che a piacere puo’ essere “colorata” tramite l’aggiunta di altre erbe ed infine zuccherata.

La nota fresca e marcata dell’anice colpisce il palato per prima, per poi lasciare spazio alle erbe aromatiche (solitamente una decina, ma le ricette dei produttori di assenzio sono assolutamente top secret).

La tradizione dell’Absinthe Bar vuole che chiunque ordini assenzio debba degustarlo indossando un cappello e se ne siete sprovvisti…niente paura perche’ vi e’ un’intera parete da cui potrete scegliere il copricapo che piu’ preferite: baschi alla francesina, stile cowboy, eleganti da femme fatale, caschetti da pompiere, berretti in lana o in paglia.

Se con l’elisir verde siete alle prime armi potete consultare il proprietario del locale che sara’ felice di spiegarvi tutto quello che volete sapere e consigliarvi la tipologia di assenzio piu’ adatta.

Per una sera liberate il vostro alter-ego bohemian e lasciatevi sedurre dalle tentazioni della fata verde perche’, come diceva sempre Oscar Wilde (accanito consumatore), non c’e’ niente di piu’ poetico al mondo di un bicchiere di assenzio.

NORD EUROPA
48 ore in Cornovaglia: itinerario nel sud-ovest dell’Inghilterra
17 November 2015
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Un viaggio tra miti e leggende, giardini incantati, quiete campagnola e paesaggi bucolici, in contrapposizione a scogliere mozzafiato a picco sul mare. Ecco le mie 48 ore in Cornovaglia.

La Cornovaglia e’ una penisola-contea del sud-ovest della Gran Bretagna, interamente protesa verso l’Oceano Atlantico. Un lembo di terra estremo, separato fisicamente dal resto del Paese attraverso il corso del fiume Tamar.
Nei panorami e’ molto simile all’Irlanda e come quest’ultima fa parte della cosiddetta Celtic League, ovvero il gruppo delle sei regioni europee in cui tutt’oggi si riscontrano tratti derivati dal retaggio culturale celtico, dalla lingua fino alle credenze popolari e alle tradizioni.
Per questi motivi (geografici e culturali) gli abitanti della Cornovaglia non si sentono inglesi: “I’m not English, I’m Cornish”, afferma il proprietario del B&B presso cui ho soggiornato.
Il tempo per visitare la regione e’ ideale in primavera, con i prati in fiore e le giornate fresche e soleggiate.
Il mezzo piu’ comodo per spostarsi e’ la macchina, a meno che non abbiate problemi con la guida a sinistra.
I costi contenuti e la presenza di numerosi luoghi da esplorare in distanze relativamente contenute la rendono una meta low cost ideale per weekend lunghi o come tappa per un viaggio in Inghilterra.

GIORNO 1

Per raggiungere la mia destinazione ho scelto un volo economico Ryanair Milano-Bristol, citta’ posta ad un paio d’ore d’auto dalla prima sosta.
In aeroporto ho ritirato l’auto noleggiata tramite il mio sito di fiducia Rentalcars.

BOSCASTLE

Prima tappa del mio on the road e’ stata la cittadina di Boscastle, a nord della regione, sul versante Atlantico.
Qui si trova il Museum of Witchcraft and Magic, il piu’ grosso museo al mondo dedicato all’argomento “magia e stregoneria”, con libri, oggetti e amuleti legati alla Wicca, a cerimoniali magici e a rituali popolari. Insomma il luogo perfetto per fare il primo passo verso le tradizioni di questo angolino insolito di Gran Bretagna.

TINTAGEL CASTLE

Poco piu’ a sud di Boscastle si trova Tintagel Castle, castello medievale di cui oggi restano solo le rovine, edificato per meta’ sulla terraferma e per l’altra su un promontorio frastagliato che si tuffa in un tratto di mare chiamato Mare Celtico. Questo e’ senza dubbio il sito storico che piu’ di ogni altro e’ legato alla leggenda di Re Artu’ e i Cavalieri della Tavola Rotonda, in quanto indicato dal famoso scrittore e storico medievale Goffredo di Monmouth come il luogo del concepimento del leggendario sovrano.
Fa parte del complesso anche Merlin’s Cave, la grotta in cui, secondo la leggenda, visse mago Merlino e dove prelevo’ dalle onde del mare il piccolo Artu’ ancora in fasce.
Sebbene del castello originale in realta’ siano rimasti solo muretti in pietra e arcate ormai distrutte, consiglio la visita se non altro per le splendide vedute.
Molto pittoresco il paesino di Tintagel, ideale per una passeggiata e un pranzo veloce o una merenda.

GODREVY LIGHTHOUSE

Ad un’ora e mezza d’auto, nel profondo sud della Cornovaglia si trova il faro di Godrevy, all’interno della baia di St Ives.
Si tratta del faro che ispiro’ la scrittrice inglese Virginia Wolf e che si ritrova nella famosa opera To the Lighthouse. La Wolf era infatti solita trascorrere qui le proprie vacanze con la famiglia durante l’infanzia e il 12 settembre 1982 si reco’ in visita al faro e ne firmo’ il libro degli ospiti.
Per me, appassionata dei grandi classici della letteratura e da sempre affascinata dai fari, si e’ trattato di una tappa imperdibile!

PERNOTTAMENTO

In queste parti d’Europa il modo migliore per alloggiare e’ rappresentato dai B&B e dalle Guesthouse che nella maggior parte dei casi consistono in adorabili cottages in stile inglese.
L’ospitalita’ e la cortesia dei padroni di casa e’ sempre impeccabile, l’atmosfera e’ intima e familiare, le camere sono curatissime e pulite e le colazioni home-made favolose!
Per la notte ho dormito presso il tipico Treverbyn House, coccolata dai proprietari Tim e Heather, nella loro casa da sogno.
Al risveglio ho trovato una ricca colazione tipica della Cornovaglia a base di uova strapazzate, pomodori, funghi, salsiccia e spremuta fresca..la carica giusta per una nuova giornata.

GIORNO 2

CHIESA DI ST JUST IN ROSELAND

La chiesa anglicana di St Just in Roseland risale al 13esimo secolo e venne edificata sopra ad una cappella celtica del sesto secolo.
Una leggenda locale afferma che il santo Giuseppe di Arimatea, citato nel Nuovo Testamento e coinvolto nella crocefissione, porto’ con se’ in Cornovaglia suo nipote Gesu’, approdando proprio a St Just in Roseland. Per questo motivo la chiesa e tutto il complesso sono da secoli luogo di pellegrinaggio.
Il padrone del Treverbyn House mi ha confidato che la sua famiglia e’ talmente legata a questo posto incantato che le ceneri della nonna e della madre sono state cosparse proprio qui.
Fede religiosa a parte, l’ho trovata una delle piu’ belle chiese mai viste, non soltanto per l’edificio in sè e il bellissimo orologio che campeggia sulla sua sommita’, ma per l’atmosfera che si crea tutta intorno, a tratti spettrale e surreale data dalla presenza di un giardino di piante sub tropicali (molte delle quali rare), un acquitrino verdognolo e un cimitero con numerose lapidi e croci celtiche a cielo aperto.

THE LOST GARDENS OF HELIGAN

I Giardini Perduti di Heligan erano sulla mia bucket list da tempo e sono stati il motivo principale del viaggio in Cornovaglia.
Dei veri e propri giardini incantati in cui perdersi tra giganti di fango ed erba, prati verdi, ponti di corda sospesi, animali della fattoria, giungle, serre in fiore e angolini misteriosi.
Il terreno e’ di proprieta’  della famiglia Tremayne da oltre 400 anni e nel tempo, le generazioni che si sono susseguite sono riuscite non solo a creare un luogo magico adatto a tutte le eta’, ma anche una comunita’ quasi del tutto autosufficiente.

Dopo quest’ultima tappa a Heligan, ho continuato il mio viaggio verso est per circa tre ore e ho dedicato il GIORNO 3 alla visita di Stonehenge e Londra, con rientro in serata dall’aeroporto di Heathrow.

Qui sotto l’itinerario completo.

INFO, ORARI E COSTI:
– Boscastle Museum: £5, per orari e aperture consultare il sito
– Tintagel Castle: £7,20, per orari e aperture consultare il sito
– Treverbyn House: Treverbyn House
                                          Tollyfrank Hill
                                          Veryan
                                          Nr. Truro
                                          TR2 5QL
– St Just in Roseland: gratis
– Giardini di Heligan: £12,50, per orari e aperture consultare il sito

MONDO
Halloween edition: i cimiteri dei miei viaggi
31 October 2015
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Se i Simpson possono avere la puntata speciale ad Halloween allora anche Your Travel Buddy ne avra’ una e vi fara’ venire i brividi!

Sfogliando gli album fotografici mi sono resa conto di aver visitato numerosi cimiteri in tutto il mondo, qualcuno spaventoso e sinistro, qualche altro piu’ simile ad un museo a cielo aperto, ma tutti unici nel loro genere, misteriosi e suggestivi.

Forse a molti sembrera’ un po’ macabro ma a me e’ sempre piaciuto includerli come tappe dei miei viaggi, vuoi perche’ l’esoterismo in tutte le sue sfaccettature mi ha sempre incuriosita o perche’ trovo che siano luoghi affascinanti, ricchi di storia e leggende.

Quidi dedico questa Halloween special edition ai cimiteri incontrati in viaggio e da vedere almeno una volta nella vita.

TERLINGUA CEMETERY – TEXAS

Tappa fortemente voluta durante il mio coast to coast degli Stati Uniti, Terlingua e’ sicuramente la piu’ affascinante tra le centinaia di ghost town che popolano lo Stato del Texas, posta proprio al confine con il Messico.
Nel cimitero riposano i resti dei minatori delle cave di mercurio e di coloro che furono colpiti dall’influenza epidemica del 1918, oltre ai “moderni” abitanti del paese (attualmente sono solo 12).
Ogni anno, durante il cosiddetto Day of the Dead, celebrazione folcroristica di origine messicana, gli ispanici discendenti dalle prime famiglie di Terlingua (successivamente emigrati in Messico) fanno ritorno a casa e si uniscono ai pochi residenti rimasti per onorare gli spiriti dei propri antenati con celebrazioni che hanno il loro culmine proprio all’interno del cimitero, addobbato per l’occasione con fiori, candele e piccoli teschi.

LAKE VIEW CEMETERY – CLEVELAND

Forse ricorderete il mio articolo su Haserot Angel, la scultura sepolcrale piu’ famosa del Lake View Cemetery a Cleveland.
La particolarita’ di questo insolito guardiano alato e’ il volto bronzeo solcato da lacrime nere che lo rendendono una presenza quasi reale, a meta’ tra l’angelico e il demoniaco, molto intrigante ma anche parecchio inquietante.
Il cimitero e’ considerato molto piu’ di un semplice luogo di sepoltura, infatti e’ chiamato dai locali il “museo a cielo aperto” della citta’, perfetto per passeggiare immersi nel silenzio, appartarsi su una panchina a bordo lago a leggere un libro e ammirare i numerosi mausolei, i memoriali a personaggi famosi e gli obelischi sparsi qua e la’.

SEVEN CHURCHES – ARAN ISLANDS, IRLANDA

A Inishmore, la piu’ grande dell’arcipelago delle isole Aran, in Irlanda, si trova Seven Churches (“Na Seacht Teampall” in gaelico), un sito monastico e luogo di pellegrinaggio in cui a dispetto del nome si trovano le rovine di due chiese soltanto, oltre ad un cimitero con lapidi e alcune croci celtiche, che si dice siano le tombe contenenti i resti di sette santi.

KING’S CHAPEL BURYING GROUND, BOSTON

Si tratta del piu’ antico cimitero della citta’, incluso nel Freedom Trail, il percorso pedonale di 4 km nel centro di Boston articolato lungo 16 tappe per riscoprire gli avvenimenti legati alla Rivoluzione Americana.
Il cimitero ospita i resti di numerosi personaggi storici, ma pochi sanno che tra le centinaia di tombe si trova anche quella di Elizabeth Pain, donna vissuta nella Boston dell’eta’ coloniale e processata dopo la morte sospetta del figlio. Venne prosciolta dall’accusa di omicidio ma ritenuta colpevole di  negligenza e in seguito frustata. Sembra che alla sua storia e alla sua lapide (che riporta, come vedete sotto, una grossa A) abbia tratto ispirazione Nathaniel Hawthorne per ricreare il personaggio di Hester Prynne, protagonista del famosissimo romanzo La lettera scarlatta.

CIMITERO EBRAICO, PRAGA

Il vecchio cimitero ebraico di Praga risale al 15esimo secolo ed e’ uno dei luoghi piu’ singolari e suggestivi in cui mi sia mai capitato di imbattermi.
Il numero di ebrei qui sepolti e’ tuttora incerto poiche’ sono stati individuati fino a 12 strati di tombe, ammassate una sopra l’altra a partire dal 1439.
Si ritiene vi siano circa 12mila lapidi e circa 100.000 sepolture.
L’altissima densita’ di lapidi, impilate caoticamente e la mancanza di luce a causa delle ampie fronde degli alberi sovrastanti creano un’atmosfera spettrale imperdibile.

ST LOUIS CEMETERY N.1, NEW ORLEANS

Nella citta’ meno americana degli Stati Uniti, intrinsa di misticismo, rituali magici e mistero, i cimiteri rappresentano un perfetto punto di partenza per la sua esplorazione.
Il piu’ antico e famoso di New Orleans e’ il St Louis Cemetery N.1 ed e’ anche il piu’ suggestivo poiche’ si dice vi sia sepolta la piu’ importante sacerdotessa del voodoo: Marie Lauveau. La tradizione vuole che chi visiti la sua tomba debba girarle attorno tre volte, incidere sulle mura della cripta tre X ed infine lasciare come pegno un’offerta o un oggetto personale.

ST JUST IN ROSELAND, CORNOVAGLIA

L’incantevole Chiesa di St. Just (nella foto-copertina dell’articolo) si trova nel cuore verde dell’Inghilterra ed e’ stata una delle tappe piu’ belle del mio on the road in Cornovaglia.
Risalente al 13esimo secolo, ospita anche un cimitero piuttosto sinistro affacciato su uno stagno acquitrinoso e posto all’interno di un giardino caratterizzato da piante subtropicali (alcune delle quali molto rare), liane, muschi e un numero imprecisato di corvi e cornacchie che  incupiscono ulteriormente l’atmosfera.

BUON HALLOWEEN!!

SUD EUROPA
Il labirinto della Masone di FMR e la promessa a Borges
28 October 2015
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E'in provincia di Parma che nasce il labirinto piu’ grande al mondo, opera complessa dell’eclettico editore e moderno mecenate Franco Maria Ricci, da una promessa fatta nel 1977 allo scrittore e amico Jorge Luis Borges.

Tra i lavori dello scrittore argentino a cui mi sono accostata anni fa e che piu’ mi hanno affascinata ci sono i racconti contenuti nell’opera Finzioni (1935-1944), in particolare Il giardino dei sentieri che si biforcano, un metaracconto intricato, apparentemente senza logica, in cui si parla del labirinto come simbolo di una concezione temporale non lineare ma costituita da “infinite serie di tempo, in una rete crescente e vertiginosa di tempi divergenti, convergenti e paralleli. “[1]

Borges collaboro’ per diversi anni con Ricci e fu spesso ospite dell’amico parmense presso la sua tenuta di campagna, per discutere di tematiche letterarie ed esistenziali. Ed e’ proprio da uno di questi incontri, oltre vent’anni fa, che nacque l’idea di un labirinto fisico e soprattutto simbolico, ispirato al pensiero borgesiano del tempo e verosimilmente a Il giardino dei sentieri che si biforcano.

Il progetto era talmente importante per Ricci da avervi dedicato ben 10 anni, affiancato dagli architetti Pier Carlo Bontempi e Davide Dutto.

Il risultato e’ il Labirinto della Masone, vero e proprio parco culturale, in cui le persone possono godere al tempo stesso delle opere d’arte esposte al museo annesso, frutto di anni di passioni e collezionismo, e divertirsi passeggiando per il labirinto “dei sentieri che si biforcano”, magari smarrendosi di tanto in tanto.

La via per trovare l’uscita del labirinto di FMR non e’ unica ma molteplice, proprio come lo e’ l’opera scritta da Ts’ui PenX, strambo personaggio di cui si parla nel racconto di Borges:”In tutte le opere narrative, ogni volta che s’è di fronte a diverse alternative ci si decide per una e si eliminano le altre: in quella del quasi inestricabile Ts’ui PenX, ci si decide – simultaneamente – per tutte. Si creano così, diversi futuri, diversi tempi, che a loro volta proliferano e si biforcano.” [2] Un dedalo di sentieri aggrovigliati che riflettettono “la perplessa esperienza che abbiamo della realtà.” [3]

La particolarita’ del Labirinto della Masone, apparte le sue dimensioni da record, e’ il fatto di essere interamente realizzato con differenti specie di bambu’ alte fino a 5 metri.

All’ingresso viene consegnata ad ognuno una piantina che indica il percorso da seguire (e un numero da chiamare in caso di problemi), ma ho deciso di riporla in tasca e affidarmi unicamente al mio senso dell’orientamento.

Mi sono ricordata di un passo citato nel racconto di Borges: “Il consiglio di voltare sempre a sinistra mi rammentò che era questo il procedimento comune per scoprire la radura centrale di certi labirinti” [4] e cosi’ ho deciso che quello sarebbe stato il mio metodo per trovare l’uscita.
Da quella geniale idea all’essermi persa il passo e’ stato brevissimo: non ho fatto altro che vagare senza senso, tra bivi e biforcazioni infinite e vicoli ciechi; senza parlare delle persone smarrite incontrate lungo la via (anche loro senza mappa) che si lagnavano di essersi perse e che ormai si stava facendo buio e non volevano ritrovarsi nel labirinto al calar del sole (come se dovesse apparire il Minotauro o chissa’ quale altro mostro!).

Alla fine, con mia grande riluttanza ho dovuto tirar fuori la mappa e pian piano sono riuscita a raggiungere la radura centrale: un vasto cortile porticato, con ampi saloni per ospitare eventi culturali e convention, oltre a una cappella piramidale.

Da qui si percorre un vialetto e si raggiunge l’uscita sani e salvi.

Il Labirinto della Masone offre anche un museo (ricco di opere di Ligabue e Ghizzardi), una biblioteca, un caffe’, una bottega dei sapori e un bistrot.

Personalmente consiglio di non mangiare all’interno del parco perche’ e’ parecchio costoso.
Per caso mi sono imbattuta in un posticino perfetto per un pranzo non troppo impegnativo a base di prodotti tipici parmensi. Si tratta dello storico Salumificio Rossi, risalente al 1800, a soli 5 minuti dal labirinto, in cui oltre alla coppa, al prosciutto di Parma e al culatello si puo’ assaggiare la famosa culaccia (giuro che non e’ una parolaccia!), ovvero un culatello con cotenna senza alcun tipo di conservanti, prodotto soltanto dalla famiglia Rossi. Il tutto naturalmente accompagnato da un buon calice di lambrusco e della focaccia calda!

Magari mangiate prima di entrare nel labirinto, almeno avrete la pancia piena in caso vi perdiate e non riusciate piu’ ad uscire dal “Giardino dei sentieri che si biforcano”!!

Il labirinto di FMR si trova a Fontanellato, in provincia di Parma.
Il costo e’ di 18 euro per gli adulti e include l’accesso al labirinto e al museo.
Aperto tutto l’anno dalle 10.30 alle 19.00. Chiuso il martedi’.

 

[1] [2] e [4] Il Giardino dei Sentieri che si Biforcano di J.L. Borges tratto da Borges, Tutte le opere, A. Mondadori Ed., Milano 1984, Vol. I°, pp. 688-702, trad. di Franco Lucentini.
[3] Cit. di Franco Maria Ricci tratta da sito internet ufficiale

SUD EUROPA
East Market Milano. Il mercatino vintage dal sapore british
24 October 2015
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Se dico vintage, underground e hipster a quale citta’ pensate?

Sicuramente a Londra, simbolo per eccellenza dei mercatini alternativi.
E invece questa volta no! Oggi vi voglio parlare di un luogo speciale nella nostra bella Milano, capace di far invidia alla capitale inglese e ai suoi famosi East End Market.

Il concept e’ lo stesso: si sceglie una location urbana dismessa ma dal potenziale creativo (possibilmente una fabbrica abbandonata in qualche quartiere riqualificato), si aggiungono qua e la’ camioncini street food, stand con opere dal design unico e oggettistica rigorosamente hand-made, qualche capo vintage, musica grunge in sottofondo e voila’…il mercatino perfetto e’ pronto!

L’East Market Milano, interamente dedicato ai privati, ricalca in tutto e per tutto, nome compreso, i mercatini delle pulci londinesi, soprattutto quelli del quartiere di Brick Lane (qui troverete il mio articolo a riguardo), dove si puo’ letteralmente trovare di tutto, spaziando dal campo della moda, al design, al fai-da-te, alla gastronomia, alle stramberie piu’ impensabili.

Il luogo scelto per rispecchiare al meglio lo spirito british e unconventional dell’evento e’ il Design District di Lambrate, all’interno di una storica fabbrica risalente alla Seconda Guerra Mondiale, produttrice di macchine da caffe’  Faema.

Una domenica ogni 2-3 mesi circa, migliaia di appassionati di vintage e modernariato, hipster milanesi (li riconoscerete facilmente per i tatuaggi, la barba, l’abbigliamento alternativo ma curatissimo e l’aria da veri intenditori d’arte) e collezionisti si riuniscono in via Giovanni Ventura (civici 14 e 13), chi per ricercare qualche capo da aggiungere al proprio look, chi per scovare preziosi oggetti di design, chi semplicemente per curiosare tra una stranezza e l’altra, lontani dalle solite manifestazioni mainstream.

Nelle prime edizioni East Market Milano ha richiamato talmente tanti visitatori da essere gia’ stato ingrandito, infatti al civico 13, proprio di fronte all’ingresso della fabbrica, si trova un altro spazio espositivo dove sono collocati numerosi altri stand.

Tra gli artisti che piu’ mi hanno incuriosita va sicuramente citato al primo posto Roberto Fortini con le sue spettacolari creazioni in perfetto industrial style. Il concetto alla base dei suoi lavori e’ il riutilizzo di oggetti ormai in disuso, come corni ad aria, macchine fotografiche e asciugacapelli, per creare delle lampade dal design unico. Purtroppo a meta’ mattinata erano gia’ state quasi tutte vendute ma mi sono ripromessa di andare a trovarlo direttamente presso il suo laboratorio a Lainate!

Ironico e irriverente lo stand di Andrea Cucchi con i suoi ken Jim e Jack e il loro “amore di plastica”: quadretti, poster e statuine ritraggono il famoso fidanzato di Barbie e il suo compagno di colore a spasso per il mondo…perche’ l’amore vero non fa distinzioni di eta’, sesso e nazione!!

In ogni flea market che si rispetti non possono mancare capi d’abbigliamento vintage, nuovi o di seconda mano, e accessori unici e di tendenza. Sono decine gli stand che espongono abiti di ogni tipo, cappelli utilizzati magari solo una volta in qualche sfilata milanese, papillon in legno, gioielli ricamati a mano, sneakers da collezione..c’e’ davvero solo l’imbarazzo della scelta!

Uno degli angoli piu’ creativi dell’East Market e’ quello del Crazy Art Antiquariato e Follie, ispirato ad un tema classic-horror (in vista di Halloween) con immagini anatomiche incorniciate, diapositive d’epoca, studi di entomologia, corna di cervo da parete e molte altre stramberie. A meta’ tra genio e follia! Il signore e la signora Ramponi hanno incominciato come noleggiatori di oggetti per vetrine e hanno poi accumulato nel tempo talmente tanto materiale da aprire un negozio nei primi anni ’70, specializzato in clientela dai gusti stravaganti.

Si sa che fare shopping mette appetito, quindi non c’e’ niente di meglio di una pausa all’insegna dello street food. Le proposte attualmente presenti non sono moltissime ma ben diversificate per soddisfare tutti i palati: dal classico hamburger e patatine fritte, ai panzerotti pugliesi, al baccala’ fritto, alle carni arrosto di Carolina’s, ai ramen fumanti di Casa Ramen.

BECAUSE VINTAGE HUNTING IS ALWAYS A GOOD IDEA!

 

East Market Milano si trova in via Giovanni Ventura 14 a Milano.
L’ingresso e’ gratuito e gli orari di apertura sono dalle 10 alle 21. 
Raggiungibile a piedi dalla fermata della linea verde metropolitana e dalla stazione.
Seguite la pagina ufficiale dell’evento per nuove date!

SUD EUROPA
Atlantis Bookstore. ll mio posto del cuore a Oia
17 October 2015
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``La lettura e’ il viaggio di chi non puo’ prendere un treno”…sara’ per questo che i libri hanno da sempre esercitato una forte attrattiva su di me, appassionata viaggiatrice, sempre alla ricerca di nuove avventure, reali o immaginarie.

Le librerie sono un po’ come degli aeroporti in cui bisogna solo scegliere la destinazione che piu’ si preferisce e imbarcarsi per un nuovo viaggio.

Trascorro minuti, ore, semplicemente a camminare tra gli scaffali polverosi e le luci soffuse delle piccole librerie indipendenti, sfogliando distrattamente libri che mi hanno incuriosita per le loro copertine e respirando l’odore della carta ingiallita dagli anni; migliaia di volumi diversi, uno accanto all’altro, in attesa che li apra, per condurmi verso mirabolanti imprese.

Quando poi il negozio di libri in questione e’ tra i piu’ originali ed eclettici al mondo e per di piu’ perduto in un dedalo infinito di strade di un paese da sogno, allora perdo completamente la cognizione del tempo.

L’Atlantis Bookstore si trova a Oia, il villaggio da cartolina di Santorini, all’interno di una delle tipiche casette bianche in stile cicladico, affacciata sul Mare Egeo e sulla caldera.

Nel 2002 Oliver e Craig, due dei proprietari, trascorsero una settimana sull’isola e come succede a molti se ne innamorarono. Una sera, su di giri dopo numerosi bicchieri di vino greco e non trovando libri in inglese da nessuna parte, decisero che avrebbero aperto una libreria a Santorini (lo dico sempre che le decisioni prese sotto l’effetto del buon vino sono sempre le migliori!).

Terminati gli studi universitari, nell’inverno del 2004, attraversarono l’Europa in macchina e guidarono fino alla “perla nera dell’Egeo” per realizzare il loro sogno, insieme ad altri giovani artisti e letterati provenienti da Cipro, Inghilterra e Stati Uniti.

La libreria, ispirata alla nota Shakespeare and Company di Parigi, apri’ poco dopo e grazie alla creativita’ di Oliver, Craig e del resto del gruppo e alla collocazione unica nel suo genere, divenne sin da subito un luogo da non perdere per gli appassionati del settore e un punto di riferimento per l’editoria locale, con volumi in inglese, francese, italiano, cinese e greco, una collezione di prime edizioni rarissime e volumi usati antichi e spesso introvabili.

Una ripida rampa di scale conduce all’interno del negozio. Il benvenuto mi viene dato da un adorabile gattone sonnecchioso e da una frase del poeta americano Longfellow che non potrebbe descrivere meglio l’atmosfera dell’Atlantis Bookstore: The love of learning, the sequestered nooks, and all the sweet serenity of books (l’amore per l’apprendimento, gli angolini appartati e la dolce serenita’ dei libri).

Non una libreria ma quasi la casa di amici. In reata’ i proprietari (che si alternano durante l’anno) ci vivono per davvero qui e dietro ad uno scaffale si scorgono dei letti e un cucinino. Cani e gatti, insieme ad un arredamento tutto hand-made, infondono all’ambiente una sensazione di familiarita’ e cordiale accoglienza. La terrazza panoramica offre una vista sul vulcano e sul resto dell’isola che lascia senza parole.

Sul soffitto e sulle pareti sono riportate frasi, poesie e citazioni significative, oltre ad un’interessante linea del tempo con appuntati tutti gli eventi che hanno fatto la storia della libreria, dalla sua nascita al giorno d’oggi.

Da anni l’Atlantis Bookstore ospita piccoli spettacoli teatrali, letture di poesie, incontri con gli autori, proiezioni cinematografiche e il famoso Caldera Festival, una manifestazione artistico-letteraria che richiama scrittori di fama mondiale.

E’ inoltre tramite il loro sito web che ho acquistato l’unica mappa/guida alternativa e insolita su Santorini, con preziosi consigli in chiave ironica di questo stravagante gruppo di expat.

Il mio specialissimo posto del cuore a Oia, dove non si vendono semplicemente libri ma viaggi immaginari, dove non esistono cataloghi digitali ma solo raccomandazioni fatte a mano, dove non si trova mai quello che si sta cercando ma solo quello che solletica la nostra fantasia e curiosita’. Un luogo dove lasciarsi cullare dalla “dolce serenita’ dei libri”, immerso in un paesaggio da sogno.

La libreria va pensata come una farmacia. Per i dolori dell’esistenza.

 

I citazione di Francis de Croisset
II citazione di R. Cotronei

NORD AMERICA
Cascate del Niagara. Parte 2: sapere cosa aspettarsi
13 October 2015
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Forse le mie aspettative erano troppo alte, ma d’altronde le Cascate del Niagara sono considerate delle vere e proprie meraviglie naturali del Nord America, quindi questo era cio’ che pensavo di trovare.

E invece altrettanto alta e’ stata la delusione nello scoprire che in realta’ sono quasi interamente artificiali, circondate (quasi inghiottite) da una distesa di grattacieli, vecchi edifici pacchiani, casinó malmessi, luci al neon super kitsch….e addio poesia!

Non sono riuscita a scattare nemmeno una fotografia al paesaggio senza che da qualche parte spuntasse l’ennesimo orribile palazzone. Inquinamento visivo bello e buono!

Fino al 1600 tutta l’area attorno alle cascate era pristina e selvaggia, le acque del fiume pulite e cristalline e una grande varieta’ di flora e fauna proliferava indisturbata.

Nel corso dei secoli successivi questi incanti naturali incominciarono ad attirare non solo turisti e avventurieri, ma anche centrali idroelettriche e industrie chimiche, per sfruttare l’energia generata dall’enorme portata delle cascate.

Con il passare del tempo tonnellate di rifiuti chimici vennero scaricati direttamente nelle acque del Niagara: inizialmente la forza del fiume riuscí a spazzarli via, ma ben presto si rivelo’ insufficiente e il fiume ne risulto’ irreversibilmente avvelenato.

Gia’ negli anni ’50 i pesci incominciarono a scomparire, cosí come altre specie animali che ne abitavano le rive.

Intanto lo sviluppo dell’intera area crebbe a livelli esponenziali, richiamando maggiori interessi commerciali che portarono alla nascita di numerosi grattacieli (soprattutto hotel), ristoranti, attrazioni turistiche e negozi di souvenir per soddisfare le esigenze delle migliaia di turisti che ogni giorno affollano le sponde delle cascate, sia sul lato canadese che su quello americano.

Il risultato e’ stata una completa alterazione del paesaggio con conseguenze gravissime sull’inquinamento e sulle stesse condizioni climatiche dell’area. Uno studio recente ha infatti dimostrato la diretta relazione tra l’aumento consistente dei giorni di nebbia e la presenza massiccia di grattacieli.

Niagara Falls non e’ solo il nome delle cascate ma anche quello delle cittadine gemellate poste a ridosso di esse, una negli Stati Uniti e una nel Canada, collegate tramite Rainbow Bridge.

Purtroppo lo spettacolo che queste due citta’ offrono e’ poco gradevole e sicuramente non si addice all’atmosfera che dovrebbe contraddistinguere un luogo paesaggisticamente cosí rilevante.
Le ho trovate di una tristezza e bruttezza uniche, pacchiane a livelli esponenziali, totalmente fuori luogo, con negozi vecchi e polverosi pieni di accozzaglie e cianfrusaglie senza alcun interesse, ristoranti costosi con cibo di pessima qualita’.
Delle mini Las Vegas di cemento che soffocano le cascate e deturpano quasi completamente quella bellezza selvaggia che dovrebbe caratterizzare un posto del genere.

Mi piacerebbe poter dire che del viaggio alle Cascate del Niagara (per altro l’ultimo che mi ero concessa prima di rimpatriare definitivamente in Italia…quindi doppia delusione!) conservo solo bei ricordi. Purtroppo non puo’ essere sempre tutto unicorni e arcobaleni (per quelli vi rimando alla prima parte dell’articolo!) e, vuoi forse che le mie aspettative erano davvero troppo alte o che effettivamente le cascate non sono poi la fine del mondo, ma ho ritenuto importante raccontare anche la versione meno piacevole e ugualmente veritiera dei fatti, in modo che chiunque stia pianificando o pianifichera’ un viaggio qui sia preparato e sappia cosa aspettarsi.

Non voglio di certo dire che “i salti piu’ famosi al mondo” non meritino una visita (la loro bellezza e imponenza e’ incontestabile), ma fate in modo che siano solo una breve tappa del vostro itinerario e non il punto centrale.
Mezza giornata e’ piu’ che sufficiente per passegiare lungo le sue sponde, poi potete allungare verso Buffalo, nello Stato di New York, o ancora meglio verso Toronto, in Canada.

THE END

NORD AMERICA
Cascate del Niagara. Parte 1: prima le buone notizie.
3 October 2015
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PREMESSA. Questo articolo differisce dagli altri poiche’ sara’ suddiviso in due parti: nella prima trattero’ solo gli aspetti positivi delle Cascate del Niagara, nella seconda quelli negativi. Il perche’ ve lo spiego subito.

Raramente mi e’ capitato di farmi un’opinione cosi’ nettamente contrastante di un luogo come mi e’ accaduto durante il viaggio al confine tra il Canada e gli Stati Uniti. Emozioni tanto discordanti quanto ugualmente forti, che proprio non riesco a conciliare.
Due facce della stessa medaglia che credo valga la pena raccontare dedicando a ciascuna il proprio spazio, ma per evitare che la me contenta ed entusiasta venga oscurata da quella delusa e amareggiata ho pensato di separare in due articoli il bello e il brutto e come sempre…prima le buone notizie!

Preparate k-way, stivaletti da pioggia e lasciatevi travolgere dall’immensita’ dei salti d’acqua piu’ famosi al mondo!

Ho usato la parola travolgere non a caso.
C’e’ un termine della lingua inglese che mi piace moltissimo e che esprime appieno un sentimento altrimenti complesso da spiegare a parole: overwhelming. Overwhelmed e’ come ci si sente dinanzi alla natura non domata, selvaggia,  a tratti pericolosa. Quel sentirsi piccoli, piccoli, travolti, sopraffatti eppure attratti fortemente da una forza indomabile.

Contemplare l’enormita’ e la portata d’acqua delle Cascate del Niagara, le piu’ grosse al mondo, rientra sicuramente in questa sensazione e farlo in pieno autunno, con i colori piu’ tipici della stagione ad incorniciare la vista..beh…e’ davvero un’esperienza unica!

Al confine tra Canada e Stati Uniti e tra lo Stato di New York e la provincia dell’Ontario, le Niagara Falls sono un complesso di tre cascate originate dal medesimo fiume – il Niagara River – e sono collocate in parte sul versante canadese e in parte su quello statunitense.
Horseshoe Falls sono le piu’ grandi e si trovano quasi interamente in Canada; American Falls, separate dall’Ontario tramite Goat Island, giacciono completamente negli Stati Uniti, cosi come Bridal Veil Falls, le piu’ piccole delle tre, separate dalle altre da Luna Island.

Raggiungere le cascate e’ molto semplice poiche’ si trovano in una zona piuttosto accessibile a soli 30 minuti da Buffalo e un’ora da Toronto, con numerosi tour organizzati che partono direttamente dalla citta’ di New York.

Ricordate che se volete spostarvi dal versante statunitense a quello canadese avrete bisogno del passaporto (nessun visto o autorizzazione perche’ accedete via terra), viceversa vi serviranno passaporto e ESTA/visto.

Sul versante americano, le cascate fanno parte del Niagara State Park, il piu’ vecchio parco statale degli Stati Uniti, risalente al 1885, che comprende inoltre numerose attrazioni, sentieri e punti panoramici.

ATTRAZIONI A PAGAMENTO

Nessun viaggio alle Cascate del Niagara sarebbe completo senza un giro su Maid of the Mist, l’imbarcazione che dal 1846 porta i suoi passeggeri a pochi metri di distanza da Bridal Veil e American Falls, con viste spettacolari su Horseshoe Falls.

Altra attrazione imperdibile e’ Cave of the Winds, che prende il nome da una caverna naturale scoperta dietro a Bridal Veil Falls, ma attualmente chiusa per motivi di sicurezza. Il tour a piedi, attraverso una passerella in legno chiamata Hurricane Deck, conduce letteralmente sotto al getto d’acqua, portandovi piu’ vicino alle cascate di quanto abbiate mai sognato…ATTENZIONE IN QUESTA ATTRAZIONE CI SI BAGNA..e parecchio!

Se avete intenzione di trascorrere del tempo qui, non solo per visitare le cascate ma anche per dedicarvi alle attrazioni offerte dal parco, e’ conveniente comprare il Niagara Usa Discovery Pass , che consente l’accesso non solo a Maid of the Mist e Cave of the Winds, ma anche all’acquario e al teatro.

ATTIVITA’ GRATUITE

Sono numerosissimi i sentieri e i parchi disseminati in tutta l’area, come Whirlpool e Devil’s Hole State Park, entrambi posti lungo le rapide, con panorami pazzeschi e immensi boschi d’acero che in autunno si colorano di ocra, arancio e rosso.

Di sera potete concedervi una passeggiata per ammirare le cascate illuminate con i colori dell’arcobaleno, dal crepuscolo fino a mezzanotte.

Inoltre ogni venerdi e domenica d’estate, alle 10 di sera si puo’ assistere a dei meravigliosi fuochi d’artificio. Il punto panoramico migliore e’ da Prospect Point.

Se invece volete vedere qualcosa di particolare e insolito consiglio di raggiungere Oakwood Cemetery fino alla tomba di Anne Taylor. Nome per lo piu’ sconosciuto, si tratta in realta’ di una vera e propria celebrita’ quando si parla di Cascate del Niagara.
Dovete infatti sapere che vi e’ una lunga tradizione di temerari che hanno tentato il salto dalla cima delle cascate, molti dei quali sono sopravvissuti.
La signora Taylor, ormai 63enne, e’ la prima persona ad essersi buttata chiusa in una botte ed esserne poi uscita miracolosamente illesa. A quel salto, nel 1901, accorse una folla di migliaia di persone.

PUNTI PANORAMICI

Sebbene il versante canadese offra una panoramica migliore su tutte e tre le cascate, il lato americano consente di avvicinarsi moltissimo ad esse.

Il primo punto d’interesse, partendo da est, e’ la Observation Tower, una torre alta 86 m nonche’ unico luogo sul versante americano da cui si gode di una bella vista sia su American che su Horseshoe Falls. Tramite un ascensore si puo’ scendere fino al livello delle rapide e imbarcarsi a bordo di Maid of the Mist.

Poco piu’ avanti si trova Prospect Point, all’interno dell’omonimo parco e a ridosso di American Falls.

Proseguendo a piedi e superando il ponte pedonale si accede a Goat Island, che separa il versante canadese da quello americano.

Tramite una passerella si puo’ raggiungere Luna Island, piccolo isolotto posto in mezzo ad American e Bridal Veil Falls.

Incamminandosi verso il Canada si trova l’accesso a Cave of the Winds e ancora piu’ a ovest si raggiunge Terrapin Point con una vista mozzafiato su Horseshoe Falls.

….TO BE CONTINUED….

SUD EUROPA
Trekking panoramico da Oia a Fira lungo la caldera
23 September 2015
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L'escursione per eccellenza da non perdere a Santorini e’ la camminata da Oia a Fira, percorrendo il bordo della caldera.

Il percorso panoramico si snoda per circa 10 km tra Oia, Imerovigli, Firostefani e Fira, alternando momenti all’interno di questi quattro paesi da cartolina, a parti piu’ impegnative in mezzo alla natura, con salite e discese ripide e strapiombi sul mare, passando per numerose chiesette in tipico stile cicladico, silenziose e isolate.

I momenti migliori per percorrere le circa tre ore di cammino sono la mattina presto e il tardo pomeriggio, quando si puo’ godere del famoso tramonto di Santorini da punti di vista insoliti e senza confusione.

Partiamo dall’assunto che nella mia vita ho fato ben poco trekking, quindi col cavolo che ho impiegato solo tre ore a completare la passeggiata! Senza contare le frequenti soste per scattare fotografie, godermi i panorami e scambiare due chiacchere con le altre persone incontrate. Alla fine mi sono ritrovata a percorrere i chilometri finali con il sole di mezzogiorno di una calda giornata di inizio settembre che mi batteva sulla testa! Ma a parte questo, direi che e’ andata piuttosto bene: il percorso non e’ troppo faticoso (ma sono sicura che per voi appassionati sara’ una sciocchezza), le viste sulla caldera sono a dir poco incantevoli e l’escursione e’ un’ottima occasione per visitare in un giorno solo quattro tra i paesini piu’ pittoreschi dell’isola.

Dopo una super colazione alla greca (frutta, sfornato di melanzane, salsiccia e patate e caffé), ho imbucato il sentiero all’altezza del supermarket Perivolas, dove ho fatto rifornimento d’acqua.

Oia e’ sicuramente il paesino piu’ caratteristico di tutta Santorini ed e’ costituito da una miriade di casette bianche, mulini a vento, chiese con le cupole blu, viuzze tortuose e alberghi costosissimi con piscine a bordo caldera.

La prima parte del trekking consiste in una passeggiata attraverso il paese, che si sviluppa in lunghezza per circa 1 km.
In lontananza, nonostante la lieve foschia mattutina, riesco gia’ a scorgere la meta finale e gran parte del cammino che mi aspetta, inerpicato tra il nero delle alture e il blu del Mare Egeo.

Da Oia a Imerovigli mi ritrovo immersa nella natura brulla e selvaggia piu’ tipica di Santorini, camminando letteralmente lungo l’orlo della caldera.

Le isolette di Nea e Palea Kameni, proprio al centro del mare, sebbene siano chiamate “vulcano” in realta’ costituiscono solo la sua sommita’. 3600 anni fa, infatti, in seguito ad una disastrosa eruzione esplosiva, l’intero cono vulcanico sprofondo’ nelle profondita’ del mare, lasciando in superficie solo parte del perimetro originario (o caldera) dell’immenso bacino vulcanico, costituito dall’attuale complesso insulare di Santorini, Thirasia, Thera e Aspronisi.

Ritrovarsi a passeggiare sulla terra lavica del cratere di un vulcano quiescente e’ sicuramente un’esperienza che non capita tutti i giorni!

Lasciate alle spalle le ultime abitazioni di Oia, incomincia la parte piu’ impegnativa del trekking: la salita di Mavro Vouno (la Montagna Nera), sulla cui sommita’, a circa 300 m di altezza, si trova la chiesetta rosa di Stavros, da cui si gode di una gran bella vista a 360 gradi.

Il sentiero prosegue alle spalle dell’altura per circa mezz’ora, fino a quando non mi imbatto in un improbabile chioschetto in cui mi fermo per un succo di frutta fresco e per riprendere fiato.
Da li’ percorro la strada asfaltata per circa 300 metri, per poi imboccare nuovamente la salita che porta verso Imerovigli.

Dopo circa 1 km raggiungo la chiesa del Profeta Elia, con quello stile inconfondibile fatto di muri bianchissimi, cupolona blu e tante piccole campane che, devo ammeterlo, essendo completamente sola, non ho potuto non suonare! Dall’ampio piazzale antistante la vista al tramonto deve essere semplicemente perfetta.

Dopo una decina di minuti, con gia’ la prossima tappa in vista, arrivo  alla cappella di Agios Markos, circondata da cipressi e ideale per un picnic.

Pochi passi ancora e giungo al villaggio tradizionale de Imerovigli, molto meno caotico di Oia e altrettanto suggestivo, punteggiato di ristoranti e hotel di lusso.

Svetta sull’intero paese la Fortezza di Skaros, la piu’ importante delle cinque fortificazioni dell’isola, costruita in epoca bizantina come protezione contro i pirati e un tempo capitale e sede amministrativa di Santorini.
Se vi va potete fare una piccola deviazione e raggiungere la sommita’ del promontorio roccioso dove si trovano le rovine dell’antico insediamento e una piccola cappella.

Il sentiero prosegue passando accanto alla meravigliosa Chiesa Ortodossa di Anastasi (Resurrezione), per poi immergersi nuovamente nella natura.

Passato il monastero di St. Nikolaos, arrivo a Firostefani, cittadina oramai inglobata, direi quasi fagocitata, dalla vicina Fira.

Firostefani viene anche chiamata “tetto” dell’isola poiche’ sorge sul punto piu’ alto della caldera e offre percio’ degli scorci meravigliosi. E’ anche uno dei villaggi piu’ romantici e tranquilli, ideali per una passeggiata lontani dalla confusione della sua vicina.

La tappa finale del trekking e’ Fira, capitale e punto nevralgico dell’isola, edificata nel 19esimo secolo, dopo che la vecchia capitale a Skaros divenne inaccessibile a causa di un terremoto.

Personalmente non ho sentito nessun tipo di connesione con la citta’: troppo caos, troppi negozi “trappole per turisti” e troppi croceristi…insomma troppo tutto e niente autenticita’!

A salvarla dallo zero soltanto il museo archeologico e le chiese, meravigliose come tutte le altre, in particolare la Cattedrale della Presentazione di Cristo e la Chiesa di St. Giovanni Battista, esempio piu’ significativo del Cattolicesimo a Santorini, in cui si tengono funzioni religiose tutti i giorni.

Per rientrare a Oia ho scelto il bus locale, al costo di 1-2 euro.

Ci sono due fattori pratici da tenere presenti nella scelta della direzione dell’escursione: la differente altitudine a cui sono poste Oia e Fira e la posizione del sole durante la giornata.
Oia si trova piu’ in basso quindi e’ piu’ semplice percorrere il tragitto in quella direzione (primo errore! Ma che ci posso fare, l’ho scoperto solo ad opera conclusa!); inoltre se decidete di intraprendere il cammino la mattina avrete il sole che vi batte in faccia camminando in direzione Fira (seconda scelta sbagliata! Non ne azzecco una!), mentre al tramonto..beh al tramonto non potete che andare in direzione Oia per godervi in prima fila ogni singola sfumatura del cielo!

Insomma, scelte sbagliate a parte, devo dire che ero fiera di me stessa per avercela fatta senza combinare troppi disastri e per giunta completamente da sola, ma ripeto, per voi sono sicura che sara’….una PASSEGGIATA…tra le piu’ spettacolari della vostra vita!

SUD EUROPA
Kalimera Santorini!!!
13 September 2015
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Secondo un’antica leggenda, da qualche parte nell’Oceano, si trova un’ “isola perduta” chiamata Atlantide.

Il filosofo greco Platone (e molti altri dopo di lui) riteneva che l’isola fosse in realta’ un gruppo di isole creato da Poseidone per la sua amata, con una collina al centro circondata da un anello d’acqua, a sua volta racchiuso in un cerchio di terra, seguito da un altro anello d’acqua e cosi’ via per un totale di nove anelli d’acqua e nove di terra.
Qui si sviluppo’ una ricca e prospera civilta’ di nobili uomini governati da una societa’ utopistica senza eguali, ma una catastrofica eruzione vulcanica avvenuta piu’ di mille anni prima di Cristo, sommerse completamente Atlantide che risulta tutt’oggi dispersa.

Il passo dal mito alla realta’ e’ breve.

Nel 1967 un gruppo di archeologi ha infatti scoperto a Santorini (nell’attuale villaggio di Akrotiri) i resti di un’antichissima citta’, quasi completamente intatta, sepolta dalla lava intorno al 1500 a.C. A cio’ si aggiunge il fatto che migliaia di anni fa il nome dell’isola era Strongyli (“cerchio”), richiamando la struttura ad anelli concentrici di Atlantide.

Miti e leggende a parte, a Santorini c’e’ davvero qualcosa di inspiegabilmente leggendario e idilliaco.

Ad affascinarmi inizialmente credo siano stati i contrasti molto marcati che caratterizzano l’isola: in primis la presenza ravvicinata del vulcano che per quanto sembri innocuo in realta’ ha provocato devastanti eruzioni e tsunami nel corso della storia ed e’ tutt’ora l’unico attivo dell’intera area; di minor impatto ma sicuramente inusuale e’ la contrapposizione tra il blu cobalto, intenso e brillante, del Mar Egeo, la terra vulcanica di colore nero e il bianco scintillante delle tipiche casette arroccate sulle scogliere che, a guardarle da lontano, sembrano quasi montagne innevate; ed infine la quasi completa mancanza di vegetazione (tranne le viti che crescono in abbondanza e di qualita’) che conferisce all’isola un aura soprannaturale, quasi mistica.

Il villaggio di Oia a strapiombo sul mare
La Spiaggia Rossa

Se ad attrarmi inizialmente sono stati i contrasti, a farmi innamorare sono decisamente state le sfumature, come quelle aranciate e violacee del cielo terso al tramonto contemplate dal faro di Akrotiri, quelle rosee e tenui del crepuscolo, che avvolgono la caldera e i villaggi affacciati su di essa e rendono ogni cena piu’ romantica, quelle del blu che tingono il cielo, che brillano sul mare, che spiccano sulle cupole delle centinaia di chiesette ortodosse disseminate sull’isola.

Tramonto dal faro di Akrotiri
Cena tipica con terrazza panoramica

Una settimana e’ sicuramente un tempo ingiusto per esplorare la “Perla nera dell’Egeo”, ma nei pochi giorni a disposizione ho cercato il piu’ possibile di prendere le distanze dalle mete piu’ turistiche e dai luoghi comuni; di provare a cercare l’autenticita’ nei villaggi meno conosciuti, come Finikia, Pyrgos e Vothonas, dove la vita quotidiana dei suoi abitanti scorre indisturbata; di assaggiare tutti i prodottti tipici; di fare turismo responsabile senza mai cedere alla comodita’ delle Donkey Ride, che personalmente detesto e considero maltrattamento; di inseguire tutte le cupole blu avvistate all’orizzonte per finire con lo scoprire chiese dalla bellezza disarmante.

Negli articoli a seguire numerosi approfondimenti su Santorini, consigli su cosa visitare e cosa fare, dove mangiare e soprattutto tantissime nuove fotografie, che per la prima volta non dovro’ photoshoppare!

SUD EUROPA
#isegretidimilano: i sotterranei del Castello Sforzesco
15 August 2015
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Metti Milano ad agosto (per i non-milanesi, cio’ significa “citta’ fantasma”), una giornata buia e uggiosa (probabilmente l’unica di questa torrida estate) e l’improvvisa voglia di partire per l’ennesima mini-avventura urbana alla scoperta di luoghi nascosti e misteriosi…cosa ottieni? Naturalmente un nuovo episodio della rubrica #isegretidimilano!

Ci eravamo lasciati l’ultima volta con la vergognosa e straziante storia legata ai “binari fantasma” sottostanti la Stazione Centrale.
Quest’oggi vi porto ancora una volta con me nei sotterranei di Milano e vi serviranno torcia alla mano e coraggio da vendere per affrontare uno dei luoghi piu’ spaventosi e segreti di tutta la citta’. Siete pronti?

Il Castello Sforzesco e’ una delle icone di Milano, secondo solo al Duomo. Un’oasi di serenita’ nel caos cittadino in cui passeggiare riscoprendo la Storia e rilassarsi nei suoi bei giardini fioriti o a bordo della fontana. Ma vi siete mai chiesti cosa ci sia sotto? Solitamente si dice: “Maestoso sopra e misterioso sotto” e infatti quando penso ad un castello, oltre alle dame e ai cavalieri, mi vengono immediatamente in mente gli intrighi di corte, i giochi di potere e i passaggi segreti.
Quindi ho incominciato a fare qualche ricerca e ho scoperto che il nostro bel Castello ha collezionato proprio tutti i migliori cliche’ del caso e sotto di esso nasconde agli occhi dei piu’ un mondo intero fatto di cunicoli nascosti, diramazioni infinite, fughe disperate e…fantasmi!

La Strada Coperta della Ghirlanda e’ al momento l’unico percorso sotterraneo visitabile ed e’ parte integrante del complesso difensivo edificato durante il periodo di Francesco Sforza, Duca di Milano (1450-1466). Lunga circa 500m e’ accessibile dal Rivellino di Santo Spirito (un avamposto militare) e dall’ingresso secondario (sbarrato da un cancello) posto su via Lanza.
Questo camminamento a forma di ferro di cavallo e’ caratterizzato da volte a botte in mattoni a vista ed e’ ricavato all’interno del terrapieno che delimita il fossato, un tempo colmo d’acqua (e nella mia immaginazione di famelici coccodrilli!!).
Centinaia di piccole finestrelle permettono alla luce di penetrare ma addentrandosi di pochi metri nei meandri dei sotterranei si incappa nel buio piu’ totale…ergo la famosa torcia di cui vi parlavo all’inizio.

La funzione primaria della Strada Coperta della Ghirlanda era quella di ospitare postazioni di tiro per rispondere agli attacchi dei nemici, ma venne anche piu’ volte utilizzata come via di fuga, grazie ad una serie di corridoi a raggiera che la collegavano a luoghi che un tempo si trovavano all’esterno delle mura che circondavano Milano e percio’ sicuri in caso di assedio.

E’ il caso del passaggio segreto che collega il castello alla sagrestia della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, tramite un finto armadio a muro. Pare fosse percorso spesso e volentieri da Ludovico il Moro in sella al suo cavallo per recarsi a pregare sulla tomba della moglie Beatrice D’Este e da Leonardo da Vinci per raggiungere piu’ velocemente la chiesa a cui stava lavorando.
Purtroppo negli anni ’60 con la costruzione della linea rossa della metropolitana il percorso ha subito danni irreparabili ed e’ attualmente inaccessibile.

Durante la Seconda Guerra Mondiale la Strada Segreta venne persino utilizzata come rifugio antiaereo e sono infatti visibili qua e lá dei tondini bianchi in ceramica che servivano come collegamento per i cavi dell’elettricita’.

Sono molte le storie di fantasmi che sembrano aver trovato nel Castello Sforzesco il  luogo ideale da infestare. Lo spettro della nobildonna Bianca Scapardone e’ probabilmente quello che fa maggiormente parlare di se’. La dama venne decapitata qui nel 1526 poiche’ accusata di essere mandante dell’omicidio di uno dei suoi amanti e si dice che il suo spirito si aggiri ancora oggi per le segrete del castello.
E davvero non ci vuole poi molto per lasciarsi spaventare: i sotterranei sono un dedalo infinito di cunicoli, scale, stanze segrete buie e fredde. E’ un attimo scambiare un’ombra o un rumore sommesso per la presenza inquietante di uno spettro!

La Milano sotterranea e’ un po’ come l’Araba Fenice: “Che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa” [1]. Eppure e’ li sotto ai nostri piedi. Una citta’ sotto alla citta’. Basta avere la voglia di scendere e sporcarsi un pochino.
Sotterranei e passaggi segreti non sono i soli che si possono esplorare la’ dove non batte mai il sole, ma…dovrete attendere il prossimo episodio per scoprirne di piu’!

Grazie all’associazione culturale Ad Artem per questo tour “da brividi” nei sotterranei del castello e lungo la Strada Coperta della Ghirlanda.

Le visite private sono l’unico modo per avere accesso a quest’area del Castello Sforzesco. La prenotazione e il pagamento possono essere effettuati on-line al costo di circa 13 euro a persona. Consultate il sito per giorni e orari (solitamente il sabato pomeriggio). La durata complessiva del tour e’ di circa 2 ore.

[1] Milano Sotterranea, Padovan-Ferrario, Newton Compton Editori, 2013

MONDO
10 (+5) cose da fare a…Expo
26 July 2015
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Un milione di metri quadrati di spazio espositivo, decine e decine di padiglioni da scoprire, ristoranti e street-food da assaggiare e tanti eventi a cui partecipare.

Non sapete da dove iniziare?

Ecco le 10 (+5) cose imperdibili da fare a Expo, per godersi al meglio l’unico viaggio intorno al mondo che non prevede aerei e fusi orari.

1. Farsi rapire dalla magia di Allavita!  del Cirque du Soleil

Premetto che fin da piccola non ho mai sopportato il circo, ma devo ammettere che il Cirque du Soleil riesce a stregarmi ogni volta. Ho assistito al mio primo spettacolo al Bellagio Hotel di Las Vegas circa un anno fa e ricordo ancora che quegli acrobati/artisti volteggianti mi avevano rapita a tal punto da avermi fatta commuovere.
Allavita!, lo show messo a punto per Expo, non e’ stato da meno: un’ora di pura magia, sospesi in quella dimensione a meta’ tra la veglia e il sogno in cui tutto e’ possibile, in cui coesistono fantocci immaginari, creature fantastiche, fate volteggianti e contorsionisti.
Lo spettacolo si tiene all’interno del sito espositivo, nell’anfiteatro all’aperto collocato sul Cardo, ma potrete assistervi solo fino al 30 agosto, quindi affrettatevi! Il prezzo dei biglietti varia dai 35 euro per il settore sotto al palco ai 25 per quello piu’ lontano ed e’ in ogni caso aggiuntivo rispetto al costo d’ingresso a Expo.

2. Assistere allo spettacolo serale dell’Albero della Vita

The Tree of Life e’ l’icona per eccellenza di Expo e vederlo brillare nella notte di Milano e’ sicuramente tra le cose imperdibili da fare.
L’installazione di 37 metri d’altezza si trova di fronte al Padiglione Italia ed e’ circondato da un piccolo specchio d’acqua (Lake Arena) delimitato da gradinate da cui e’ possibile godersi lo spettacolo.
Ad ogni ora del giorno (ma gli spettacoli serali sono di gran lunga preferibili) l’Albero prende vita grazie agli effetti speciali generati dalla simultaneita’ di luci, giochi d’acqua e musica.

3. Camminare sulla rete del Padiglione Brasile

E’ uno dei padiglioni piu’ visitati dell’intero sito espositivo, grazie soprattutto a delle grosse reti interattive sospese che collegano i piani su cui si estende. I visitatori possono passeggiare sopra di esse (in realta’ e’ piu’ facile a dirsi che a farsi..almeno, per una goffa come me!), osservando contemporaneamente sotto ai propri piedi la cosiddetta Green Gallery, che ospita vari tipi di coltivazioni brasiliane, piante, ortaggi e fiori tipici del Paese.

4. Assaggiare le specialita’ culinarie dal mondo a meno di 5 euro

Poiché il tema di Expo di quest’anno e’ Feeding the Planet: Energy for Life, aspettatevi di trovare cibi da tutto il mondo. Ho letto tante critiche ai prezzi troppo elevati all’interno dei padiglioni e in generale vi assicuro che non spenderete poco per mangiare, ma durante le mie visite sono riuscita a scovare alcune specialita’ culinarie gratuite o al di sotto dei 5 euro.
Premetto che mi e’ dispiaciuto molto scoprire che nei padiglioni asiatici non c’e’ la possibilita’ di assaggiare insetti, ritenuti da molti il vero cibo del fututo, ma delusioni a parte, vi consiglio di provare: bevanda all’estratto di zafferano o semi del deserto (Iran), té alla menta con pasticcini al miele e mandorle (Marocco), succo al melograno (Russia), empanadas (Argentina), pollo al Satay (Indonesia), tacos (Messico), involtini primavera (Cina) e arepas (Colombia).
Non tutti lo sanno ma l’acqua a Expo e’ gratis! Lungo tutto il sito espositivo si trovano moltissimi chioschi che erogano gratuitamente acqua liscia o gassata.

5. Farsi fare (gratis) un tatuaggio all’henné al Padiglione Quatar

Il padiglione Quatar e’ stata una gran bella scoperta. Uno dei pochi  in cui si parla veramente di nutrizione e in cui vengono esposti i piatti tipici e le abitudini alimentari del Paese.
Alla fine del percorso espositivo, al gentil sesso e’ data la possibilita’ di farsi fare gratuitamente un tatuaggio all’henné sulla mano o sul braccio. Bellissimi disegni che vengono realizzati in pochi secondi dalle mani esperte e dorate di meravigliose donne velate.
Il tatuaggio asciuga in circa mezz’ora e rimane visibile sulla pelle per una settimana al massimo.

6. Dondolarsi sulle sedie rosse a trottola

Ne troverete moltissime attorno all’Albero della Vita e sparse qua e la’ per il Decumano. Dopo un po’ viene la nausea ma sono troppo divertenti!!!
Il prezzo e’ di circa 350-400 euro l’una e sono acquistabili on-line su diversi siti.

7. Rinfrescarsi al Padiglione Austria

Visitare Expo durate questa estate torrida puo’ essere piuttosto stancante e debilitante. Il mio consiglio e’ di prendervi del tempo per visitare il padiglione Austria e ricaricare le batterie.
All’interno troverete la riproduzione del microclima di un tipico bosco austriaco, con piante, alberi, cespugli e aria fresca generata non da impianti di climatizzazione ma dai processi naturali in cui e’ coinvolta la vegetazione.
Chiudete gli occhi per qualche istante, respirate a pieni polmoni e lasciatevi rigenerare dalla natura. D’altronde lo slogan del padiglione e’ proprio BREATHE AUSTRIA!

8. Fare un giro sulla ruota panoramica del Padiglione Olanda

Il padiglione Olanda e’ completamente open air ed e’ un vero e proprio luna-park, con tanto di casa degli specchi, lucine colorate, camioncini street-food e un bar dotato di un’adorabile mini ruota panoramica, su cui potrete salire per gustare il vostro drink.

9. Far accendere al tocco i fiori del Padiglione Azerbaijan

Paese per lo piu’ semi sconosciuto del mappamondo, in realta’ il suo padiglione e’ tra i piu’ belli e interessanti di Expo.
Il percorso si sviluppa attraverso tre grosse sfere di vetro, che rappresentano tre differenti biosfere.
In una di queste si trovano dei meravigliosi fiori colorati che, come per magia, si accendono ed emettono suoni quando vengono sfiorati. Muovendo la mano sopra di essi si creano delle specie di onde luminose viola, rosse e verdi che sembrano pura poesia.

10. Trovarsi al centro dell’alveare piu’ grande al mondo

Il padiglione Regno Unito e’ sicuramente tra i piu’ originali di Expo ed e’ ispirato agli alveari e alla vita delle api durante la ricerca quotidiana di nettare.
Il visitatore si trasforma in un piccolo insetto operoso, che svolazza da un frutteto a un giardino fiorito, fino a giungere al proprio alveare, The Hive, al centro del padiglione. Al suo interno vengono riprodotti pulsazioni e ronzii registrati in una reale colonia d’api britannica e i grossi led che si accendono e spengono a intervallo rappresentano ciascuno un’ape.
Davvero un’esperienza sensoriale unica e imperdibile!

11. Visitare il Padiglione Svizzera prima che finiscano le scorte di cibo

CE N’E’ PER TUTTI?

E’ la scritta che campeggia a caratteri cubitali su una delle quattro torri del padiglione Svizzera. La riflessione di fondo e’ la sostenibilita’ e la responsabilità personale in tema di equa ripartizione dei beni alimentari.
Nella pratica quello che viene proposto dagli svizzeri e’ un esperimento sociale: l’area espositiva e’ formata da una piattaforma con quattro grosse torri, ciascuna dedicata ad un prodotto alimentare differente e tipico del Paese. Acqua, sale, caffe’ e mele. I visitatori possono rifornirsi di tutto cio’ che vogliono gratuitamente e a mano a mano che le torri si svuotano la piattaforma si abbassa.
Saremo sufficientemente responsabili da lasciare cibo a chi viene dopo di noi? Ed io riusciro’ a visitare il padiglione prima che finiscano le scorte?
Per visitare le torri occorre munirsi di biglietto (gratuito) riservabile on-line, oppure attendere le 19.30 per l’ingresso senza biglietto, ma aspettatevi lunghe code.

12. Sostenere il Nepal visitando il suo padiglione

Una piccola oasi di pace e serenita’ che, a causa del disastro sismico dello scorso aprile, ha aperto i battenti soltanto a meta’ luglio, grazie ad una gara di solidarieta’ che continuera’ fino alla fine di Expo e a cui puo’ partecipare chiunque.
L’intera struttura richiama le antiche abitazioni di Kathmandu e presenta al centro un templio costituito da decine di colonne intagliate a mano, porticati, statue e una camera meditativa al piano piu’ alto.

13. Concedersi una merenda (anche due!) al Nutella Concept Bar

Crepe alla Nutella, pane e Nutella, tiramisu alla Nutella, gelato alla Nutella…tutto a meno di 5 euro..serve aggiungere altro?

14. Fare la spesa nel Supermercato del futuro

Si chiama Future Food District ed e’ il supermercato del futuro: uno spazio interattivo tra consumatori, prodotti alimentari e produttori, dove la tecnologia e’ solo un mezzo per far raggiungere al consumatore la piena consapevolezza delle proprie scelte in campo alimentare.
Tutti i cibi sono esposti su speciali banconi che al semplice avvicinamento della mano faranno apparire su degli schermi tutte le informazioni relative a quel prodotto: provenienza, storia, preparazione e proprieta’ nutritive..tutte nozioni che difficilmente possono essere riassunte su un’etichetta e che spesso ci arrivano troppo frammentarie.
Si tratta di un vero e proprio supermercato in cui potrete realmente fare la spesa e acquistare i prodotti alimentari esposti.

15. Collezionare i timbri di tutti i Paesi

Sebbene non servano documenti per questo viaggio virtuale intorno al mondo, l’Expo Passport e’ un modo originalissimo per trasformare ciascun visitatore in un vero e proprio viaggiatore, collezionando tutti i timbri dei padiglioni/Paesi visitati.
Oltre ai timbri, si possono aggiungere brevi annotazioni personali e dati anagrafici in modo da renderlo personalizzato e unico e conservare cosi’ negli anni a venire un ricordo speciale di Expo.
Il passaporto ufficiale si puo’ comperare al prezzo di 5 euro presso il negozio Excelsior, proprio a ridosso dell’ingresso ovest, accanto all’OVS.

CARAIBI
Crociera alle Bahamas low cost
21 July 2015
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Incorniciato da uno degli skyline piu’ famosi del mondo, si trova collocato il porto di Miami o, come viene anche soprannominato da molti, The Gateway to the Americas.

Port Miami detiene il primato di Cruise Capital of the World ed e’ infatti il quartier generale di alcune tra le piu’ importanti compagnie sul mercato globale: Carnival, Norwegian e Royal Carribean.

Sono quasi 5 milioni i passeggeri che ogni anno salpano da qui, a bordo di lussuose navi da crociera, diretti verso veri e propri paradisi terrestri, come il Messico e  i Caraibi.
Le isole Bahamas sono tra le mete di viaggio piu’ ambite e visitarle con una crociera di 4 o 5 giorni e’ il modo migliore per concedersi una vacanza relax in luoghi che probabilmente molti di voi hanno sognato almeno una volta nella vita.

“Si’, ma chissa’ quanto costa!” starete pensando. Sbagliato!

E se vi dicessi che queste magnifiche isolette sperdute nel Mar dei Caraibi non sono cosi’ inaccessibili come pensate? Che siano tappa di un tour nel sud della Florida (per maggiori info e consigli leggete il mio articolo) o meta unica delle vostre vacanze, la crociera alle Bahamas e’ un must e…udite udite..e’ low cost!

In questo articolo vi spieghero’ nei dettagli come si prenota la crociera, quanto costa, quali documenti servono e cosa visiterete durante il vostro viaggio. Preparate infradito, costume e drink ghiacciato con l’ombrellino…vi porto alle Bahamas!!

PRENOTARE

Prenotare la mia mini vacanza e’ stato molto semplice e veloce. Ho utilizzato uno dei piu’ comuni motori di ricerca, ovvero la sezione crociere di Expedia, ho riempito i campi richiesti con durata, destinazione e porto di partenza (raccomando Miami per una questione di maggior disponibilita’ di posti) e ho selezionato la proposta piu’ economica tra quelle suggerite.
Le informazioni richieste in fase di prenotazione saranno: nome e cognome del passeggero, cittadinanza, numero di passaporto e posizione della cabina per il pernottamento.

COSTO

Le Bahamas sono visitabili tutto l’anno grazie alle ottime temperature, ma ricordate sempre che nei mesi da luglio a settembre il clima dei Caraibi e’ piuttosto afoso con frequenti piogge torrenziali. I mesi di dicembre, gennaio e marzo sono invece quelli piu’ turistici e di conseguenza i prezzi aumentano.

Un fattore rilevante al costo della crociera e’ il luogo da cui state prenotando, che molto probabilmente sara’ l’Italia. I prezzi sono notevolmente inferiori se prenotate direttamente dagli Stati Uniti, ma poiche’ questo non vi sara’ possibile potete aggirare l’ostacolo utilizzando un servizio di proxy nel vostro browser, che vi assegnera’ temporaneamente un IP statunitense e vi permettera’ percio’ di usufruire di prezzi piu’ vantaggiosi.

Il costo della mia crociera Norwegian di 3 notti e 4 giorni, nel mese di ottobre, e’ stato di $200.
La cabina privata era classe economy, ma comunque sufficientemente spaziosa (N.B. le camere con terrazzino, sebbene siano piu’ accoglienti, vi costeranno circa $80 in piu’).

Tutti i prezzi includono: pernottamento in cabina (dotata di bagno privato e doccia), cibo a volonta’ 24 h su 24 in tutti i ristoranti della nave (colazione, pranzo, cena, buffet e spuntini vari), accesso a tutte le aree divertimento e relax come piscina, campi da basket, solarium, idromassaggi, pareti per le scalate, discoteca, lounge bar, casino. Le bevande durante i pasti solitamente sono incluse.

DOCUMENTI NECESSARI

Ricordate che le Bahamas non sono territorio statunitense, ma uno Stato insulare autonomo che fa capo all’Inghilterra. La moneta ufficiale e’ il dollaro delle Bahamas ma in tutte le principali zone turistiche viene accettato il dollaro statunitense.

Il primo step da fare dopo aver prenotato la crociera e’ attendete che venga notificata la possibilita’ di effettuare il check in on-line. Quando riceverete l’e-mail di conferma, completate il modulo con tutti i dati del passeggero e stampate le boarding pass (solitamente a partire da 24 ore prima della partenza). Alcune compagnie, come la Norwegian, richiedono la creazione di un account on-line attraverso cui potete completare la registrazione e stampare i documenti.

Dovrete inoltre stampare le etichette da applicare ai vostri bagagli (luggage tags) che vi saranno fornite in fase di check-in. Quando arriverete al molo, lascerete le valigie al personale addetto che le carichera’ a bordo e ve le fara’ trovare gia’ in camera quando avrete passato tutti i controlli e il metal detector.
Solitamente sono consentiti due bagagli per persona con peso e misure simili alle compagnie aeree.

Presentatevi al molo almeno due ore prima. Poiche’ la maggior parte delle crociere salpa nel tardo pomeriggio potete arrivare anche per pranzo e godervi qualche ora di tranquillita’ sulla nave prima che arrivino tutti i passeggeri.

Ricordate che al rientro in territorio statunitense dovrete affrontare ulteriori controlli doganali, quindi vi serviranno passaporto con ESTA o eventuali visti.

La carta di credito e’ indispensabile sia per effettuare la prenotazione che per crearvi un account a bordo della nave, in modo da non dover pagare in contanti ogni volta che comperate qualcosa. La mattina del rientro in porto, troverete sotto all’uscio della porta della vostra cabina la fattura con le spese sostenute da saldare prima di scendere.

VISITARE LE BAHAMAS

Le Bahamas sono un arcipelago di circa 700 isole, molte delle quali selvagge e inabitate, costituite da sottili strisce di sabbia bianca finissima e immerse in un mare cristallino.

Dopo la prima notte di navigazione, la nave giunge la mattina presto presso la prima tappa del viaggio, che nel caso delle crociere Norwegian, e’ Great Stirrup Cay, l’idilliaca isola privata della compagnia, dove ho trascorso l’intera giornata tra tintarella, passeggiate sulla spiaggia, snorkeling e buffet.
Dopo un passato dominato da pirati e battaglie gloriose, questo piccolo angolo di paradiso venne venduto negli anni Settanta alla Norwegian, che fu la prima a farne destinazione per i propri clienti.

Nel tardo pomeriggio sono risalita sulla nave.

Margarita ghiacciato in mano, musica e vasca idromassaggio: riuscite a pensare ad un modo migliore per godersi il tramonto, nel bel mezzo del Mar dei Caraibi?

La serata e’ proseguita con cena (devo dire che i piatti serviti non mi sono per nulla dispiaciuti!) e “white party” sul ponte della nave, sotto a un milione di stelle, fino a notte fonda.

L’indomani, sempre di buon ora, la nave ha fatto tappa a Nassau, capitale delle Bahamas, a pochissimi chilometri da uno degli hotel piu’ famosi e lussuosi al mondo, gemello di quello di Dubai: l’Atlantis Resort.

Data la giornata un po’ nuvolosa, mi sono dedicata all’esplorazione dell’hotel, del suo spettacolare acquario (ad un costo aggiuntivo di $25-$30), del casino, dei giardini e infine mi sono concessa un po’ di divertimento al parco acquatico.

L’acquario dell’Atlantis e’ uno dei piu’ grandi al mondo ed e’ ispirato al continente perduto di Atlantide.

Centinaia di pesci coloratissimi, alcuni quasi spaventosi, un tunnel sottostante le vasche, la laguna dei predatori (con squali, barracuda e razze) e decine di piscine in cui potersi immergere con tartarughe e delfini.

Il parco acquatico ha invece come tema i Maya e i loro templi. Ad un ulteriore costo aggiuntivo di circa $100, potrete scivolare in un tubo trasparente che attraversa la vasca degli squali, galleggiare su una ciambella lungo un percorso fatto di rapide, cascate e cenote in una giungla messicana o lanciarvi dalla sommita’ di un tempio Maya, su uno scivolo verticale alto 20 m.

Se il tempo lo permette e se non volete prosciugare il portafogli con le attrazioni dell’Atlantis, potete rilassarvi in qualche spiaggia nei paraggi o fare un giro a Nassau e assaggiare qualche specialita’ locale.

Tornata a bordo della nave, la serata e’ continuata tra happy hour, cena e casino.

Ultima notte di navigazione e la mattina in lontananza gia’ si vedevano i grattacieli di Miami.

NORD AMERICA
Gallery One: il Santo Graal del Museo d’Arte di Cleveland
6 July 2015
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Arte e tecnologia sono sempre stati due concetti strettamente intrecciati tra loro.

L’etimologia stessa della parola “tecnologia” – dal greco tékhne-loghìa, traducibile come “discorso sull’arte” – suggerisce un chiaro rapporto biunivoco.

Oggi, piu’ che mai, credo che le tecnologie applicate all’arte, o meglio alla fruizione dei beni culturali, siano di fondamentale importanza per la valorizzazione del patrimonio culturale-artistico di un Paese.

Sono un’appassionata d’arte in tutte le sue forme e piu’ volte mi sono commossa di fronte ad essa. Passo volentieri ore nei musei o, come mi e’ accaduto al Museo d’Arte di Cleveland (Ohio), giornate intere.
I musei piu’ interessanti, secondo me, sono sempre quelli che offrono, al di la’ di opere dall’alto valore artistico, anche un elevato grado di interattivita’, integrando concetti tutti moderni come comunicazione e multimedialita’ negli spazi espositivi.

Circa un paio d’anni fa, ormai sotto Natale, ho avuto la preziosa possibilita’ di partecipare alla serata inaugurale di Gallery One, all’interno del Museo d’Arte di Cleveland: innovazione e pionerismo allo stato puro. E il connubio tra tecnologie all’avanguardia e opere d’arte antiche e moderne e’ stata una miscela esplosiva, che ha reso la fruizione delle opere del museo un’esperienza di per se’ unica e adatta a chiunque, bambini compresi.

Cleveland e’ (purtroppo o per fortuna) una citta’ relativamente ancora poco conosciuta e suscita un interesse turistico di gran lunga inferiore rispetto ai grandi classici come New York, San Francisco o Miami.
Ma come spesso accade, sono proprio i luoghi poco battuti a riservare le sorprese migliori.
Quindi per quanto mi riguarda, ve ne parlero’ ancora tanto sul blog (ricordate l’articolo sul cimitero di Cleveland? Beh e’ risultato essere uno dei piu’ letti e condivisi!) e spero possa diventare futura meta di viaggio per molti di voi.

Ma torniamo a noi. Questo modernissimo museo si trova nel cosiddetto University Circle: un’area urbana di circa un miglio quadrato in cui sono concentrati musei, giardini botanici, istituti d’arte e di cinema, associazioni culturali, cliniche altamente specializzate con relativi campus universitari e un affascinante cimitero (Lake View Cemetery, di cui ho parlato qui) colmo di statue celebri e mausolei.
L’area e’ famosa in quanto contiene la piu’ alta concentrazione di istituti culturali e museali di tutti gli Stati Uniti.

Il MAC (Museum of Art of Cleveland) e’ particolarmente rinomato per le sue collezioni d’arte egizia e asiatica, oltre a impressionisti, opere molto intense del Picasso del Periodo Blu e un bel giardino sul retro che ospita la famosa scultura Il Pensatore di Rodin.
Il tutto completamente gratuito, rimanendo fedeli alla volonta’ dei suoi fondatori.

Gallery One e’ una piccola frazione del museo e ospita varie opere tratte dalle collezioni permanenti. Vi si trovano statue, dipinti, reperti antichi, vasi preziosi, raggruppati per temi.

All’entrata della galleria, posta al piano terra, a ridosso dell’ingresso principale, viene fornito un tablet che, tramite un innovativo sistema di localizzazione indoor, permette al visitatore di consultare una mappa interattiva sullo schermo del dispositivo, sapendo sempre il punto esatto in cui si trova e le opere che ha intorno. Non bisogna fare altro che avvicinarsi, cliccare sul tablet l’opera interessata e imparare tutto cio’ che e’ possibile a riguardo, tramite per esempio le sapienti parole del curatore del museo. Oppure si puo’ letteralmente scannerizzare un’opera tramite il proprio dispositivo (come se si stessero usando i raggi x), consultando le informazioni mirate che appaiono sullo schermo.

Nell’intera sala sono inoltre presenti numerosi totem touchscreen interattivi che permettono di approfondire temi e movimenti artistici.
Il mio preferito e’ quello in grado di rilevare le espressioni facciali del visitatore, confrontarle in tempo reale con i visi raffigurati su tutte le opere del museo e scattare un’istantanea dei volti delle persone e dei loro corrispettivi museali, accostandoli e creando una sorta di rullino fotografico.
Sempre sullo stesso totem e’ inoltre possibile replicare con il proprio corpo le pose delle statue del museo. L’accuratezza viene valutata in automatico dal sistema che vi assegnera’ un punteggio.
Sono circa 5 i totem interattivi di Gallery One. Capite bene che in un luogo del genere e’ molto facile che i minuti diventino ore senza quasi accorgersene! Quando dico che ho trascorso un giorno intero nel museo dovete prendermi alla lettera!

Ma il fiore all’occhiello di Gallery One e’ quello che viene chiamato The Wall: il piu’ grande schermo multi-touch degli Stati Uniti, lungo piu’ di 12 m, che mostra attraverso immagini ad alta risoluzione piu’ di 4000 opere provenienti da tutte le collezioni permanenti del museo. Ogni 40 secondi le immagini cambiano, mostrando le medesime opere raggruppate per temi, lasciando il visitatore libero di interagire.
Toccando un’immagine del “muro” questa viene ingrandita e posta automaticamente vicino ad oggetti con il medesimo tema di fondo. In questo modo e’ possibile ideare un percorso personalizzato e dinamico all’interno del museo che collega per tema oggetti appartenenti a gallerie e periodi artistici differenti, permettendo inoltre di condividere con gli altri visitatori il proprio tour. Insomma, ciascun soggetto e’ completamente libero di reinterpretare l’arte, senza doversi necessariamente attenere alle interpretazioni accademiche, ma creando nuovi significati e gruppi tematici.

Molti definiscono Gallery One come il Santo Graal che qualunque museo al mondo vorrebbe esporre al proprio interno, un sistema dalle enormi potenzialita’ (anche in termini di ricavi), tant’e’ vero che tecnologie simili stanno iniziando ad essere replicate in musei piu’ conosciuti come il METe il Guggenheim di New York.

Dalle ricerche svolte, ho scoperto che anche in Italia stanno comparendo sistemi simili (vedi la pinacoteca del Palazzo Comunale di San Gimignano, Toscana), ma si tratta ancora di casi sporadici.

E sí che l’Italia e’ il Paese con la piu’ alta concentrazione di siti patrimonio dell’UNESCO (il 5% del totale mondiale, con ben 1001 siti alla data di oggi) e secondo alcune stime possiede anche la meta’ circa dei tesori d’arte del mondo.
Se pensiamo che i ricavi ottenuti dai musei, siti archeologici e scavi dell’intero patrimonio artistico-culturale italiano nel 2013 e’ di 380 milioni di euro, mentre il solo Louvre arriva a 2,5 miliardi…beh..abbiamo ancora molta strada da fare e ancora molto da imparare da Paesi come gli Stati Uniti che hanno fatto delle tecnologie applicate all’arte un mezzo efficace e divertente di apprendimento, alla portata di tutti, soprattutto delle giovani generazioni.

Alcune immagini sono tratte liberamente da internet.
NORD EUROPA
Brick Lane: alla scoperta dell’East End di Londra
22 June 2015
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Brick Lane e’ il cuore vibrante, alternativo e creativo di Londra.

In questo piccolo angolo dell’East End ho riscoperto quella parte di citta’ dall’animo ribelle e anticonformista, un po’ punk rock, dove chiunque puo’ sentirsi a proprio agio, dove si incontrano e si mescolano culture ed etnie differenti, dallo spirito street e unconventional. E me ne sono innamorata come non mi era mai capitato con nessun altro luogo della City.

Brick Lane si trova nell’ex area industriale – nel quartiere Tower Hamlets, a nord del Tamigi – ed e’ una via lunga circa 1 km costeggiata da cimeli architettonici del XVIII secolo (principalmente fornaci in cui venivano cotti mattoni – da qui ovviamente il nome Brick) oggi restaurati e adibiti a deliziose boutique di abiti vintage, gallerie d’arte, negozi eccentrici, localini underground e ristoranti etnici.

In passato il quartiere era noto per l’alto tasso di poverta’ e criminalita’. E’ proprio nelle sue vie che nel 1888 vennero uccise cinque prostitute ad opera del celeberrimo Jack Lo Squartatore.

Nella seconda meta’ del Novecento l’intera area vide una consistente ondata migratoria di popolazione bengalese, tanto da essere tutt’oggi ancora identificata con il soprannome di Banglatown. Noterete infatti che i nomi delle vie sono scritte in inglese e bengalese e che, arrivando da sud, dalla fermata della metro Aldgate East, sono innumerevoli i ristoranti con cucina tipica del Bangladesh, con quell’inconfondibile profumo di curry e spezie orientali.

Ma sarebbe davvero riduttivo attribuire confini cosi’ marcati.

Negli ultimi vent’anni infatti Brick Lane, come una gigantesca calamita culturale, ha attirato centinaia di universitari, artisti, pittori e musicisti, grazie soprattutto ai costi contenuti degli affitti, pur trovandosi a pochi passi dal centro.
Cio’ ha fortemente migliorato il clima del quartiere e l’ha trasformato da area periferica e poco raccomandabile in vero e proprio hub londinese.

STREET ART

Brick Lane e’ uno dei piu’ noti centri mondiali della street art, con murales e graffiti spesso piu’ simili a vere e proprie opere d’arte e che davvero hanno poco da invidiare a quelle esposte al Tate Modern.
ROA, Banksy e D*Face sono solo alcuni degli artisti di fama internazionale che con i loro capolavori interpretano sapientemente gli spazi urbani e donano colore e dinamismo alle strade del quartiere, sempre in movimento e sempre in continua evoluzione, in linea con lo spirito della citta’. Capita di passare per la medesima via da un giorno all’altro e ritrovarla completamente cambiata!

OLD TRUMAN’S BREWERY

Spicca maestosa sull’intera area la ciminiera del vecchio Birrificio Truman, uno dei piu’ grandi del mondo alla fine del 19esimo secolo. Chiuso nel 1989, attualmente e’ sede di gallerie d’arte, spazi multiculturali, mercatini delle pulci e stand gastronomici.

CAFE’ E LOCALI

Uno dei cafe’ imperdibili se vi trovate a passeggiare lungo Brick Lane e’ il Cereal Killer Cafe’, specializzato nella vendita di oltre 100 tipi diversi di cereali provenienti da tutto il mondo, abbinabili a circa 30 tipologie di latte e 20 guarnizioni. L’ambiente e’ molto piccolo ma straboccante di coloratissime confezioni di cereali, alcune delle quali mi hanno detto essere dei veri e propri pezzi da collezione!

Il Ten Bells e’ un pub/taverna storica in stile vittoriano risalente al 18esimo secolo e associato alle macabre vicende di Jack lo Squartatore. Sembra infatti che due delle sue vittime, Annie Chapman e Mary Jane Kelly, fossero solite frequentare il locale e si dice che la prima vi abbia bevuto un drink poco prima di essere uccisa.

Aperto 24h su 24, a Beigel Bakery si trovano i bagel piu’ buoni di tutta Londra. Salmone e formaggio o carne salata e mostarda sono le specialita’ della casa e hanno trasformato questo semplice locale in una mecca culinaria non solo per i londinesi ma anche per i foodie di tutto il mondo, al costo di un paio di sterline.

Naturalmente, non potete visitare Banglatown senza fermarvi in una delle sue curry houses e assaporare qualche piatto tipico indiano. La maggior parte di questi ristoranti abbraccia la filosofia BYOB, acronimo che sta per Bring Your Own Bottle: non vengono serviti alcolici, ma i clienti possono portarsi da casa la propria bottiglia di vino o birra.

La sera c’e’ l’imbarazzo della scelta: dalla musica eclettica e i cocktail innovativi dell’Apples and Pears, alla musica indie ed elettronica live del 93 Feet East, una vera e propria istituzione musicale, dove hanno suonato Kaiser Chiefs, Radiohead e White Stripes. Da non perdere il Village Underground, un ex magazzino trasformato in centro culturale con concerti, mostre ed eventi, sul cui rooftop si trovano quattro carrozze metropolitane in disuso completamente ricoperte di graffiti.

MARKET

Londra ha sempre fatto rima con shopping e se vi piace il vintage o semplicemente curiosare alla ricerca di qualche cianfrusaglia antica Brick Lane e’ il posto che fa per voi, specialmente la domenica.

Da Liverpool Station il primo mercato che si raggiunge e’ il famoso Old Spitafields Market, al coperto e risalente all’epoca vittoriana, in cui si puo’ trovare di tutto: abiti, gioielli, vinili usati (il secondo sabato di ogni mese e il primo e terzo venerdí del mese si svolge una fiera dedicata ai dischi e ai vinili), oggetti di design, opere d’arte.

Nel cuore del quartiere si tiene invece il Brick Lane Market o Sunday UpMarket, all’interno della Old Truman’s Brewery. La parte iniziale e’ completamente dedicata allo street food con stand economicissimi che spaziano dal thai, al cinese, al vegetariano, alla pizza. All’interno dell’edificio si trovano le aree dedicate all’abbigliamento vintage, all’oggettistica (la maggior parte fabbricata a mano dagli stessi venditori), alle anticaglie e a qualsiasi altra cosa riusciate a immaginare…si trovano anche stand che vendono oggeti smarriti e scarpe non appaiate! Insomma un mercato in perfetto stile East End, hipster, frenetico e variegato che secondo molti rappresenta un’ottima alternativa a Covent Garden.

Camminando fino all’estremita’ settentrionale di Brick Lane, all’incrocio con Columbia Road, si trova uno dei mercati piu’ amati dai londinesi: il Columbia Road Flower Market, una vera e propria oasi verde con migliaia di fiori, piante e germogli.

MOSCHEA

La London Jamme Masjid, la moschea all’angolo con Fournier Street, e’ molto interessante poiche’ simboleggia al meglio quell’incontro e succedersi  di culture diverse che tanto caratterizza Brick Lane.

Prima di diventare luogo di culto islamico, e’ stata infatti sinagoga e prima ancora chiesa cristiana, espressione quindi delle tre ondate migratorie che si sono avvicendate nel corso del tempo.

L’edificio nasce nel 1743 come chiesa protestante ad opera degli ugonotti fuggiti dalla Francia e dalle persecuzioni dei Cattolici. Nel 19esimo secolo venne convertita in sinagoga a causa di una sempre piu’ numerosa comunita’ ebraica, fuggita dalla Russia e dall’Europa Centrale. Negli anni ’70 rinasce a nuova vita come moschea per servire la comunita’ bengalese.

Ecco, se vi va di visitare una Londra un po’ piu’ insolita e anticonformista concedetevi una bella passeggiata lungo Brick Lane.

Qui, lontani dai grattacieli, dai grandi musei e monumenti del centro e lontani dalla raffinatezza del West End, troverete un quartiere modesto (anche un po’ sporco se vogliamo dirla tutta) ma arricchito dalle diversita’ culturali che si sono sedimentate negli anni, creativo, dinamico e sempre in continua evoluzione…perche’, come scrisse il buon Corrado Augias ne I segreti di Londra: “Chi vuole davvero conoscere Londra dovrebbe cominciare dall’East Side”.

ENOGASTRONOMIA
M’AMA, non m’ama. Un castello incantato nelle Terre del Chianti Classico.
7 June 2015
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Come tutte le migliori favole, anche quella che sto per raccontarvi incomincia con C’era una volta.

Immerso tra le dolci colline assolate del Chianti Classico (a Gaiole del Chianti per l’esattezza), arroccato sulla sommita’ di un poggio circondato da vigneti e uliveti, si trova il borgo di Ama, talmente incantevole che sembra quasi dipinto.

“Ama vanta una storia antichissima: venne fondato gia’ ai tempi degli Etruschi e sin da subito si distinse per l’ottima produzione di vino e olio, attivita’ che continuo’ a prosperare durante l’Impero Romano e nel Medioevo, fino a quando non incominciarono le rivalita’ tra Siena e Firenze.
E’ a questo punto che il borgo si trasformo’ in fortezza e un castello venne eretto per proteggere i suoi abitanti. Purtroppo quest’ultimo venne distrutto nel 1500, ma continua a rivivere nel nome fino ad oggi.
Nel 1800 due famiglie edificarono sulle rovine del castello due ville, dei Pianigiani e dei Ricucci, sviluppando la viticoltura a tal punto che negli anni precedenti alla Grande Guerra si contavano piu’ di 100 residenti.
Dopo la crisi degli anni successivi il numero scese drasticamente a 5.

Nel 1972 quattro famiglie romane comprarono le due ville patronali e il terreno circostante ed esattamente 10 anni dopo decisero di assumere un enologo, Marco Pallanti, alla sua prima esperienza lavorativa, destinato a rendere noto il nome del Castello di Ama in tutto il mondo.

Quando Marco arrivo’ in azienda il Chianti era ancora considerato un vino poco prestigioso, da “osteria”, ma questo non gli impedi’ di portare avanti la sua ambiziosa missione: nobilitare uno dei vini piu’ antichi d’Italia rimanendo fedele alla tradizione.

Studió quindi il terroir circostante e selezionó accuratamente gli appezzamenti migliori per la coltivazione di ciscuna tipologia d’uva.

Dopo anni di lavoro, tentativi ed esperimenti, lanció sul mercato due prodotti pioneristici nel loro genere: Chianti Classico La Casuccia e Chianti Classico Bellavista, due cru prodotti negli omonimi vigneti e soltanto nelle migliori annate.

I riconoscimenti internazionali non si fanno attendere: Wine Spectator, una delle piu’ importanti autoritá mondiali in tema di vino, assegna 95 punti al Chianti Classico San Lorenzo Gran Selezione 2010 e lo annovera al sesto posto tra i migliori 10 vini del 2014.
Ma non finisce qui: L’Apparita IGT (Merlot in purezza) diventa un vero e proprio vino cult tra gli estimatori dopo aver vinto nel 1990 a Zurigo le Olimpiadi del Vino, battendo il celeberrimo Château Petrus.

Nel corso degli anni Marco si innamora di Lorenza, una delle figlie dei fondatori del Castello di Ama e insieme riportano in auge il nome di un borgo antico centinaia d’anni.”

A questo punto Sigrid, la nostra guida italo-tedesca ed esperta di vini, fa una pausa per mostrare al gruppo le vigne San Lorenzo, quelle da cui si ottiene uno dei prodotti di punta, indicando come a sinistra in alto sia piantato il Sangiovese, a destra il Pinot Nero e in basso lo Chardonnay.

E’ una giornata splendida di inizio giugno, l’aria frizzante e il panorama tutto intorno pacifica i sensi e dona tranquillita’.

Il Castello di Ama e’ collocato nell’area piu’ storica del Chianti, chiamata anche Conca D’oro e caratterizzata in generale da vini di alta qualita’ in cui si trova il terroir ideale per il Sangiovese.

Sigrid ci tiene a precisare che in azienda la vendemmia viene ancora fatta a mano, le uve sono selezionate e ricontrollate piu’ volte per garantire la migliore qualita’.
Poi ci conduce all’interno dello stabilimento, dove incomincia il processo di vinificazione, in tini di acciaio.
Ci spiega i dettagli della prima e seconda fermentazione alcolica e poi ci conduce nella prima barriccaia, dove si trovano Chianti Classico e Chianti Classico Gran Selezione ad invecchiare al punto giusto prima di essere imbottigliati.
Al centro della stanza, pendente dal soffitto, c’e’ uno strano lampadario di vetro.

“Non si tratta di un lampadario – prosegue Sigrid – ma di una scultura. Marco e Lorenza sono grandi estimatori d’arte contemporanea e ogni anno invitano al Castello un artista di fama internazionale, che in cambio dona la sua opera.”

Per me, appassionata di vino e di arte, non potevano esistere parole migliori da udire.
Il borgo si trasforma allora in un museo a cielo aperto, ricco di opere dai significati intensi.
L’opera zero e’ L’albero di Ama di Pistoletto, collocata nell’anticamera della cantina storica, dove sono custoditi i vini piu’ pregiati.

L’idea del connubio arte-vino piacque talmente tanto a Marco e Lorenza che alla fine, anno dopo anno, si venne a creare una vera e propria collezione di arte contemporanea.

Ad oggi si trovano sparse qua e la’ nella tenuta 14 opere, tutte di sorprendente valore artistico e di grande varieta’ culturale: si passa dal capolavoro dell’indiano Anish Kapoor (l’ideatore del “Fagiolone” di Chicago) all’interno della cappella settecentesca di San Venanzio, alle macchie di colore sul selciato di fronte a villa Ricucci dell’africano Pascale Tayou; dalle molteplici mura in miniatura del cubano Carlos Garaicoa, alle “finestre” sulle vigne di Daniel Buren; dai simpatici scarabocchi sui muri del russo Solakov, fino all’opera di Kendell Geers intitolata “Revolution”: un’imponente scritta rossa al neon che campeggia sulla parete della barriccaia dove viene lasciato ad invecchiare L’Apparita.

Dulcis in fundo, si ritorna alla villa per la degustazione! Tutti vini rossi chiaramente, ma Castello di Ama produce anche un rosato e un bianco (Chardonnay + Pinot Grigio).

Il primo  vino proposto e’ un Chianti Classico DOCG 2011 chiamato semplicemente Ama, composto da 96% di uve Sangiovese e 4% di Merlot. Dopo 10 mesi in barrique e 7 di affinamento in bottiglia, questo vino si presenta di un bel rosso brillante, con sentori di frutta (ciliegia soprattutto), dal gusto pieno e strutturato. Si adatta bene a pasti leggeri come verdure e pesce. L’annata 2011 e’ stata molto calda e secca e questo e’ cio’ che si ritrova nel calice: gusto pieno, armonioso e persistente.

Si passa quindi al Chianti Classico San Lorenzo Gran Selezione DOCG 2010, la prima annata in cui Marco decide di passare dalla Riserva alla Gran Selezione. 80% Sangiovese e 20% Merlot e Malvasia Nera, questo Chianti passa 12 mesi in barrique e 18 in bottiglia, colore rosso rubino, bouquet intenso di frutti di bosco maturi, bilanciato al gusto, tannini non aggressivi. Adatto a pasti a base di carne.

Siamo ora pronti per Haiku, un rosso IGT composto da 50% Sangiovese, 25% Merlot e 25% Cabernet Franc, quindi un vino decisamente improntato verso il Bordeaux.
Haiku e’ la poesia piu’ breve del mondo (composta da sole tre righe), ma nonostante la sua brevita’ e’ portatrice di pensieri ed emozioni. Allo stesso modo vuole proporsi questo vino: si ritrova dentro tutto il territorio del Chianti.
Haiku trascorre 12 mesi in barrique e 12 in bottiglia prima di essere messo in vendita. Ha un profumo di affumicato che lo rendono un match perfetto con carne alla griglia. Sul finale e’ un po’ amarognolo e allora la nostra sempre presente guida ci suggerisce di assaggiare un po’ dell’olio di loro produzione (fantastico!) prima di riprovare Haiku, che risulta adesso molto piu’  vellutato e piacevole.

La degustazione non puo’ che concludersi con L’Apparita IGT 2010, il vino di punta e orgoglio del Castello di Ama.
Merlot in purezza, trascorre 18 mesi in barrique e 2 anni in bottiglia, ma Sigrid ci assicura che sara’ ottimo anche tra 30 anni.
Al primo assaggio nel palato si mescolano liquirizia, marmellata e cioccolato. I tannini sono vellutati e il gusto intenso e armonioso.

Sebbene il Chianti non sia mai stato tra i miei vini preferiti, quello prodotto dal Castello di Ama ha saputo stregarmi sorso dopo sorso, non solo per l’eccellente qualita’ ma soprattutto per la personalita’ marcata.
Nel calice si ritrova tutto il meglio che questa idilliaca fetta di Toscana ha da offrire, una sintesi armoniosa ed elegante tra tradizione, terroir e passione per il vino.

Insomma una storia d’amore che come tutte le migliori favole, non puo’ che concludersi con E vissero per sempre felici e contenti.

Castello di Ama
Loc. Ama, 53013 Gaiole In Chianti SI
 
 
Le visite e degustazioni si possono effettuare solo previa prenotazione e durano circa un’ora e mezza (ma nel mio caso e’ durata quasi il doppio!).
Per prenotare scrivete a info@castellodiama.com.
Il costo e’ di 35 euro.
Ama offre inoltre tre suite per il pernottamento all’interno di villa Ricucci e un eccellente ristorante (Il ristoro di Ama) che abbina i vini prodotti in loco ai piatti tipici toscani.
OVEST EUROPA
10 cose da fare a Cannes
24 May 2015
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Cannes e’ la citta’ che esprime al meglio l’incontro tra Costa Azzurra e Provenza.

Da una parte ci sono il glamour e la raffinatezza tipici della Riviera, grazie soprattutto al legame della citta’ con il mondo del cinema, dall’altra si ritrovano tutti i profumi e i sapori tipici provenzali e quelle atmosfere intime e autentiche caratteristiche dei piccoli borghi medievali, numerosissimi in tutta la Regione.

Cannes e’ il mio punto fermo ogni volta che torno in questo delizioso angolo di Francia: sempre vivace in ogni periodo dell’anno, si lascia esplorare interamente a piedi e offre una molteplicita’ di attivita’ che soddisfano tutti i gusti.

Ecco la mia lista delle 10 cose imperdibili da fare a Cannes.

1) Riscoprire il Palais des Festivals

Il Palazzo del Festival, con Casino annesso, e’ la struttura ormai nota in tutto il mondo per il suo legame con il Festival Internazionale del Cinema, che si tiene ogni anno a maggio. Di per se’ nulla di spettacolare dal punto di vista architettonico ma gli appassionati della settima arte apprezzeranno sicuramente la famosa scalinata con il tappeto rosso da cui sono solite sfilare le star del panorama cinematografico mondiale e le impronte delle mani dei piu’ grandi attori impresse su lastre di cemento collocate tutte attorno al palazzo..una sorta di Walk of Fame in chiave francese!!

2. Passeggiare lungo La Croisette

La Croisette e’ certamente uno dei lungomare piu’ belli della Francia e si snoda per 3 km dal Palazzo del Festival fino a Palm Beach. Punteggiato di palme, aiuole fiorite, boutique di moda e hotel lussuosi e’ il posto che preferisco per una bella passeggiata a fine giornata, per leggere un libro o semplicemente per osservare le anziane signore portare a spasso il loro cagnolino vestite Chanel o Dior da capo a piedi. Degno di nota e’ il raffinato Hotel Carlton, l’unico rimasto in citta’ della belle epoque.

3. Fare la spesa nei mercati ortofrutticoli locali

Fare la spesa non e’ mai stato cosi’ piacevole (e ve lo dice una casalinga molto disperata!). La vera Provenza si trova tutta qui, nei mercati ortofrutticoli che si svolgono tutti i giorni in diversi angoli della citta’. Ci troverete frutta e verdura di stagione ordinate meticolosamente per colore e per tipo, formaggi tipici, erbe provenzali, fiori e pesce freschissimo.
A Cannes ce ne sono ben tre: Forville, a mio avviso il piu’ tipico di tutti, La Bocca, nell’omonimo quartiere della citta’, e Gambetta.

4. Esplorare le Suquet

Si tratta del vecchio quartiere di Cannes, il nucleo originario della citta’ e un tempo villaggio di pescatori.
Le Suquet e’ sicuramente l’angolo piu’ pittoresco dell’intera citta’, fatto di viuzze strette e tortuose, che conducono dal porto fino alla sommita’ di una collina (il nome Suquet significa infatti  “cima”).
Rue St. Antoine e’ la via piu’ famosa ma anche la piu’ turistica, mentre il resto del quartiere e’ piuttosto tranquillo, offrendo un’atmosfera intima e romantica, soprattutto di sera.

5. Visitare il Musee de la Castre e guardare Cannes dall’alto

In cima a Le Suquet si trova un bel castello medievale da cui si gode di una vista spettacolare su Cannes e sulla baia. La fortezza e’ inoltre sede del Musee de la Castre, il piu’ noto museo della zona, interamente dedicato alla storia locale.

6. Fare una gita in battello fino a Ile St. Marguerite per scoprire i segreti della Maschera di Ferro

In pochi sanno che a pochi minuti dalla citta’, sulla verdeggiante isola di St. Marguerite, rivive una delle piu’ affascinanti leggende mai narrate: quella della Maschera di Ferro. E ancora meno persone sanno che si tratta di un personaggio realmente esistito, poi grottescamente trasformato in fantasia. Sull’isola e’ possibile visitare la cella in cui venne detenuto per molti anni e approfondire i particolari della sua misteriosa vicenda. Per maggiori informazioni leggete il mio articolo.

7. Ammirare le vetrine griffate dei grandi stilisti

Cannes e’ una citta’ dall’animo glamour e il mondo della moda e’ un lato importante del suo carattere.
Tutti i piu’ grandi stilisti del mondo hanno almeno una boutique lungo La Croisette e passeggiando per il boulevard, dalla parte opposta rispetto al mare, potrete ammirare lussuosissimi negozi di moda sfilarvi sotto agli occhi: Chanel, Valentino, D&G, Dior, Hermes, oltre a gioiellerie e parfumerie.
Chiaramente i prezzi sono tutti a quattro, cinque e sei zeri, avvicinabili solo dai portafogli piu’ equipaggiati. A noi comuni mortali, non resta che ammirare le vetrine da fuori, in stile Colazione da Tiffany.

8. Curiosare per i mercatini vintage

Il Marché Artistique et Artisanal si tiene ogni sabato e domenica dalle 10 alle 18, su Allées de la Liberté. Si tratta di un grazioso mercato in cui si puo’ curiosare alla ricerca del perfetto affare. Quadri, oggetti di antiquariato, capi vintage firmati Dior, libri antichi, stampe rare e accessori retro’…riuscite a pensare a un binomio piu’ azzeccato di Provenza e mercatino delle pulci?

9. Fare shopping a Rue Meynadier

Scendendo da Le Suquet e’ quasi impossibile non imboccare Rue Meynadier, una caratteristica e stretta via pedonale dove fare shopping a prezzi accessibili e rilassarsi in qualche bar, sorseggiando del buon vino rose’.

10. Assaporare le specialita’ locali

Diciamocelo, quando si parla di Francia la gastronomia non e’ la prima cosa che salta alla mente. Fa eccezione la Provenza.
La cucina provenzale e’ semplice ma calda, come la terra assolata da cui proviene, fatta di cibi “umili” valorizzati dalle erbe locali, che crescono spontaneamente. Olio, formaggi, olive, pesce, salumi e pane sono solo alcuni dei protagonisti del panorama culinario provenzale.
La maggior parte dei prodotti si puo’ trovare localmente nei mercati ortofrutticoli, ma anche nei menu della maggior parte dei bistrot.
Di influenza ligure e molto popolare e’ la Socca, una sorta di focaccia di farina di ceci cotta in grossi forni a legna..una vera leccornìa!
L’Aiöli e’ il condimento per eccellenza dei piatti della Provenza e, come suggerisce il nome, e’ composto da aglio e olio in formato denso adatto soprattutto ai piatti di pesce.
La Bouillabaisse e’ la tipica zuppa di pesce locale, mentre la Ratatouille e’ un piatto a base di verdure stufate, simile alla nostra peperonata.
Poi naturalmente non possono mancare crepes dolci e salate, macarons coloratissimi, baguette (da portare rigorosamente sotto al braccio!), formaggi cremosi e freschi vini rosati…una vera delizia per il palato!

NORD EUROPA
Stonehenge: impressioni e consigli sulla visita
8 May 2015
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Per molti probabilmente si tratta di pietre senza arte né parte, ma a me Stonehenge e’ sembrato davvero un luogo magico, enigmaticamente sospeso tra due realta’ temporali. Una sorta di porta sul nostro passato…talmente passato che mi e’ parso quasi surreale.

L’idea che quelle pietre siano state piantate li’ migliaia di anni fa dai nostri antenati ha qualcosa di incredibilmente sorprendente e magnetico.

Pensate soltanto che il terrapieno circolare (la parte piu’ esterna del sito) venne edificato gia’ nel 3000 a.C.…no dico, stiamo parlando di 5000 anni fa!!! I pesanti megaliti vennero portati qui 500 anni dopo e disposti in forme circolari e a ferro di cavallo.

L’intero complesso archeologico venne dichiarato patrimonio dell’UNESCO nel 1986 ed e’ facilmente raggiungibile in auto da Londra. E’ collocato nel bel mezzo della vasta distesa erbosa di Salisbury, nella regione dello Wiltshire, isolato e talmente imponente da essere visibile gia’ a chilometri di distanza, creando sempre un traffico non indifferente sulla A303, la strada che gli scorre accanto.

I TRE ENIGMI

Stonehenge e’ probabilmente uno dei piu’ emblematici monumenti del passato, che ha suscitato numerosi interrogativi, molti dei quali, nonostante le avanzate tecnologie, rimangono irrisolti.

  1. I megaliti piu’ grandi raggiungono il peso di 35 tonnellate e sono costituiti dalla sarsen, un tipo di arenaria che si trova solo a 30 km a nord di Stonehenge, mentre le pietre piu’ piccole, chiamate collettivamente “blu”, provengono da una zona situata a oltre 240 km dal sito.
    Come hanno fatto a trasportare le pietre fino all’attuale piana?
    Le sarsen piu’ grandi e piu’ vicine furono quasi certamente trascinate sopra ad una slitta di legno da piu’ di 200 persone, ma le pietre blu? Come hanno fatto a compiere un’impresa cosi’ complessa con tecnologie rudimentali?

  2. Una differenza notevole tra Stonehenge e altri cromlech del medesimo periodo e’ che i megaliti di Salisbury furono finemente intagliati per ottenere blocchi rettangolari, poi disposti in strutture architettoniche complesse.
    Per quale motivo venne data cosi’ tanta attenzione alla sua costruzione? Cosa lo rendeva speciale?

  3. Stonehenge e’ inoltre allineato sull’asse che collega il punto in cui sorge il sole nel solstizio d’estate con quello in cui tramonta nel solstizio invernale e che congiunge idealmente i due punti a 180 gradi di distanza sull’orizzonte.
    Qual’era la vera funzione dell’intero sito?

IPOTESI

Dai reperti umani ritrovati all’interno delle buche di Aubrey (si tratta di una serie di 56 buche disposte in circolo all’interno del terrapieno) e del fossato sembra che nelle prime fasi della sua esistenza Stonehenge fosse un cimitero.

Tutto cambio’ quando nel 2500 a.C. vennero erette sul terreno le enormi pietre che vediamo oggi.

Secondo molti il motivo che spinse gli uomini del Neolitico, legati alla terra e ai suoi frutti, a costruire un’opera cosi’ complessa puo’ essere ricondotto alle necessita’ pratiche della comunita’ preistorica.
L’inverno era infatti la stagione piu’ temuta mentre l’estate era il periodo del raccolto e dell’abbondanza: Stonehenge puo’ essere allora stato creato per tracciare il cambiamento delle stagioni, come una sorta di osservatorio astronomico o calendario pesante centinaia di tonnellate.

Secondo altri la motivazione e’ prettamente divinatoria: Stonehenge rappresentava un luogo sacro in cui venivano svolte cerimonie e si veneravano le divinita’.

C’e’ poi tutta una serie di ipotesi decisamente meno plausibili ma sicuramente fantasiose.
Alcuni sostengono che la nascita del cromlech sia attribuibile a mago Merlino, altri ritengono che Stonehenge fosse un tempio druido (i sacerdoti pagani dell’eta’ del ferro), mentre le ipotesi piu’ bizzarre portano direttamente agli alieni.

Interessante e’ sicuramente il fatto che tutt’oggi enormi folle di seguaci di culti neopagani, come il Celtismo e la Wicca, vi si rechino in pellegrinaggio, specie durante i solstizi.

VILLAGGIO NEOLITICO

Una parte molto interessante della visita al sito e’ il villaggio neolitico, posto all’ingresso dell’area, proprio dietro al visitor center, e che ripropone una replica perfetta della vita quotidiana degli uomini che lavorarono alla costruzione di Stonehenge, con le abitazioni, gli attrezzi e le ceramiche di un tempo.

NELLE VICINANZE: WOODHENGE

A pochi chilometri dalla piana di Salisbury si trova un altro circolo neolitico (risalente al 2500 a.C.) noto come Woodhenge, costituito da sei anelli concentrici di buche in cui originariamente erano incastonati alti pali di legno (oggi le buche sono state colmate da piccole colonne di cemento colorate).
Inquietante e’ il ritrovamento di una tomba al centro del sito contenente lo scheletro di un bambino.
L’accesso a Woodhenge e’ libero, senza costi d’ingresso e con praticamente nessun turista nei paraggi, lasciandovi liberi di passeggiare al suo interno e godervi un po’ di silenzio.

IMPRESSIONI

Credo che il modo migliore per accostarsi a Stonehenge e provare a scalfire il suo alone di mistero, sia quello di munirsi di una buona dose di immaginazione: prese cosi’, per quello che sono, le pietre del sito non sono che…pietre.
Ma se proverete ad isolarvi per qualche minuto dalla folla (perche’ vi assicuro che ce ne sara’ parecchia!) e ad immaginare come doveva essere la piana di Salisbury migliaia di anni fa, a immaginarla animata da centinaia di “operai” preistorici, a immaginare come doveva essere la loro vita quotidiana a quei tempi..se riuscirete a lasciar libera l’immaginazione, allora riuscirete a farvi catturare dalla magia di questo luogo strabiliante e dal suo enigmatico fascino primordiale.

E se sarete abbastanza bravi e proverete a tendere bene l’orecchio, forse riuscirete a percepire il bisbiglío dei nostri avi, la voce millenaria della Storia dell’Uomo, sussurrarvi tutti i piu’ intimi segreti delle pietre piu’ emblematiche del mondo.

 

CONSIGLI PRATICI PER LA VISITA

L’unico modo per accedere al complesso archeologico e’ tramite una prenotazione on-line in anticipo.

Sono disponibili due tipi di biglietto:

  • Regular Admission: dalle 9.30 del mattino alle 19.00 circa (l’orario di chiusura varia a seconda della stagione) al costo di 14,50 sterline. Questo tipo di biglietto permette di visitare liberamente l’area attorno alle pietre, senza pero’ alcun accesso all’interno. Guide stampate e audio in italiano sono disponibili ad un piccolo sovraprezzo.
  • Stone Circle Access: al di fuori dei normali orari di visita (all’alba e al tramonto) al costo di 30 sterline con accesso completo al circolo. In questo caso non si tratta di visite guidate, quindi non saranno disponibili guide di alcun tipo, ma con il medesimo biglietto avrete diritto ad una Regular Admission durante il giorno.

Prenotare lo Stone Circle Access e’ un’impresa, soprattutto in primavera\estate e in generale nei weekend, quindi consiglio di muoversi almeno due mesi prima della data della vostra visita.
Mentre la Regular Admission si puo’ prenotare in pochi passi (cliccate sul link e seguite le istruzioni), l’altra richiede la compilazione di un modulo da inviare via e-mail assieme al pagamento (per info potete scrivere a questo indirizzo: stonecircleaccess@english-heritage.org.uk).

ENOGASTRONOMIA
Un tram chiamato ATMosfera. Cena itinerante per le strade di Milano
2 April 2015
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Un tour della Milano storica e contemporanea, attraverso i luoghi piu’ significativi: il Duomo, il Castello Sforzesco, l’Arco della Pace, il Teatro alla Scala, la Darsena, le Colonne di San Lorenzo e molti altri.

Niente di nuovo, starete pensando. Vero. Ma siccome non amo la banalita’, l’insolita visita che propongo oggi si svolge interamente a bordo di uno dei tram storici della citta’, completamente ristrutturato e trasformato da ATM (Azienda Trasporti Milanesi) in un elegante e romantico…ristorante!

Non si tratta quindi di una semplice visita del capoluogo lombardo ma di un vero e proprio viaggio nei luoghi che ne hanno fatto la storia e nelle ricette tipiche locali, in un’atmosfera (non a caso questo e’ anche il nome dato al tram-ristorante, con le prime tre lettere maiuscole) raffinata e un po’ retro’, coccolati per due ore, tra un buon calice di vino e le prelibatezze dello chef, mentre fuori dal finestrino, parzialmente coperto da tendine a soffietto, la citta’ scorre lenta.

ATMosfera 1 e 2 sono due dei circa 500 tram di tipo Ventotto costruiti tra il 1928 e il 1930, restaurati recentemente e convertiti in vagoni ristorante, con l’aggiunta di tavolini e di una cucina.
Si tratta della medesima generazione di tram di cui fa parte la vettura donata da Milano alla citta’ di San Francisco e attualmente in servizio nel tratto tra Castro e Fisherman’s Wharf.

Il monumento che fa da sfondo al punto di partenza e di arrivo del tram-ristorante e’ il Castello Sforzesco, particolarmente suggestivo la sera.

Sono tre i menu proposti – carne, pesce e vegetariano – e i piatti vengono cambiati stagionalmente.

Il menu a base di carne si e’ rivelato una decisione vincente e il vino rosso proposto, fresco e non eccessivamente corposo, si e’ accostato bene alle pietanze, ricercate ma sempre sostanziose. Il cameriere e’ stato di una gentilezza esemplare e il servizio degno dei ristoranti pluri stellati.
Qui sotto troverete una carrellata delle varie portate, per farvi un’idea sulla tipologia dei piatti proposti.

L’itinerario attraverso Milano dura all’incirca un paio d’ore e consiste in una sorta di trifoglio con Piazza Cordusio come punto cardine e una breve pausa di circa 10 minuti in Piazza Fontana, alle spalle del Duomo.

La mappa qui sotto riporta il percorso completo, ma tenete presente che il tragitto puo’ subire variazioni dovute ai lavori in corso, soprattutto in questo periodo di “ultime corse” in vista di Expo.

In linea di massima, la prima parte della serata si svolge nell’area sud-ovest di Milano, quella dei Navigli, della Basilica di Sant’Eustorgio che conserva le spoglie dei Re Magi, della Darsena di Porta Ticinese restaurata pochi giorni fa e tornata, quasi, alla sua antica gloria, delle Colonne di San Lorenzo e della chiesa di Santa Maria presso San Satiro, uno dei capolavori rinascimentali del Bramante.

Si passa poi alla visita dell’area nord-est: il Teatro alla Scala, i negozi alla moda di Via Montenapoleone, i Giardini Pubblici Indro Montanelli, Piazza Cinque Giornate e la Chiesa di San Bernardino alle Ossa (vi ricordate che vi avevo gia’ parlato qui del macabro segreto racchiuso tra le sue mura?), fino a Piazza Fontana, dove il tram si ferma per una pausa.

Il tragitto riprende in direzione nord-ovest, verso la celeberrima chiesa rinascimentale di Santa Maria delle Grazie che conserva nel refettorio annesso il capolavoro vinciano l’Ultima Cena, il Parco Sempione, polmone verde di Milano, l’Arco della Pace, il Cimitero Monumentale (considerato vero e proprio museo a cielo aperto per l’alto valore artistico delle sculture al suo interno, oltre ad essere sepolcro di Alessandro Manzoni, Alda Merini e Salvatore Quasimodo), la vivace Chinatown e in chiusura Piazza Castello, situata tra il Castello Sforzesco ed ExpoGate.

Un’occasione originale per guardare Milano da un’altra prospettiva, assaporandone non solo la bellezza notturna ma anche le prelibatezze culinarie, durante una cena tutta itinerante e romanticissima, magari condivisa con la vostra persona del cuore.

E allora…tutti in carrozza! A bordo non troverete un super sexy Marlon Brando a timbrarvi il biglietto, ma vi prometto che sara’ una serata magica!

Come prenotare una cena sul tram-ristorante ATMosfera?

Armatevi di pazienza perche’ prenotare un tavolo per due, specie se nel weekend, sara’ una vera e propria impresa!
L’unico modo per farlo e’ seguendo le istruzioni che troverete cliccando questo link: selezionate l’orario e il numero di persone e in automatico appariranno le date disponibili. Dopodichè scegliete tra i tre menu proposti (che potete modificare successivamente fino a tre giorni prima della cena) e procedete al pagamento. Il costo e’ di 70 euro a persona e comprende: aperitivo, antipasto, primo, secondo, dolce, caffe’ e una bottiglia di vino ogni due persone.
Ricordatevi che il 15 di ogni mese si aprono le prenotazioni per il mese successivo a quello gia’ in vendita. Quindi per un tavolo nel mese di giugno potete incominciare a giocare al dito piu’ veloce a partire dal 15 aprile. I tavoli si esauriscono molto velocemente.
Per maggiori info e recapiti cliccate qui.

SUD EUROPA
L’Isola che c’è. Tour nella street art di Milano
25 March 2015
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Migliaia i pendolari che ogni giorno raggiungono la citta’ di Milano da tutta la regione per mettere in moto gli ingranaggi di quella inesorabile macchina che e’ il business. Grattacieli sempre piu’ alti, cantieri sempre piu’ numerosi e una previsione preoccupante sui livelli di inquinamento pubblicata proprio pochi giorni fa.

Ma a me Milano continua a piacere perche’ riserva, a chi riesce ad andare oltre ai pregiudizi che le sono stati cuciti addosso, delle sorprese incredibili e poco conosciute che la rendono una citta’ dalla bellezza disarmante ma discreta, piena di segreti e misteri (che amo raccontarvi attraverso la rubrica: #isegretidimilano), ricca d’arte e cultura, proiettata sempre piu’ verso il futuro ma ancora cosi’ saldamente legata al suo passato.

Il quartiere Isola fa parte della Milano che mi piace raccontare, cosi’ vicino all’area di Porta Nuova, ai suoi grattacieli, locali alla moda e vetrine griffate, eppure cosi’ capace di mantenere la propria identita’, di ribellarsi ai mutamenti radicali che si stanno verificando in gran parte della citta’ (soprattutto in vista di Expo), quasi fosse un piccolo paesino di provincia, geloso della propria privacy.

Il nome Isola deriva dal fatto che il quartiere risulta “tagliato” dal resto della citta’ sia fisicamente, poiche’ il suo perimetro e’ delineato dai binari ferroviari che giungono alla vicina Stazione di Porta Garibaldi, sia idealmente, poiche’ i suoi abitanti (gli isolani) si sentono parte di una vera e propria comunita’ a se’ stante, in cui tutti si conoscono e si salutano per strada, in cui il traffico caotico di Milano sparisce.
Punteggiata di palazzi in stile liberty e case di ringhiera tipici della Milano di inizio Novecento, persino la sua urbanistica contrasta nettamente con quanto le spicca attorno, come per esempio l’avvenieristica Unicredit Tower che si puo’ scorgere da ogni angolo del quartiere.

Isola nasce nello scorso secolo come quartiere operaio, complice la ravvicinata presenza di fabbriche importanti (come la Pirelli) e ovviamente della ferrovia. Fu sede di numerose lotte popolari ed episodi significativi di antifascismo che hanno contribuito a fortificare l’identita’ del quartiere.
Per molti anni e’ stato un luogo poco sicuro, dominato dalla criminalita’ e dalla malavita, ma negli ultimi anni si e’ trasformato in un rifugio per artisti e artigiani e si e’ caratterizzato da un’intensa e vivace attivita’ culturale.
Il famoso locale di musica jazz Blue Note si trova proprio qui e poco distante e’ collocato il Teatro Verdi, impegnato a promuovere la cultura dal 1922.
Saracinesche di negozi e botteghe sono decorate con motivi originali e coloratissimi, commissionati a vari artisti.

Ed e’ proprio una particolare forma d’arte a caratterizzare in modo molto marcato l’intero quartiere: la street art, nata negli Stati Uniti come forma espressiva di ribellione e diventata ai suoi massimi livelli arte al 100%, in grado di trasformare spazi urbani in musei a cielo aperto.

Isola, in quest’ottica, rappresenta uno dei piu’ caratteristici e sapienti esempi che possediamo in Italia di cultura underground e street art perfettamente integrati con il substrato urbano, in grado di creare un surplus artistico e culturale alla portata di tutti, un vero e proprio museo in cui non serve pagare il biglietto.

Il mio tour fai da me incomincia dalla Stazione di Porta Garibaldi e precisamente dal sottopassaggio che collega i binari principali all’uscita su via Guglielmo Pepe.
Fino a pochi anni fa il sottopasso era un luogo degradato e sporco, ma recentemente e’ diventato sede di un importante progetto chiamato EscoAdIsola che ne ha promosso la riqualifica attraverso un concorso rivolto ad artisti in grado di utilizzare tecniche alternative come il writing, i graffiti, il wall painting e simili.
Vi si trovano oggi bellissime opere, soprattutto legate al tema del viaggio, che hanno coinvolto non solo artisti di tutto il mondo ma anche i giovani di un liceo della zona.

Il progetto ha previsto in ultima fase l’abbellimento del muro esterno all’uscita su via Pepe con opere legate al tema “Il giardino dell’Isola” e caratterizzate da richiami alla natura.
Tra queste la piu’ famosa e’ sicuramente Un mondo diverso e’ possibile di Mr. Blob, con una Taranto grigia e inquinata sullo sfondo e in primo piano una bambina che innaffia una pianta, sognando di vivere in un mondo pulito e in armonia con la natura.

L’itinerario prosegue a piedi costeggiando i binari ferroviari, svoltando poi a destra in via Cola Montano.
Qui incontrerete alcuni dei piu’ simpatici e tipici esempi della street art di PAO, artista che sfrutta elementi del contesto urbano (pali della luce, paracarri, cabine elettriche, WC pubblici) per portare allegria e colore in citta’, popolandola di personaggi dei cartoni animati come Mr. Magoo, Hello Spank e Snoopy…impossibile non lasciarsi scappare un sorriso!

Al civico n. 15 si trova un grosso muro animato dai graffiti bidimensionali di Zedz e da un cartoon, opera dell’artista americano Ron English, considerato da molti l’erede di Warhol e famoso soprattutto per i baby Hulk realizzati in molte metropoli del mondo come New York e Miami.

Girando a destra in via Angelo della Pergola si incontra un enorme murales costituito da una grande varieta’ di stili ed elementi. Si tratta infatti di un’opera realizzata da piu’ artisti intervenuti in successione temporale l’uno all’altro a partire dal 2006, ciascuno apportando tematiche proprie, senza mai modificare o coprire il precedente lascito.
Firme dei piu’ noti artisti sono le figure metafisiche di El Gato Chimney e gli organismi fluttuanti di Microbo.
Quest’ultimo e’ inoltre presente in numerose altre opere del quartiere, sempre riconoscibile per la presenza di piccoli microrganismi che sembrano galleggiare nell’etere e con i quali l’artista esprime il suo rifiuto per la violenza dell’uomo sulla natura, auspicando ad un ritorno alle origini, a esseri semplici ed essenziali.

Svoltando l’angolo si incontra un negozio di autoricambi divenuto famoso per aver commissionato a famosi writer la sua decorazione esterna.
Alla destra della saracinesca e’ realizzata La Madonna di Guadalupe di Ozmo, in bianco e nero e letteralmente creata attorno allo spigolo del muro grazie alla tecnica dell’anamorfosi, ovvero l’arte di comporre immagini distorte che acquistano senso solo se osservate da una particolare prospettiva.
Sulla sinistra si trova L’angelo fluttuante dell’americano Ryan Spring Dooley, che ritrae un angelo in volo sopra a Milano, identificabile dai tipici tram.

Sulla serranda al centro spicca un grosso stencil che rappresenta il viso paffuto e simpatico di Arnold (protagonista della serie TV americana Il mio amico Arnold, divenuto poi icona pop mondiale) opera dello street artist Zibe, che e’ solito far uso del noto personaggio televisivo come firma delle sue opere e come simbolo della vittoria del perdente contro i bulli che lo hanno sempre preso in giro.
Se osserverete con attenzione riuscirete ad individuare questa stessa immagine in moltissimi altri punti del quartiere e nell’intera citta’ di Milano, soprattutto vicino a insegne e su innumerevoli muri.

Il tour prosegue fino a Piazza Tito Minnitti dove si trova The wall, una sorta di patchwork tra gli stili di Microbo, The Don e BO130, in cui il tema del blu costituisce il comun denominatore. Facilmente riconoscibili i tre diversi apporti artistici che risultano al contempo perfettamente integrati tra loro.

L’ultima tappa si trova al n. 21 di via Sebenico, presso il Teatro Sassetti che ospita la sede della scuola di arti circensi e teatrali e che ha ulteriormente caratterizzato l’area attraverso immagini e oggetti legati all’universo allegro e colorato del circo e in particolare dei clown.

Sebbene Isola si stia imponendo sempre piu’ come uno dei quartieri piu’ in fermento e dinamici di Milano, bisogna tuttavia ricordare che la street art in Italia e’ ancora piuttosto segreta e ai limiti della legalita’, senza una chiara distinzione tra arte e vandalismo.

Benvenga allora che si faccia chiarezza su un tema ancora cosi’ controverso e se le mie parole (ma soprattutto le immagini) riusciranno anche solo in minima parte a far emergere la verita’ su questa piccola realta’ locale, ancora parzialmente nell’ombra e spesso mal interpretata, allora sapro’ di aver fatto bene il mio lavoro.

Quello che a me e’ parso chiaro dopo una passeggiata per le vie del quartiere e’ che Isola c’e’, che la sua voce fuori dal coro si sta lentamente imponendo sul panorama artistico italiano e, se saremo in grado di ascoltarla, sono sicura che quello che per ora e’ un quartiere poco conosciuto, potrebbe trasformarsi in un futuro luogo turistico di Milano come lo sono il Duomo o Brera, capace di richiamare l’attenzione mondiale allo stesso modo dei quartieri artistici di Berlino e Bruxelles (tanto per citarne alcuni).

E allora W la street art e ricordate: seconda stella a destra e poi dritti fino al mattino, verso l’Isola che…c’e’!!! 🙂

Ecco il percorso completo con un segnaposto per ogni opera citata nell’articolo.
Il tour parte dalla stazione ferroviaria di Milano Porta Garibaldi e termina accanto alla fermata Isola della linea viola della metropolitana.

SUD EUROPA
Capodanno Cinese: l’anno della capra alla Chinatown di Milano
3 March 2015
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Trovo che l’aspetto più affascinante dell’Asia sia il ruolo fondamentale che superstizioni e credenze popolari svolgono nelle vite quotidiane dei suoi popoli.

Ogni ricorrenza, evento o festività affonda infatti le sue radici in storie e leggende antichissime, tramandate per migliaia di anni di generazione in generazione fino ad oggi e non si potrebbero capire a fondo le tradizioni e le usanze di questo immenso Paese se non si conoscesse la loro origine.

La Cina, con la sua storia millenaria, è maestra nel preservare antiche credenze e il popolo cinese, sebbene non sia religioso in senso convenzionale, è conosciuto in tutto il mondo per la sua superstizione. E’ per questi motivi che ancora oggi si celebra il Capodanno come migliaia di anni fa, con dei grandiosi festeggiamenti per scacciare gli spiriti maligni e ingraziarsi quelli buoni, in vista di un anno di prosperità e felicità.

Tali celebrazioni sono perciò una vera e propria finestra aperta sul tempo e potervi partecipare è quasi come salire su una macchina del tempo. E non serve necessariamente prendere un volo per la Cina, perché in Italia si trovano due delle più importanti Chinatown del mondo: quella di Roma e quella di Milano.
Mi sono perciò unita alla festa che si è svolta nel capoluogo lombardo, lungo Via Paolo Sarpi, cuore pulsante del quartiere cinese, dove ogni anno si celebra il Capodanno in un tripudio di colori vivaci, acrobati, dragoni, maschere, fuochi d’artificio e festoni che attira non solo i membri della comunità cinese, ma anche migliaia di curiosi.

CALENDARIO E ZODIACO CINESI

Il calendario cinese è lunisolare, il che significa che l’inizio di ogni mese cade in corrispondenza di ciascun novilunio. Per questo motivo il primo giorno dell’anno cade in giorni differenti e solitamente coincide con la seconda luna nuova dopo il solstizio d’inverno, tra il 21 gennaio e il 19 febbraio del calendario gregoriano.

Ad ogni anno corrisponde un animale, per un totale di 12, che si susseguono a ripetizione (un po’ come i nostri segni zodiacali ma di durata annuale). Si narra un’interessante leggenda riguardo lo zodiaco cinese, secondo cui il Buddha in persona, presagendo la propria morte, chiamò a raccolta tutti gli animali della Terra, ma solo 12 andarono a porgergli l’ultimo saluto: il topo, il bufalo, la tigre, il coniglio, il drago, il serpente, il cavallo, la capra, la scimmia, il gallo, il cane, il maiale. Per premiarli della loro fedeltà, il Buddha decise di nominare gli anni del ciclo lunare con i loro nomi.

Ciascun animale, con le proprie peculiarità, ha un enorme influsso sulla personalita’ degli individui nati in quell’anno.
Il 2015 è l’anno della capra, animale dotato di creatività, emotività, generosità e pessimismo, tutti tratti che si riscontrano nei nati sotto questo segno.

Ma attenzione: l’astrologia in Cina non è relegata alle ultime pagine dei giornali e delle riviste come accade in Italia, ma è una realtà che influenza le vite quotidiane di milioni di persone! Ha origini antichissime e tutti i più grandi imperatori cinesi si avvalsero dei preziosi consigli dei loro fidatissimi astrologi seguendone alla lettera i suggerimenti. Ancora oggi, i cinesi consultano scrupolosamente il proprio oroscopo prima di intraprendere importanti decisioni in ambito sentimentale, famigliare e lavorativo.

RITI E USANZE DEL CAPODANNO CINESE

Il Capodanno Cinese, noto anche come Festa di Primavera, è la festività più sentita dai cinesi (in Estremo Oriente e nelle Chinatown del mondo) e solitamente dura 15 giorni.
Nei giorni precedenti al Capodanno ci si dedica alla pulizia della propria casa per spazzare via simbolicamente la sfortuna del vecchio anno. Il primo giorno è invece dedicato ad una festa famigliare durante la quale si mangiano i ravioli (o jiaozi) e ci si scambiano doni, mentre l’ultimo giorno ha luogo la Festa delle Lanterne. Porta fortuna vestirsi di rosso e solitamente i festeggiamenti prevedono fuochi d’artificio, parate, musiche e danze tradizionali, maschere e dragoni.

Un’antica leggenda narra che una volta in Cina viveva un mostro dalla testa di leone chiamato Nian, che usciva dalla sua tana una volta ogni 12 mesi per nutrirsi di esseri umani. Il mostro aveva due talloni d’Achille: i forti rumori e il colore rosso, che venivano sfruttati dagli esseri umani per spaventarlo, sfuggendo così alle sue grinfie. Ecco perchè si accoglie l’anno nuovo con una festa caratterizzata da forti rumori e dal colore rosso, per ricordare quanto accaduto in tempi antichi e simbolicamente scacciare il mostro, emblema di sfortuna e disgrazia.

CAPODANNO ALLA CHINATOWN DI MILANO

A Milano, sebbene il primo giorno dell’anno cinese sia stato il 19 febbraio, i maggiori festeggiamenti si sono svolti domenica 22 febbraio.

Dalle 10.30 alle 12.30 circa, in Piazza Gramsci, su un palco decorato con festoni e lanterne rosse, si sono esibiti acrobati, classi di Tai Chi, di canti e di danze tradizionali cinesi.

Pranzare in via Paolo Sarpi durante questa giornata è pressoché impossibile in quanto è tutto prenotato da giorni.
Come da tradizione, mi sono concessa i famosissimi ravioli di carne e gamberi, oltre al tipico piatto di anatra, bambù e funghi presso la trattoria cinese Long Chang, squisito e molto economico, con proposte inconsuete come l’antipasto di medusa o le cicale.

Alle 14 e’ iniziata la grande parata che, come consuetudine, è partita da Piazza Gramsci, dopo il saluto delle autorità cinesi, e si è snodata poi lungo tutta via Paolo Sarpi, completamente congestionata dalla folla.

Forse fuorviati dalla macchina fotografica appesa al mio collo e convinti fossi la reporter di qualche rivista, la sicurezza mi ha lasciata oltrepassare le transenne poste intorno al punto di partenza della parata e ho potuto così vedere da vicino e fotografare tutti i gruppi e le maschere presenti.

I bambini in abiti tradizionali sono sempre i più carini e queste bimbe sembrano davvero a loro agio a farsi scattare fotografie.

Incantevoli nei loro abiti colorati e acconciature perfette, le giovani donne sono belle da togliere il fiato e sono state tutte molto disponibili a mettersi in posa.

Come da tradizione non puo’ mancare la Danza del Leone, animale considerato sacro e che grazie ai suoi poteri è in grado di scacciare entità maligne. A ritmo di tamburi, piatti e gong questa danza è considerata di buon auspicio per il nuovo anno.
Eccomi quindi abbracciata al leone…e speriamo mi porti un po’ di fortuna!

Di significato differente ma ugualmente importante è la Danza del Dragone, eseguita con un drago di stoffa e cartapesta, sostenuto da diverse persone (circa 10) che muovono il manichino in una danza ipnotizzante e spettacolare, quasi come fosse vivo. I dragoni più lunghi possono misurare fino a 60 metri. Sebbene nell’immaginario occidentale il dragone sia associato a qualità negative, nella tradizione cinese esso è sostanzialmente emblema di dignità, forza e saggezza, oltre ad essere un simbolo di buona fortuna e prosperità.

Moltissime le maschere della tradizione cinese presenti alla parata, tutte accomunate da colori sgargianti.

Una di queste ha anche provato a papparsi la mia testa durante un video-selfie…

Questo breve video e’ stato trasmesso durante la puntata del 22 febbraio del famoso programma televisivo Il Mondo Insieme, condotto da Licia Colo’.

CURIOSITA’

Secondo il folclore cinese quello che si fa a Capodanno influenza il resto dell’anno ed esistono perciò delle regole comportamentali che vengono scrupolosamente osservate a partire da un mese prima del Capodanno fino alla Festa delle Lanterne come per esempio: non lavarsi i capelli i primi tre giorni dell’anno (per non lavar via la fortuna portata dal nuovo anno), non chiedere prestiti perché verranno negati e indossare biancheria rossa, usanza, quest’ultima, che sorprendentemente si ritrova anche nel Capodanno all’occidentale.

Come è consuetudine augurarsi l’un l’altro in Cina: 三羊开泰 s开泰!!!!!! Ovvero Tre capre portano fortuna!

E allora..buon anno della capra a tutti!

NORD AMERICA
Itinerario di 15 giorni nel sud della Florida: Miami-Bahamas-Key West
23 February 2015
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La Florida è chiamata The Sunshine State, lo Stato dove splende sempre il sole e grazie al suo clima tropicale è visitabile 365 giorni l’anno, nonostante sia molto calda, afosa e piovosa ad agosto.

Agosto è anche il mese più caro e affollato di turisti, insieme al periodo natalizio e allo spring break.
Se non parlate bene l’inglese potete esprimervi senza problemi in un misto di italiano e spagnolo compreso da tutti, soprattutto a South Beach.
La rete ferroviaria è poco sviluppata, ma le autostrade sono ampie, quindi la macchina resta il mezzo migliore con cui spostarsi in Florida.
La città di Miami è ben servita da una fitta rete di autobus che la collegano sia a Miami Beach sia a Key West.
I taxi, come nel resto degli Stati Uniti, sono relativamente economici e comodi per i piccoli spostamenti.

In questo itinerario, ideato per una vacanza di 15 giorni, vi accompagnerò tra le meraviglie di Miami e delle isole Bahamas e Keys, consigliandovi luoghi turistici e non, ristoranti caratteristici in cui mangiare e attività/escursioni insolite, per farvi assaporare appieno il meglio che il sud della Florida ha da offrire.

GIORNO 1: Italia – Miami

GIORNO 2: complice il jet lag (il fuso orario della Florida è sei ore indietro rispetto a quello dell’Italia), vi sveglierete all’alba: approfittatene per passeggiare in spiaggia, quando ancora non ci sono turisti ad affollarla, il sole è piacevole sulla pelle e il mare è calmo e pulito.
Prendetevi il resto della giornata per rilassarvi al sole di South Beach, ma state attenti ai raggi UV che all’altezza della Florida sono molto intensi e provocano facilmente brutte scottature.
Nel tardo pomeriggio esplorate a piedi la punta sud di Miami Beach, dove si trova South Pointe Park, un grazioso e curato parco pubblico da cui potrete osservare le enormi navi da crociera salpare dal porto e dirigersi alle Bahamas (tranquilli, ci salirete anche voi nei prossimi giorni!).
Proseguite lungo il sentiero pedonale e fermatevi per un aperitivo e per cena da Monty’s Sunset, frequentatissimo dalla gente del posto, proprio di fronte alla Marina di Miami Beach. Ordinate un Miami Vice e un piatto di fish & chips, godetevi l’atmosfera rilassata e informale del locale e il tramonto sulla baia.

South Beach

GIORNO 3: la mattina salite sul bus C o S da Miami Beach in direzione Downtown (non serve il biglietto, ma si inseriscono direttamente monete pari a $2 in una macchinetta a bordo) e scendete lungo Biscayne Blvd.
Visitate il nuovo Perez Art Museum, affacciato sulla baia e interessante sia dal punto di vista culturale – ottima la collezione d’arte contemporanea e i Warhol – che architettonico, poiche’ vi si trovano i cosiddetti “vertical garden”, dei veri e propri giardini appesi al soffitto, progettati dal botanista francese e visionario Patrick Blanc. Pranzate presso il ristorante del museo.
Nel pomeriggio spostatevi a piedi nell’adiacente American Airlines Arena, lo stadio dove giocano i Miami Heat, e lasciatevi ammaliare dalle decine di grattacieli modernissimi che si innalzano in tutta Downtown e che costituiscono uno degli skyline più famosi al mondo.
Salite a bordo della Metromover, la linea di navette sopraelevata e gratuita che transita in mezzo agli alti palazzi di Downtown e Brickell, da cui avrete delle visuali insolite sul centro-città.
Scendete alla fermata Bayside e camminate fino a raggiungere Bayside Market Place, un mall a cielo aperto dove potrete fare shopping ed escursioni in barca al tramonto, come quella che vi porterà a visitare la vicina Star Island, dimora di numerose star hollywoodiane e personaggi famosi.
Cenate presso Hooters, una delle catene di hamburger più caratteristico del sud degli Stati Uniti in cui, a parte il cibo da favola, potrete rifarvi gli occhi con le cameriere che sembrano uscite dalle copertine di riviste maschili e che indossano uniformi molto succinte…ma attenzione al pericolo “moglie/fidanzata gelosa”!!

GIORNO 4: escursione all’Everglades National Park, il terzo parco per estensione degli Stati Uniti, per lo più paludoso e popolato da alligatori, pantere della Florida, uccelli e lamantini. Su Lincoln Road troverete numerose agenzie dove potrete prenotare il tour, che solitamente comprende: trasporto, giro di circa 20 minuti su un velocissimo hovercraft lungo la palude, uno spettacolo live e una foto ricordo con un cucciolo di alligatore in braccio. Per info e prezzi cliccate qui.
La sera cenate da Moshi Moshi, il sushi migliore di Miami Beach posto all’ingresso di Espanola Way, e concedetevi poi una passeggiata lungo Ocean Drive, tra locali alla moda, macchine costose, luci al neon e edifici Art Deco.

GIORNO 5: vi avevo promesso una crociera e quindi…eccovi pronti per imbarcarvi su una delle numerosissime navi che salpano tutti i giorni dell’anno dal porto di Miami in direzione Bahamas! Parlerò delle crociere Miami-Bahamas dettagliatamente molto a breve.

GIORNO 6: Bahamas

GIORNO 7: Bahamas.

GIORNO 8: la nave riattracca al porto di Miami verso le 8 del mattino. Potete dedicare il resto della giornata allo shopping.
Avete tre opzioni: per compere griffate e costose scegliete Bal Harbour Mall (Miami Beach), per outlet di grandi firme Sawgrass Mills Mall (fuori Miami e difficilmente raggiungibile con i mezzi pubblici) o Aventura Mall (a Ft Lauderdale, raggiungibile con il bus C o S direzione Aventura Mall) per un mix di marche e tipologie di negozi. Tommy Hilfiger, Ralph Lauren e Guess sono solo alcune delle firme che negli Stati Uniti vengono vendute a prezzi stracciati.

GIORNO 9: noleggiate una Camaro o una Mustang cabrio e dirigetevi verso sud, destinazione Key West, attraverso l’incantevole strada panoramica Overseas Highway (secondo molti una tra le più belle al mondo) letteralmente sospesa su un tratto di mare caraibico, tramite un sistema a 42 ponti. Lungo la discesa potete fermarvi a Grass Key, al Dolphin Research Center, per fare il bagno con i delfini (per maggiori dettagli leggete il mio articolo), a Bahia Honda Key, in cui troverete un piccolo fast food, spiagge spaziose e tanta pace ad un costo molto ridotto, oppure in una delle calette da sogno che si incontrano lungo la via.
Arriverete in serata a Key West. Cenate nel tipico Pinchers Crab Shak, su Duval Street. I gamberetti al cocco, il fish & chips e il granchio sono squisiti.

GIORNO 10: prendetevi la giornata per esplorare Key West e immergervi nelle sue atmosfere d’altri tempi, tra colorate casette coloniali, galli sugli alberi (sono comunissimi qui!), acque cristalline e un clima rilassato che sa molto più di tropicale e caraibico che di americano.
Il fascino di questa vivace cittadina ha ispirato scrittori del calibro di Hemingway, che visse qui in modo discontinuo per molti anni. Imperdibili la visita alla sua dimora (al 907 di Whitehead St) e al suo bar preferito – Sloppy Joe’s, al Butterfly Conservatory and Nature e al Southernmost Point, il punto più a sud degli Stati Uniti, distante solo 90 miglia da Cuba. Proseguite lungo Duval Street, arrivate fino a Mallory Square, nel cuore della Old Town, e unitevi alla folla di turisti e gente del posto nella Sunset Celebration, un’usanza che si pratica tutti i giorni a partire dagli anni ’60; una festa per salutare il sole mentre si tuffa nelle acque blu e tinge di rosso e rosa il cielo. Dal molo assisterete ad uno dei tramonti più belli della vostra vita, ve lo prometto!

GIORNO 11: la mattina presto  vi imbarcherete a bordo della Yankee Freedom III in direzione Dry Tortugas, un remoto arcipelago al largo di Key West, nel Golfo del Messico, dove trascorrerete la giornata esplorando il vecchio forte dell’isola, facendo snorkeling nelle sue acque cristalline, in cui si trova l’unica barriera corallina degli Stati Uniti, passeggiando alla ricerca di nidi di tartarughe, uccelli esotici e paguri. Per maggiori info sull’escursione leggete il mio articolo.
Al rientro a Key West non perdete l’occasione di cenare presso Hog’s Breath Saloon, un rustico e frequentatissimo locale con musica live e atmosfera in perfetto stile saloon.

GIORNO 12: è ora di rientrare a Miami, ma avete ancora qualche ora per godervi la pace e il relax delle isole Keys. Lungo la via del ritorno fate sosta a Whale Harbour, un ristorante di Islamorada, famoso per il suo buffet all you can eat a base di pesce freschissimo ad un ottimo prezzo. Rientro a Miami in serata.

GIORNO 13:  mattinata in spiaggia e per i più trasgressivi suggerisco il tratto compreso all’interno di Haulover Park (Miami Beach), poiché si tratta di una spiaggia per nudisti ed è, non solo l’unica di tutta la Florida, ma la più estesa degli Stati Uniti.
A metà pomeriggio spostatevi nella zona interna di Miami, nel quartiere di Wynwood, il più alternativo della città, dove potrete passeggiare lungo la via principale (la NW 2nd Ave) tra street art, ex magazzini trasformati in moderne gallerie d’arte, piccoli caffè e boutique di abiti vintage. Aperitivo da Wynwood Kitchen & Bar circondati da coloratissimi murales e cena nel giardino di The Butcher Shop, dove potrete scegliere il taglio di carne che più preferite al bancone e farvelo cucinare. Il secondo sabato sera di ogni mese tutti i negozi e le gallerie d’arte sono aperti fino a tardi in una sorta di notte bianca che richiama centinaia di persone. A meno che non sia una sera nel weekend non trattenetevi a Wynwood fino a tardi perché non è ancora un quartiere sicuro.

Murales nel quartiere di Wynwood

Giorno 14: a Miami la maggior parte della popolazione parla spagnolo come prima lingua (circa il 70%) e le comunità latine sono numerosissime e molto vivaci, quindi potete dedicare l’ultima giornata alla scoperta del quartiere di Little Havana, a netta prevalenza cubana e che rappresenta un microcosmo a sè stante: i cartelli in inglese sono rari, sui marciapiedi si trovano ancora anziani intenti a giocare a domino e la musica latino-americana risuona in tutte le vie del quartiere, talmente coinvolgente che è molto comune assistere a sessioni di danza improvvisate. Calle Ocho è il cuore pulsante di Little Havana e vi si trovano numerosi caffè cubani (il caffè più simile a quello italiano ma molto forte e più zuccherato), ristoranti con cucina tipica, gallerie d’arte cubana e negozi di sigari. Cenate al ristorante Versailles, il cubano più famoso di tutta Miami con piatti tradizionali, porzioni abbondanti e un clima di allegria e festa continua tipico del carattere latino.
Ristoranti con cucina sud americana si trovano anche a South Beach: tra tutti consiglio di provare colazione e pranzo da David’s Cafè o da Las Olas Cafè e cena da Havana 1957.

Giorno 15: Miami-Italia. I voli solitamente partono nel tardo pomeriggio/sera quindi avete ancora la mattinata libera per gli ultimi raggi di sole o per una passeggiata su Lincoln Road. Lungo questa via pedonale si trovano molti negozi d’abbigliamento, un paio di gallerie d’arte (quella con le opere di Romero Britto è molto popolare), bei ristorantini (ma piuttosto cari) e numerose palme. Se farete attenzione riuscirete a vedrete moltissimi pappagallini verdi saltare da una palma all’altra e talvolta anche iguane.

Per ulteriori informazioni non esitate a contattarmi e restate sintonizzati perché a breve arriverà sul blog anche l’itinerario di 15 giorni nell’ovest della Florida tra le meravigliose cittadine di Marco Island, Naples, Sarasota, Siesta Key, St Petersburg e Tampa.

Tutte le mete, i locali e i ristoranti proposti sono stati testati personalmente e il tour è il risultato di tre anni di vita vissuta in Florida.

NORD AMERICA
One Day Trainer: la mia avventura con i delfini
16 February 2015
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Sono in molti a ritenere che i delfini siano in grado di stabilire una sintonia molto profonda con gli esseri umani, senza eguali nel mondo animale.
E’ infatti sogno condiviso da molti quello di poter nuotare con questi magnifici animali.

Purtroppo in Italia la legge vieta di entrare nelle vasche dove sono tenuti delfini in cattività (eccezion fatta per gli addestratori), rendendo quindi impossibile qualsiasi tipo di contatto.

E se invece vi dicessi che in Florida, in una delle isole Keys, esiste un centro specializzato nella ricerca e protezione di delfini e leoni marini in cui potete realizzare il vostro sogno? Dove si può, non solo fare il bagno con la sua simpaticissima comunità di cetacei, ma trascorrere una giornata intera in loro compagnia, liberi di abbracciarli, baciarli, accarezzarli e giocarci?

Si tratta del Dolphin Research Center (DRC) di Grass Key, che accoglie numerosissimi delfini dal naso a bottiglia (detti tursiopi), tre leoni marini californiani e parecchi uccelli tropicali.
Attraverso One Day Trainer, il programma più famoso offerto dal centro, si ha la preziosa opportunità di immergersi completamente nel mondo dei delfini, imparando a conoscerli e ad approcciarli attraverso il gioco e l’addestramento.

Se siete in vacanza in Florida e vi trovate sulla strada panoramica che porta a Key West non lasciatevi sfuggire questo posto favoloso che saprà lasciarvi un ricordo indelebile.

Qui ho trascorso quello che posso dire con certezza essere stato il compleanno e il giorno più emozionanti della mia vita! Un’esperienza unica e irripetibile che consiglio a tutti di fare.

Mi rendo conto che il costo proibitivo (attualmente il prezzo è di $675) e la lingua inglese possano essere dei grossi ostacoli ma vi posso assicurare che sono soldi ben spesi e se almeno un po’ masticate l’inglese buttatevi! Dopotutto con i delfini non serve parlare con la bocca ma con il cuore!

Tengo inoltre a specificare un punto che mi sta molto a cuore. Non mi sono mai piaciuti i circhi, i delfinari e luoghi simili in cui gli animali sono obbligati ad esibirsi o sono drogati per permettere ai turisti di scattarsi fotografie.
Quello che contraddistingue il DRC è il fatto di essere non profit, non punta quindi al guadagno ma vuole essere in primis una casa sicura per i mammiferi marini che ospita e offrire loro non solo cure mediche adeguate (molti dei delfini presentano disabilità fisiche, alcune dovute all’uomo altre ad attacchi di squali) ma anche una squadra squisita di persone che si prende cura di loro, in un clima di coesistenza pacifica.

E’ solo in un ambiente come questo che potrete stabilire dei veri rapporti con i delfini, basati sulla voglia reciproca di conoscersi e studiarsi, senza forzature o maltrattamenti.

La giornata (dalle 9 alle 16) si sviluppa in moduli, ciascuno affiancato da un istruttore diverso, in un intreccio di momenti educativi e ludici, che pian piano portano all’acquisizione di una buona conoscenza e dimestichezza con gli animali.

1. INTRODUZIONE E VISITA AL CENTRO

Il primo incontro del mattino prevede una rapida visita della struttura e una presentazione degli animali e delle persone che lo abitano e animano. Molti dei ragazzi che lavorano nel centro sono volontari, spinti unicamente dalla passione per il proprio lavoro.

2. NOZIONI ANATOMICHE E PRIMO CONTATTO

Si procede poi con alcune nozioni di base sull’anatomia dei delfini e sui principali tratti comportamentali che li contraddistinguono, seguite dalle prime carezze per prendere confidenza con gli animali (hanno una pelle morbidissima come se fossero ricoperti da una pelliccia!).

Viene poi mostrato un esperimento molto istruttivo che fa parte di una serie di studi sull’ecolocalizzazione (o biosonar), un complicatissimo sistema utilizzato dai delfini per cacciare e orientarsi. L’esperimento consiste nel porre due delfini nella medesima vasca, uno bendato e l’altro no. Viene poi impartito loro il comando di effettuare movimenti a specchio. Il delfino bendato, tramite una sofisticata struttura di ultrasuoni e echi riflessi, è in grado di replicare perfettamente i movimenti del compagno.

3. ADDESTRAMENTO

Si passa poi ad una vera e propria sessione di addestramento, in cui i Trainers diventate voi e, tramite alcuni movimenti specifici e il continuo supporto degli istruttori professionisti, sarete in grado di dare comandi precisi ai delfini e farglieli eseguire.
Ciascuna sessione inizia e termina con un simbolo, solitamente un paletto (come quello della foto), che viene immerso nell’acqua e fatto toccare con il muso al delfino per segnalargli di stare in guardia.
Si esegue poi un gesto speciale con la mano e solo dopo aver catturato la sua attenzione gli si impartisce l’ordine vero e proprio attraverso chiari gesti di mani, braccia o gambe.
Ad esempio, ad un ampio cerchio disegnato in senso orario con il braccio corrisponde un salto con capriola.
Se l’esercizio viene eseguito correttamente, dovrete suonare una volta in modo deciso un fischietto. Il delfino riconosce il suono e si precipita da voi per la sua razione-premio di pesce o carezze.

4. GIOCO LIBERO

Questa sessione, la più piacevole di tutte, prevede attività di gioco libero con i delfini più giovani attraverso giocattoli di vario tipo.
Durante questa fase, sono rimasta da sola su una piattaforma galleggiante a interagire come meglio credevo con gli animali.
Per guadagnarmi la loro simpatia gli lanciavo di tanto in tanto cubetti di ghiaccio, che mi è stato spiegato avere lo stesso effetto che le caramelle hanno con i bambini.
Dopo i primi minuti di conoscenza reciproca ho incominciato a gettare anelli giocattolo ogni volta sempre più lontano e i delfini ogni volta me lo riportavano, infilandoselo nel muso e avvicinandosi poi a me per ridarmelo. In questi momenti ho rubato piu’ di una carezza..non si puo’ proprio farne a meno..sono davvero troppo carini!

In particolare ho instaurato una certa sintonia con un delfino (che poi ho deciso di adottare!) di nome Flagler, che era quello che rispondeva meglio al gioco, si lasciava accarezzare pazientemente ed era ghiotto da morire di cubetti di ghiaccio.
Beh, alla fine del modulo quando non avevo più né ghiaccio né giochi per attirarlo, mi si e’ avvicinato con la bocca aperta. Dentro c’erano delle alghe e dei legnetti che l’istruttrice mi ha incoraggiata a prendere in quanto si trattava di un regalo.

Un delfino mi ha fatto un regalo! Chisseneimporta dei gioielli, dei vestiti, dei regali costosi…niente reggerà mai il confronto con questo!

Inutile dire che conservo tutt’oggi, piuttosto gelosamente, la preziosa mistura di alghe e legnetti, dono del delfino più carino del mondo!

5. ALIMENTAZIONE

Il modulo prevede la breve visita dei locali in cui dei volontari, tra il lezzo emanato da chili e chili di pesce, pazientemente preparano e suddividono in cestini il cibo per gli animali. Ognuno segue una dieta particolare, quindi ciascuna cesta porta il nome di un delfino e contiene una combinazione di pesce e vitamine differente.

6. PITTURA

Durante questa sessione i delfini danno libero sfogo a tutta la loro creativita’ dipingendovi una maglietta, attraverso delle rotazioni su stessi e reggendo con la bocca un pennello imbevuto di tempere, rigorosamente non nocive.

7. BAGNO E IMMERSIONE

In questa fase conclusiva della vostra giornata potrete finalmente immergervi nelle vasche con i delfini.
Probabilmente vi ritroverete con molte altre persone, poichè il pacchetto Dolphin Encounter e’ molto popolare.
Al comando dell’istruttrice dovrete nuotare verso il centro della vasca e allargare le braccia. Due delfini vi nuoteranno incontro e quando saranno abbastanza vicini vi potrete aggrappare alle loro pinne dorsali e farvi trascinare per qualche metro, come delle vere sirene e sirenetti! Questo è il momento migliore da riprendere con una GoPro in testa, se ne siete provvisti.
Dato che io avevo gia’ molta confidenza con gli animali, mi hanno lasciata ancora un po’ nella vasca a giocare, tra schizzi reciproci (ma in realta’ i delfini erano in due e mi hanno letteralmente sommersa d’acqua), balli (sì, i delfini ballano!), baci sulla bocca, abbracci e carezze ravvicinate.

I delfini sono davvero animali incredibili, intelligenti, carismatici e curiosi da morire.
Sono in grado di trasmettere energia e vitalità a chiunque vi entri in contatto e in più di un’occasione ho avuto la sensazione che ci capissimo, che ci fosse un’intesa che raramente mi è capitato di instaurare con un animale nella mia vita.
Mi sono sempre sentita a mio agio in acqua, mai minacciata o spaventata e tutti gli istruttori che mi hanno affiancata si sono dimostrati degli ottimi educatori, oltre ad essere delle persone appassionate e molto disponibili.

E’ quindi con grande emozione che ho coronato uno dei miei più grandi sogni e ho potuto aggiungere una spunta in più sulla mia bucket list!

Il programma One Day Trainer è prenotabile on-line, costa $675 e include:

  • Accesso al centro per l’intera giornata
  • Pranzo (ottimo il fish&chips offerto)
  • Un anno di membership al Dolphin Research Center che vi permetterà di tornare al centro tutte le volte che vorrete nell’arco di un anno senza dover pagare il biglietto d’ingresso.
  • Adozione per un anno del delfino o leone marino da voi scelto e che gli procurerà cibo e cure mediche di prima qualità.
  • Fotografie  della vostra esperienza
  • Maglietta One Day Trainer
  • Maglietta pitturata dal delfino
  • Se siete fortunati come me potrete portarvi a casa anche qualche sassolino, legnetto e alga!

Sebbene possano partecipare persone di tutte le età, il programma è sconsigliato a bambini piccoli.

E’ consentito tenere GoPro e simili per tutta la giornata.

Dolphin Encounter, Dolphin Dip, Play with the Dolphin, Paint with the Dolphin, Meet the Dolphin, Hug a Sea Lion e Dolphin Explorer sono gli altri programmi offerti dal centro, a prezzi più abbordabili.

CONSIGLI DI VIAGGIO
Stati Uniti e assicurazione sanitaria: consigli e costi
7 February 2015
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Prima di trasferirmi negli USA e decidere come muovermi sul fronte spinoso “assicurazione sanitaria” avevo chiesto ad alcuni amici che ci avevano vissuto di parlarmi della loro esperienza e darmi qualche consiglio: i racconti scaturiti mi erano sembrati per la maggior parte grottesche esagerazioni, alcuni quasi al limite della leggenda popolare.

Un amico per esempio mi disse di esser stato in vacanza in California senza aver sottoscritto alcuna polizza assicurativa, di essere poi stato operato in un ospedale di Los Angeles di appendicite e di star ancora pagando (dopo ben 5 anni dall’accaduto!) i costi relativi all’intervento(circa 35.000 dollari). Mi ricordo di aver pensato che quel prezzo fosse assurdo, che probabilmente fosse stato ingigantito per spaventarmi e così non gli credetti.

Quindi, da vera irresponsabile, sono partita senza copertura medica e vi sono rimasta sprovvista per diversi mesi, durante i quali fortunatamente non è mai accaduto nulla. Poi, forse convinta di aver sfidato a sufficienza la sorte, ho aderito ad una regolare polizza sanitaria.

Poco tempo dopo mi hanno ricoverata d’urgenza per calcoli renali. Al pronto soccorso, dopo le consuete analisi di routine, mi hanno somministrato dell’endorfina per calmare il dolore, mi hanno fatto una TAC parziale e prescritto i medicinali da assumere. Nessuna operazione chirurgica.
Tempo totale di degenza: 1 ora e mezza, al massimo.

Premesso ciò, voglio ora condividere con voi la fattura che l’ospedale (Mount Sinai Medical Center di Miami Beach) mi ha inviato dopo il ricovero, in modo che possiate vedere con i vostri occhi che quelle che io (e forse molti di voi) pensavo fossero “storie” assurde sono invece la realtà dei fatti in America.

10.593,48 dollari (circa 9.000 euro) sono un conto bello salato contando che non ci sono interventi chirurgici di mezzo e che la TAC sara’ durata si e no un minuto. Se avessero dovuto operarmi i costi sarebbero raddoppiati e se mi avessero trattenuta in ospedale per alcuni giorni anche triplicati.

Ovviamente la mia assicurazione sanitaria ha pagato tutto l’importo e a me ha lasciato solo l’onere del ticket del pronto soccorso di 100 dollari (come accade in Italia), ma se non avessi stipulato alcuna polizza medica l’intera cifra sarebbe stata a mio carico.

Vi racconto cio’ non perche’ mi sono svegliata stamattina con la voglia di far sapere i fatti miei, ma perche’ credo che questo sia il modo migliore e più efficace per informare a dovere chiunque stia pianificando un viaggio negli Stati Uniti e far capire che, indipendentemente da quanto tempo vi tratteniate oltreoceano, l’assicurazione sanitaria dovete ASSOLUTAMENTE sottoscriverla prima di partire.

Vi ho convinti vero? 🙂

Ma ora sorge il problema: con quale compagnia assicurarsi?

TURISTI CON ESTA (SOGGIORNO INFERIORE AI 90 GIORNI)

Se la vostra permanenza negli USA e’ inferiore a 90 giorni (viaggio con ESTA, quindi senza visto) consiglio sempre a tutti di affidarsi a Columbus Direct, dai costi contenuti ma dall’ampia copertura e un centralino con operatori italiani disponibili 24 h su 24.
Per sottoscrivere la polizza basta collegarsi al sito, cliccare su Viaggio Singolo, compilare il form e prendere visione dei vari pacchetti proposti.
Viaggiate sicuri e acquistate l’opzione Premium (costa circa 65 euro a settimana) che copre, oltre alle spese mediche e dentistiche e i danni a terzi, anche il furto o danneggiamento dei vostri bagagli e l’eventuale ritardo dell’aereo.
Una volta selezionata l’opzione prescelta proseguite fino al pagamento, stampate la polizza e tenetela SEMPRE con voi durante il vostro viaggio, perche’ in caso di ricovero vi serviranno i dati riportati sopra.
Columbus Direct e’ tra l’altro raccomandata anche dai simpatici e sempre in viaggio Patrizio e Syusy di Turisti Per Caso, quindi potete fidarvi della serietà e del servizio forniti da Columbus Direct.

RESIDENTI E NON MUNITI DI VISTO

Se invece possedete un visto e vi tratterrete mesi/anni negli Stati Uniti allora e’ bene affidarsi a compagnie americane come Coventry, che consiglio sulla base delle mie esperienze personali e che oltre alla Florida copre numerosi altri Stati, o Blue Cross Blue Shield con estensione nazionale, comprese Panama e Porto Rico.

In base all’età, al sesso, a malattie pregresse o di familiari diretti, il premio mensile varia. Più alta è la probabilità che vi ammaliate (e quindi maggiore il rischio per la compagnia che vi assicura di dover pagare i vostri conti sanitari) più gravoso sarà il premio mensile.

Indicativamente una donna sotto ai 30 anni in buona salute spende intorno ai 200 dollari al mese, mentre un uomo nelle medesime condizioni circa 170.

Nonostante gli sforzi di Obama di riformare il sistema sanitario statunitense e ampliare i preesistenti programmi di copertura universalistica di stampo roosveltiano (i cosiddetti Medicare e Medicaid), purtroppo esso resta principalmente in mano ai privati, sempre alla ricerca del profitto, facendone, a mio parere, una delle grandi contraddizioni del Paese.

E’ bene percio’ prevenire eventuali rischi e comprare con pochi euro la tranquillita’ non solo sanitaria ma anche economica (dati i costi esorbitanti dei servizi sanitari americani)…perche’ vi ricordo che il mio amico (spero tu non legga mai questo articolo!) sta ancora pagando la fattura dell’ospedale!!

SUD EUROPA
#isegretidimilano: Binario 21…destinazione Auschwitz
27 January 2015
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E’ la gelida mattina del 30 gennaio 1944.
Nel quinto raggio del carcere di San Vittore 605 nomi di ebrei provenienti da tutta Italia vengono chiamati a gran voce, caricati senza alcun riguardo su alcuni camion e portati alla Stazione Centrale di Milano.
Nascosto da occhi indiscreti, il convoglio imbocca i sotterranei della stazione attraverso l’accesso in via Ferrante Aporti, posto al livello del manto stradale, e in pochi istanti le centinaia di persone a bordo vengono trasferite su vagoni merci poi sprangati dall’esterno.
Uomini, donne, moltissimi bambini e un neonato.
Ciascun vagone è solitamente adibito al trasporto di otto cavalli, mentre quella mattina conteneva circa 80 persone, senza cibo né acqua e un secchio come unico servizio igienico.
Destinazione ignota.
Solo quando il treno si ferma, dopo parecchie ore, per permettere ad alcuni di scendere e risciacquare il catino, appare chiara la meta finale, scritta a grandi lettere a lato del treno, che soffoca anche il più piccolo barlume di speranza: Auschwitz. Tutti sapevano che quello sarebbe stato un viaggio di non ritorno.

Quello del 30 gennaio 1944 è solo uno dei 15 treni merci partiti da Milano carichi di ebrei e diretti ai campi di smistamento, concentramento e sterminio.

Su 605 persone partite quel neanche poi tanto lontano giorno d’inverno, soltanto 22 fecero ritorno e come disse in seguito una delle sopravvissute, Goti Bauer: Noi siamo usciti da Auschwitz, ma Auschwitz non è mai uscito da noi.

In occasione della Giornata Internazionale della Memoria e all’interno della rubrica #isegretidimilano, voglio riproporre oggi un argomento toccante e sempre attuale, che ogni volta bussa inesorabile alla porta della mia coscienza  e che quest’anno, in particolar modo, ho sentito molto vicino.

Considero l’Olocausto la più grande tragedia dell’umanità, un peso morale e civile che incombe su ogni essere umano, anche a distanza di anni.
Un evento storico sconcertante sopra ogni livello di immaginazione, con l’aggravante di essere stato concepito e attuato in Europa, la sempre vantata culla della civiltà e dell’intelletto.
Ma nonostante ciò, quando penso alla Shoa e alle milioni di vittime dei campi di sterminio rilego questo dramma ad un Paese – la Germania – e ad un popolo – i tedeschi – ben preciso, come a voler in qualche modo alleggerire stupidamente la mia coscienza, dimenticandomi sempre che l’Italia ci era dentro fino al collo, che anche da noi vennero emanate leggi razziali (nel 1938) e creati campi di concentramento, come ad esempio quelli di Fossoli e Bolzano.

Scoprire poi che Milano, la mia città, gioiello d’arte e cultura, ha contribuito in maniera significativa alla soluzione finale, rimuovendo successivamente l’episodio dalla propria storia, mi ha fatta riflettere più in profondità sul significato della memoria e l’importanza dei luoghi della memoria.

E così mi sono ritrovata ad esplorare i sotterranei della Stazione Centrale del capoluogo meneghino, dove tra il 6 dicembre 1943 e il 15 gennaio 1945, venne scritta una delle pagine più vergognose della Storia Nazionale, una storia scomoda, che per molti decenni è stata tenuta segreta o, in una visione più ottimista, rimossa da tutti i milanesi, ma che finalmente il 27 gennaio 2013 ha ripreso vita in un Memoriale straziante, che gela il sangue e che è spunto di riflessione e dialogo, ideato per ricordarci di ricordare.
Perché la memoria è un dovere morale di tutti e forse la città di Milano, attraverso la creazione di un luogo della memoria, vuole in qualche modo riconciliarsi con la propria coscienza e il proprio passato.

Il luogo in questione è nascosto agli occhi dei più, nel ventre buio della stazione, e vi sono collocati dei binari fantasma da cui, tra il 1943 e il 1945, partirono 15 “treni della morte”, diretti in luoghi infernali, abbandonati anche da Dio.

L’intera area prende il nome di Binario 21, poiché si trova al di sotto dei binari ferroviari ordinari e precisamente sotto al binario 21.

Qui inizialmente venivano caricati e scaricati i vagoni postali, ma dopo l’occupazione dei tedeschi iniziata nel 1943, i sotterranei vennero adibiti alla deportazione di centinaia di ebrei e prigionieri civili e militari.
Il sistema era semplice: una volta riempito un vagone merci questo veniva posto su un carrello traslatore e finiva su un elevatore che lo sollevava fino a raggiungere il piano dei binari ferroviari, attraverso rotaie di manovra ancora visibili tra il binario 18 e 19, appena fuori dalla tettoia della stazione. Da lì, in totale segretezza i convogli partivano per Auschwitz, Bergen Belsen e altri campi di sterminio.

Oltre alla sua funzione di memoriale, il Binario 21 è molto interessante poiché rappresenta l’unico luogo di tutta Europa da cui partirono le deportazioni di massa ad essere rimasto intatto.  E questo accresce enormemente la portata emozionale che investe i visitatori, accentuata dal contrasto tra il silenzio del sotterraneo e lo sferragliare dei treni in superficie.

Il Memoriale è molto ampio, per lo più in penombra, con un’architettura molto fredda e spoglia, organizzato in un percorso tematico a spazi integrati.

All’ingresso un muro grigio ammonisce i visitatori. Su di esso campeggia a chiare lettere la scritta INDIFFERENZA, lì a ricordare che proprio a causa della noncuranza generale, una tragedia come la Shoa si è potuta consumare liberamente e senza ostacoli.

Da qui una rampa porta alla mostra chiamata Viaggio nella Memoria, dedicata alla testimonianza degli eventi e dei sopravvissuti e un filmato che mostra il funzionamento dei binari di manovra.

Nel terzo spazio tematico si trovano una banchina e quattro vagoni merci originali restaurati, in cui è possibile entrare per rendersi conto degli spazi disumani in cui furono costretti a viaggiare per giorni le stelle gialle destinate ai campi.

Oltre i vagoni e’ collocato il Muro dei Nomi, in cui sono riportati i 774 nomi dei deportati partiti con il convoglio del 6 dicembre 1943 e 30 gennaio 1944 per Auschwitz. I nomi evidenziati in giallo sono quelli dei sopravvissuti. Sono soltanto 27.

Al termine della banchina, tramite una rampa elicoidale si accede al cosiddetto Luogo di Riflessione, spoglio di ogni simbolo religioso, tranne una luce che punta verso Gerusalemme.

Il progetto prevede inoltre la costruzione di una biblioteca e un’aula multimediale, ancora in fase di realizzazione.

Migliaia di persone ogni giorno transitano per la Stazione Centrale di Milano.
Camminano frenetici per non perdere il treno che li riporta a casa, ignari del fatto che sotto di loro si trovano dei binari fantasma da cui partirono centinaia di persone che a casa non tornarono mai più.

Visitare il Memoriale della Shoa di Milano:

– Ingresso su Piazza Edmond J. Safra

– Orari: ogni lunedì dalle 10 alle 20 (senza necessità di prenotazione) e ultima domenica di ogni mese (solo su prenotazione all’indirizzo email: coordinamento.memoriale@memorialeshoah.it)

– Visite guidate disponibili il lunedì alle 18.30

– Nessun costo d’ingresso

SUD EUROPA
#isegretidimilano: la cripta di ossa
22 January 2015
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Dopo avervi accompagnati nel Duomo di Milano e svelato i misteri della meridiana solare, in questo nuovissimo e inquietante episodio della rubrica #isegretidimilano vi porto proprio alle spalle della cattedrale meneghina, più precisamente in Piazza S. Stefano, all’interno di San Bernardino alle Ossa, chiesetta cattolica di origini medievali che passa per lo più inosservata, ma che custodisce una cripta con un segreto da brividi.

Nel  1127, nella piazza in cui attualmente sorge la cappella, vennero edificati un ospedale votato alla cura dei lebbrosi e un cimitero per accogliere i corpi dei malati, spazio che risultò presto insufficiente. Venne quindi costruito un ossario in cui vennero deposti gli scheletri in esubero per lasciar spazio così a nuove sepolture  e adiacente ad esso venne realizzato il nucleo originario della chiesa di San Bernardino.
In seguito al crollo del campanile della vicina chiesa di S. Stefano, la cappella venne completamente restaurata nel 1649 dall’architetto Carlo Buzzi, al quale si deve la scelta insolita delle decorazioni della camera-ossario, macabre ma ricche di suggestione a tal punto da attirare ben presto una gran folla di devoti e curiosi.

Una volta all’interno della chiesa di San Bernardino, dall’atrio principale si svolta a destra e tramite un corridoio stretto e poco illuminato si accede ad una cripta in cui ogni singolo dettaglio architettonico, nicchia, cornicione, pilastro, e’ completamente rivestito di ossa umane.

Sí, avete letto bene. Ossa umane. Teschi principalmente. Ma anche tibie e femori.

Lugubre? Da morire. Inquietante? Altroché. Ma devo ammettere che una vista così insolita, in pieno centro di Milano per giunta, mi ha lasciata con il fiato sospeso per qualche secondo, con un misto di curiosità e pelle d’oca. Oramai credo sia chiaro che i luoghi inconsueti, un po’ spettrali e misteriosi, mi affascinano parecchio (vi ricordate l’articolo sull’angelo del cimitero di Cleveland con il volto solcato da “lacrime”?).

L’insieme delle sensazioni che mi hanno assalita sono il risultato di una sapiente disposizione dell’ambiente.
Le dimensioni della cripta sono molto ridotte per insinuare un senso di claustrofobia, accentuato all’estremo dalle ossa presenti ovunque sulle quattro pareti, imprigionate da reti metalliche a maglia larga.
L’affresco di colori sgargianti sulla volta, dipinto da Sebastiano Ricci e raffigurante l’ascensione delle anime dal Purgatorio al Paradiso, non fa che accrescere la percezione di trovarsi in una dimensione completamente surreale, al confine con la realtà, osservati da migliaia di teschi che sembrano bisbigliare inesorabili Memento Mori!

Il mistero dell’ossario di San Bernardino è talmente suggestivo da aver impressionato persino i re. Giovanni V, re del Portogallo, infatti ne rimase così colpito da far costruire una copia della cripta a Evora, nei pressi di Lisbona, con il nome di Capela dos Ossos. Tale luogo divenne in seguito ben più famoso della stessa San Bernardino alle Ossa, che e’ quindi rimasta intatta, inviolata e celata meglio agli occhi dei più, permettendomi di godermi la visita in totale solitudine.

Diverse ipotesi e leggende si sono diffuse circa la provenienza delle ossa. Alcuni ritengono siano i resti dell’eccidio di numerosi martiri cristiani ad opera di ariani e a ciò forse si deve l’appellativo di Ossario degli innocenti. In realtà recenti analisi scientifiche hanno dimostrato che gli scheletri hanno diverse origini: alcune sono dei pazienti del vecchio ospedale, altre dei priori che lo gestivano e altre ancora dei condannati a morte per decapitazione (i resti delle teste mozzate sono chiusi nelle teche sopra alla porta d’ingresso) o dei detenuti deceduti in prigione.
Secondo una credenza popolare piuttosto diffusa, tra le migliaia di ossa dell’ossario c’è anche lo scheletro integro di una bambina che la notte del 2 novembre si rianima e assieme agli altri resti umani balla una danza lugubre.

Certo non un luogo per i deboli di cuore e i facilmente impressionabili, ma ne vale la pena. Fatevi coraggio ed esplorate questo piccolo gioiello segreto di Milano. Non appena varcherete la porta della chiesa e sarete nuovamente avvolti dai rumori e odori del traffico milanese vi sembrerà di esservi risvegliati da uno strano sogno.

OVEST EUROPA
L’enigma della “Maschera di ferro”: la leggenda rivive su Ile St. Marguerite
16 January 2015
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…sepolto per sempre sotto la sua maschera di ferro, esiliato in un paese in cui gli uomini sembravano servire gli elementi, non avrebbe più veduto che fantasmi e dolori in questo mondo, e la disperazione, cominciando a tormentarlo, si spandeva in lamenti… [1] 

Ad appena 15 minuti di traghetto dalla scintillante Cannes, nel cuore della Costa Azzurra, si trova un luogo d’altri tempi, ammantato di storia e mistero, in cui rivive uno dei maggiori enigmi del passato francese, oggetto di congetture e ipotesi a volte talmente irreali da farlo sembrare una leggenda.

Il luogo in questione e’ l’isola di St. Marguerite, la piu’ grande dell’arcipelago delle Lerins, e il mistero e’ quello legato all’identita’ mai svelata del prigioniero piu’ famoso al mondo: l’uomo con la maschera di ferro, che fino a poco tempo fa ho sempre creduto essere un’invenzione letteraria ben riuscita di Alexandre Dumas nel suo celebre romanzo Il Visconte di Bragelonne (libro conclusivo della trilogia dei Moschettieri).

Su questa isola selvaggia all’aroma di eucalipto e pino marittimo, abitata solo da una manciata di pescatori locali, in una bellissima e calda mattinata di gennaio, ho invece riscoperto la suggestiva e reale vicenda degli 11 anni di reclusione dell’uomo con il volto mascherato, ho visitato la cella in cui venne rinchiuso (e provato il suo WC..per finta chiaramente!) e tentato di approfondire le vicende storiche legate alla sua figura.

Sul lato meridionale dell’isola, quello affacciato sulla baia di Cannes, si trova Fort Royal, una vera e propria cittadella fortificata dotata di una cappella tutt’ora consacrata, di una caserma per i soldati, di una polveriera per l’immagazzinamento della polvere da sparo e di una prigione di Stato in cui, a partire dalla fine del XVII secolo, vennero rinchiusi senza processo, direttamente per ordine del re, tutti coloro accusati di rappresentare un pericolo per la monarchia.

Fa parte di questo gruppo il detenuto che per ordine del Re Luigi XIV giunse alla prigione del forte nel 1687, con il volto celato da una maschera.

Si dice che gli fossero concessi agi che a tutti gli altri prigionieri erano invece negati, a patto che non comunicasse con nessuno e non si togliesse mai la maschera, nemmeno per mangiare. Pena: la morte. Neanche il suo medico ne conosceva la vera identita’. L’unico ad averlo visto era il suo carceriere Saint-Mars, il quale pero’ non ne fece mai parola con nessuno.

Nel 1698 il recluso venne poi trasferito nella massima segretezza presso la Bastiglia di Parigi, dove mori’ nel 1703 per un comune malanno, privato dei propri effetti personali, che vennero bruciati (maschera compresa), infittendo ulteriormente il mistero, che l’uomo si porto’ quindi nella tomba.

E piu’ un’enigma e’ difficile da risolvere, piu’ diventa leggenda e incuriosisce le masse.
Il primo ad indagare meticolosamente sulla storia della Maschera di ferro fu Voltaire, che sentì alcuni secondini della Bastiglia (in cui egli stesso venne rinchiuso) discutere della vicenda del detenuto mascherato e formulò l’ipotesi che l’uomo misterioso fosse in realta’ di sangue reale, ovvero il fratellastro maggiore di Luigi XIV, figlio di Anna d’Austria (moglie di Luigi XIII) e del Cardinal Mazzarino, avuto prima della nascita del delfino e che, sebbene illegittimo, avrebbe potuto minacciare il potere reale.
Ecco perche’ venne incarcerato con il volto coperto, per celare le evidenti somiglianze con il giovane re.
La tesi del sangue reale e’ inoltre avvalorata da diversi fattori: visitando la sua cella si nota subito che essa e’ visibilmente piu’ grande delle altre, oltre ad avere una bella vista sul mare. Inoltre, grazie all’ausilio di lettere e testimonianze d’epoca, si sa che la cella era arredata con mobili, drappi e tappeti di finissima fattura. Vi si trovavano persino libri, abiti costosi e molto cibo. Simili trattamenti non erano certo riservati ai comuni prigionieri.

Il libro di Voltaire riscosse un notevole successo e riporto’ alla ribalta l’enigma della Maschera di ferro, dimenticato ormai da tempo, alimentando congetture e fantasie sulla persona celata dietro alla maschera e sul motivo che lo condusse all’imprigionamento a vita.

Piu’ di 60 identita’ diverse vennero attribuite alla Maschera di ferro, tra cui: duca di Vermandois (figlio del Re Sole e della sua dama preferita), fratello gemello di Luigi XIV (l’ipotesi evidentemente sposata dallo stesso Dumas che vi ricamo’ sopra un lunghissimo romanzo), figlia di Anna d’Austria, sostituita da un maschio poi divenuto Luigi XIV e Foquet, ex ministro delle finanze francesi rinchiuso per appropriazione illecita.
Alcuni ritengono che il detenuto concepi’ un figlio con una misteriosa dama, la quale, una volta partorito, lo dette in adozione ad un famiglia della Corsica senza mai rivelare la sua vera discendenza. Pare che tale neonato sia il nonno (o bisnonno) di Napoleone.

Ma allora, chi si nasconde veramente dietro a questo mistero vivente? Forse un uomo venuto a conoscenza di un segreto di Stato? E se cosi’ fosse, perchè non assassinarlo invece di rinchiuderlo e rischiare che parlasse con qualcuno? Forse il Re Luigi XIV era legato al prigioniero da motivi affettivi che gli impedivano di disfarsene? O era forse un fantasma, un’ombra, uno spettro?

L’unico fatto certo in tutta questa vicenda e’ che dopo oltre tre secoli il mistero permane ed e’ vivo piu’ che mai.

Come raggiungere St. Marguerite:

  • Il traghetto parte ogni giorno (domeniche e festivi compresi) dal molo del porto di Cannes (l’indirizzo esatto e’ 20 Quai Saint Pierre) all’incirca ogni ora (per gli orari cliccate qui). Il costo e’ di 13,50 Euro per adulto (11,50 Euro se si prenota on-line) e il tragitto dura poco meno di 15 minuti. Ottime le partenze la mattina presto. Moltissima coda a partire dalle 11 in poi.
  • Sull’isola ci sono due ristoranti: l’Escale e le Guerite (chiusi in bassa stagione)
  • L’accesso a Fort Royal e’ gratuito
  • Il biglietto per la cella della Maschera di ferro comprende anche la visita al Museo del Mare ed e’ di 6 Euro a persona (gratis per gli studenti).

[1] Alexandre Dumas, Il Visconte di Bragelonne, Trad. di Tommaso Monicelli

NORD AMERICA
Statua della Liberta’: la modella si trova…a Milano!
8 January 2015
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Cosa dire di New York City che ancora non sia stato detto? C’e’ sempre il rischio di cadere nell’ovvieta’ e mi e’ sempre stato insegnato che e’ meglio tacere se non si ha qualcosa di interessante da aggiungere alla conversazione.

Ecco perche’ fino ad oggi non ho mai scritto nulla della citta’ piu’ famosa d’America, nonostante ci sia stata piu’ volte e me ne sia innamorata come e’ successo a molti!

Ma pochi giorni fa il pretesto giusto per rompere il silenzio (anche perche’ l’argomento New York City pendeva da tempo sulla mia coscenza di travel blogger e appassionata di Stati Uniti come una spada di Damocle!) mi si e’ presentato proprio a due passi da casa. Si tratta di un aneddoto curioso e poco conosciuto, che aggiunge un piccolo tassello a quell’infinita enciclopedia virtuale formatasi negli anni sulla Grande Mela, sui suoi musei, quartieri eterogenei, monumenti, opere d’arte e lifestyle.

Oggi, a circa un anno dalla mia ultima visita a NYC, voglio parlarvi della donna piu’ famosa al mondo, di lei che sola rappresenta non soltanto l’icona per eccellenza della citta’, ma il simbolo di un continente intero, lei che e’ insieme emblema di liberta’ e speranza, che come un’amorevole madre veglia e protegge piu’ di 8 milioni di persone e che accoglie senza distinzione figli provenienti da ogni parte del mondo. Lei, l’unica, vera Signora di New York: Lady Liberty.

 

Come ormai tutti sanno, la Statua della Liberta’, donata dalla Francia agli Stati Uniti, fu progettata dallo scultore francese Frederic Auguste Bartholdi intorno al 1870 e fu poi ufficialmente inaugurata nel 1886, in occasione del primo centenario dalla Dichiarazione di Indipendenza americana.
Diversi esperti del settore sostengono che Bartholdi si ispiro’ a La liberta’ della poesia, scultura marmorea posta all’interno della Basilica di Santa Croce a Firenze, nonostante i francesi preferiscano credere che l’artista abbia tratto ispirazione direttamente dal Colosso di Rodi. I piu’ romantici ritengono invece che Bartholdi realizzo’ il volto di Lady Liberty basandosi sui lineamenti della propria madre.

Ma spostiamoci a Milano.

Passeggiando nel centro della capitale lombarda un paio di settimane fa, mi sono ritrovata ad osservare la facciata del Duomo, le incisioni e le statue che la ornano.
Una scultura in particolare ha attirato la mia attenzione, quella posta sulla sinistra del portone principale…

Notate qualche somiglianza?

Questa statua, nota come La legge nuova, fu realizzata dallo scultore Camillo Pacetti nel 1810, mentre l’opera di Firenze e’ successiva di 60 anni. La posa, la torcia nella mano destra alzata verso il cielo e la tipologia di corona sono esattamente uguali a Lady Liberty.

E se ancora non fosse abbastanza, basta ricordare che l’inizio dell’ ‘800 era il periodo dell’incoronazione di Napoleone Bonaparte a Re d’Italia, cerimonia che avvenne proprio all’interno del Duomo di Milano, che da allora divenne famoso in tutta Europa. Numerose riproduzioni della Cattedrale, delle sue incisioni e dei suoi dettagli artistici circolarono in Italia e in Francia ed e’ lecito supporre che Bartholdi abbia potuto avere accesso ad un qualche duplicato de La legge nuova, da cui prese ispirazione per il suo piu’ importante progetto. Inoltre egli stesso si reco’ in Italia, sul Lago Maggiore, verso il 1869, cioe’ pochi anni prima di ideare Lady Liberty.

Insomma, le somiglianze e le circostanze storiche sono davvero troppe per non azzardare l’ipotesi che la vera modella della Statua della Liberta’ si trovi in realta’ nascosta nella citta’ meneghina.

Voi cosa ne pensate?

La statua intitolata “La legge nuova” si trova subito sopra all’ingresso centrale del Duomo di Milano, leggermente spostata a sinistra

OVEST EUROPA
Cartoline da Port Grimaud: la “Venezia della Provenza”
5 January 2015
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Apochi chilometri dal jet set e dalla movida di St. Tropez, si trova la piu’ appartata e pittoresca Port Grimaud, chiamata anche la Venezia della Provenza: un affascinante villaggio di pescatori con ponti e canali solcati da barche e piccoli yacht, su cui si affacciano cottages che sembrano dipinti da un impressionista.

Un gioiello della Costa Azzurra ancora poco conosciuto e spesso non approfondito a dovere nelle guide turistiche, che nasconde timidamente la propria semplicita’ e genuinita’ all’interno di alte mura, timoroso di aprirsi al turismo internazionale e che percio’ conserva un’atmosfera sospesa nel tempo.

E’ il 3 gennaio e mi accolgono temperature decisamente primaverili (intorno ai 20 gradi) e un bel sole caldo, che rendono piacevolissimo camminare lungo le sue vie, nel silenzio e nella serenita’ garantite dalla bassa stagione.

Le abitazioni sono tutte dotate di uno spazio sul retro riservato alll’attracco di imbarcazioni. Nei giardinetti sul fronte si trovano alberi da frutto, ulivi, buganville e fiori di ogni forma, colore e fragranza. Infissi di porte e finestre sono verniciate con bellissimi colori, piu’ e meno sgargianti, in contrasto con le facciate. E per completare un quadro, gia’ di per sé idilliaco, lungo il dedalo di vie sono disseminati vecchi lampioni e muri ricoperti di edera.

Come si fa a non innamorarsi di un luogo del genere? ♥♥

Port Grimaud si puo’ visitare in mezza giornata e solo a piedi (i parcheggi si trovano appena fuori dalle mura). Alcune aree del paese sono private e non accessibili ai turisti, nel rispetto della privacy dei residenti.
I ristoranti, gelaterie, negozi, caffe’ e mercati con prodotti locali si trovano tutti in prossimita’ dell’ingresso posto su Pont de la Poterne. Ottima e freschissima l’insalata di mare e il guazzetto di cozze ordinate a pranzo al La Coupole Restaurant.

A Port Grimaud non troverete musei, siti storici o grandi opere architettoniche. La sua essenza si trova nei dettagli e nel suo animo variopinto. Il modo migliore per assaporarla e’ fare una bella passeggiata nella tranquillita’ delle sue vie, ammirando i colori delle facciate riflettersi nelle acque calme dei  canali e fermandosi a osservare gli artisti di strada riprodurre su tela un luogo che ben si presta a stimolare l’immaginazione e la fantasia.

E pur senza possedere un importante patrimonio artistico-culturale o naturale, trovo che Port Grimaud sia una delle piu’ incantevoli e romantiche destinazioni non solo della Francia ma dell’Europa intera, condita con il classico fascino provenzale, ovvero quel giusto mix di rusticita’ e raffinatezza che fa da sfondo a tutti i borghi della Regione.

Godetevi percio’ le mie cartoline da Port Grimaud…vera e propria delizia per occhi e anima!!

MONDO
L’ABC dei miei viaggi: un alfabeto di mete ed emozioni
17 December 2014
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Un contest simpatico e originalissimo nato da un’idea di Trippando nel 2012 e riproposto un paio di giorni fa da Marika del blog di viaggi Gate 309, dal titolo “ABC dei miei viaggi”.

Uno stimolante confronto, perfetto in questo periodo dell’anno che ormai volge al termine, per tirare le somme dei luoghi visitati nel 2014, per riflettere su quelli che vedo nel mio imminente futuro e per raccontare qualche dettaglio dei viaggi di Your Travel Buddy, lettera dopo lettera.

E cosi’ come le lettere dell’alfabeto costituiscono le fondamenta del linguaggio, cosi’ le mete di viaggio, passate e future, hanno formato, come dei mattoncini, la viaggiatrice e la persona che sono oggi.

Ecco il mio ABC:

Acome Asia, il continente che sogno per il mio futuro; la sua spiritualita’ e l’umilta’ dei suoi popoli ancora cosi’ meravigliosamente legati ad antiche credenze e superstizioni; culture e modi di vivere cosi’ diversi dai nostri e che non vedo l’ora di scoprire
Bcome Boston, l’elegante capitale del Massachusetts in cui sono stata mesi fa
Ccome coast to coast, il viaggio tutto on the road da Miami a San Diego di questa estate, con cui nasce in parallelo il mio blog di viaggi, per permettermi di condividere in tempo reale l’intera esperienza
Dcome Dry Tortugas, il paradisiaco arcipelago al largo della Florida, casa di numerose tartarughe marine, di paguri e di una spettacolare barriera corallina
Ecome Egitto, visitato anni fa ma che mi e’ rimasto nel cuore grazie alle sue magiche atmosfere da Mille e una Notte
Fcome Francia e piu’ precisamente Costa Azzurra in cui trascorrero’ il Capodanno
Gcome Ghost Town, le affascinanti e decadenti citta’ fantasma di cui e’ colmo il Texas e dove si respira ancora aria da Far West
Hcome Harvard, la piu’ famosa universita’ del mondo, esplorata a giugno durante una visita guidata dagli stessi studenti
Icome Irlanda, percorsa interamente on the road e che mi ha fatta innamorare dei suoi prati verde smeraldo, delle sue scogliere a picco sull’oceano e dei suoi ospitali abitanti
Jcome Jambalaya, il piatto tipico creolo della Luisiana, simile alla Paella ma piu’ brodoso, di cui vado ghiotta e che ho mangiato a quintali a New Orleans
Kcome Key West, la vivace cittadina a sud della Florida, da cui ho assistito ai tramonti piu’ belli di sempre
Lcome Londra, in un indimenticabile weekend con le amiche di una vita
Mcome Miami o come Milano, una il mio recente passato e l’altra il mio futuro
Ncome New York, dove mi trovavo esattamente un anno fa, ancora piu’ bella del solito, addobbata di una miriade di luci natalizie
Ocome Orlando (Florida) e i suoi spettacolari parchi a tema, in cui chiunque puo’ tornare per un po’ bambino
Pcome Panama’, affascinante ed esoterica capitale della Repubblica di Panama
Qcome quaderno, per appuntare pensieri e riflessioni mentre sono in viaggio
Rcome Rhode Island, adorabile piccolo stato del New England in cui ho trascorso un piacevole weekend a giugno tra fari, aragoste e paesini pittoreschi
Scome San Francisco, la “mia” San Francisco, la citta’ d’America che piu’ sento affine a me e ai miei ritmi di vita, con la sua street art, i quartieri hippie, la cucina multietnica e i tram d’epoca
Tcome treno, un mezzo di trasporto che mi incuriosisce moltissimo, in grado di ridare il senso delle grandi distanze, in cui il tempo scorre lento e si ha la possibilita’ di assaporare con calma tutto cio’ che scorre fuori dal finestrino. Per me il viaggio in treno per eccellenza, restando in tema di lettera T, e’ la Transiberiana, la ferrovia che collega Mosca a Beijing e che e’ al N.1 della mia Bucket List
Ucome USA (naturalmente!), una passione travolgente che mi ha spinta a lasciare l’Italia tre anni fa
Vcome Verona, la piu’ romantica tra le citta’ italiane in cui torno sempre con piacere
Wcome West, il grande Ovest degli Stati Uniti, California e parchi nazionali in primis
Xcome la X sulle mappe del tesoro che indica il luogo in cui e’ nascosto il forziere. Come la mappa dei pirati che ho comprato qualche mese fa a Porto Rico, isola caraibica e un tempo razziata dai peggiori bucanieri dei sette mari.
Ycome Yucatán, un sogno che spero si realizzi al piu’ presto
Zcome Zabriskie Point, la veduta panoramica piu’ famosa della Death Valley

E voi? Quali sono le mete del vostro alfabeto di viaggi? La sfida e’ aperta a tutti, blogger e non!!!

CONSIGLI DI VIAGGIO
Into the wild: i parchi nazionali statunitensi. Istruzioni per l’uso
14 December 2014
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Gli Stati Uniti sono conosciuti in tutto il mondo (anche) per gli immensi e travolgenti spazi naturali, per i paesaggi mozzafiato e per la grande varietà naturale.

Si passa infatti dai vulcani delle Isole Hawaii, alla foresta pluviale-tropicale di Porto Rico (territorio non incorporato degli Stati Uniti di cui ho gia’ parlato qui), dai geyser del Wyoming, alle zone umide e paludose della Florida, dai deserti dell’Arizona, agli elevatissimi picchi montuosi del Colorado, dai boschi di sequoie giganti in California, agli spettacolari ghiacciai dell’Alaska.

Parchi estesi a perdita d’occhio come il Grand Canyon, che raggiunge l’estensione di quasi 5.000 km² e lo Yellowstone, che tocca ben tre differenti Stati; oppure aree di pochi chilometri quadrati come Dry Tortugas National Park al largo della Florida.

L’idea di parco nazionale nasce gia’ nella prima meta’ dell’Ottocento, quando la vita non era ancora dominata dalla crescente industrializzazione e si viveva per lo piu’ a contatto con la natura.

Da qui l’urgenza di proteggere dall’irrompere sempre piu’ incalzante del progresso i paesaggi e le aree naturali piu’ ricche e suggestive del Paese e preservarle per renderle fruibili anche dalle generazioni future.

Il primo ad ottenere lo status di parco nazionale fu lo Yellowstone nel 1872, seguito da Sequoia e Yosemite nel 1890. Poco dopo numerose altre unita’ furono aggiunte, fino a raggiungere il numero attuale di 59 (ecco la lista completa).

Nel 1916 venne quindi istituito il National Park Service (NPS), con lo scopo preciso di gestire e salvaguardare le meraviglie naturali degli Stai Uniti, non solo i parchi ma anche i monumenti nazionali, i memoriali e i siti storici.

Caso vuole che proprio quest’anno si festeggi il 50esimo anniversario dalla redazione del Wilderness Act del 1964, attraverso cui vennero poste sotto protezione federale milioni di acri di aree naturali e venne fornita per la prima volta la definizione legale della parola wilderness (letteralmente “terre selvagge”), che venne descritta nel testo di legge come un’ “area in cui la terra e il suo ecosistema non sono condizionate dall’uomo, dove l’uomo stesso e’ un visitatore che non resta”. [1]

E questo e’ esattamente quello che si trova visitando i parchi e monumenti nazionali statunitensi: luoghi isolati e incontaminati, infusi di una forza maestosa e primordiale, in cui l’uomo non puo’ che sentirsi un estraneo, sopraffatto e impotente di fronte a qualcosa che (finalmente!) non puo’ controllare e domare.

Everglades National Park, Florida: terzo parco per estensione, per lo piu’ paludoso e abitato da alligatori e pantere

Niagara Falls State Park, New York: il piu’ antico parco statale statunitense, al confine con il Canada

Big Bend National Park, Texas: remoto parco al confine con il Messico, dove si respirano ancora atmosfere da Far West

Big Bend National Park

La bellezza alpina dello Yosemite National Park, California: il secondo ad aver ottenuto lo status di parco nazionale, nel 1890

Yosemite National Park

White Sands National Monument, New Mexico: il piu’ vasto deserto di dune di gesso al mondo

Dry Tortugas National Park, Florida: un remoto e pristino angolo di paradiso nel Golfo del Messico

Grand Canyon National Park, Arizona: probabilmente il piu’ famoso canyon al mondo, scavato dal fiume Colorado nel corso di milioni di anni

Grand Canyon National Park

El Yunque National Forest, Porto Rico: l’unica foresta tropicale degli Stati Uniti

El Yunque National Forest

Death Valley National Park, California: una terra di estremi caratterizzata dalle piu’ alte temperature di tutto il Nord America

Death Valley National Park

PASS ANNUALE VS GIORNALIERO

Se avete intenzione di visitare piu’ di un parco durante il vostro viaggio negli Stati Uniti, è sicuramente conveniente acquistare il pass annuale, chiamato America the Beautiful, del costo di 80 dollari, che garantirà l’ingresso a tutte le aree poste sotto il controllo del National Park System a voi e altri 3 adulti (i bambini sotto i 15 anni entrano gratis) illimitatamente per un anno.

Dal momento che il costo del biglietto giornaliero di ogni singolo parco è mediamente di 20 dollari a veicolo o in alternativa di 12 dollari a persona, il pass annuale risulta piu’ economico e vi permetterà inoltre di saltare le code che si formano agli ingressi, soprattutto in alta stagione.

America the Beautiful può essere acquistato comodamente on-line e fatto spedire a casa vostra oppure si puo’ comperare direttamente presso il primo parco nel vostro programma.

CONSULTARE IL SITO UFFICIALE DEL NPS

Un consiglio sempre utile per la visita ai parchi degli Stati Uniti è quello di consultare preventivamente il sito ufficiale del National Park Service, che elenca: costi d’ingresso, orari di apertura, eventuali possibilità di pernottamento e attività in programma. E’ inoltre sempre aggiornato con allarmi in corso (incendi, alluvioni, frane), condizione dei sentieri e informazioni riguardo a chiusure straordinarie.

PERNOTTAMENTO

In moltissimi parchi e’ possibile pernottare ma gli alloggi sono molto limitati e soprattutto se organizzate un viaggio in estate, con l’alta stagione, dovete prenotare con molti mesi di anticipo.
Mediamente si tratta di bungalow spartani, ranch molto caratteristici e campeggi, con un basso impatto ambientale e in sintonia con il paesaggio naturale.

CONSIGLI GENERALI

Dimenticate i cellulari perché per la maggior parte del tempo non funzioneranno. Munitevi invece di una vecchia e rassicurante mappa cartacea per orientarvi meglio. E’ buona abitudine chiedere una cartina dettagliata dell’area ai ranger posti all’ingresso di ciascun parco.
Dimenticate l’auto e siate pronti a percorrere lunghe distanze a piedi. Questo è il modo migliore per esplorare la natura.
Fate attenzione ai cambiamenti climatici improvvisi.
Portate con voi diverse bottiglie d’acqua, soprattutto se avete intenzione di intraprendere lunghe escursioni.
Non date cibo agli animali selvatici e non avvicinateli.

Alcuni di questi suggerimenti potranno sembrare abbastanza banali, ma ho notato che molte persone, forse tranquillizzate dal fatto di trovarsi in un territorio sotto controllo federale, dimenticano di essersi introdotti in terre selvagge e estreme (Into the wild per dirla alla Krakauer), in cui non ci sono servizi/comodita’ e sicurezza di alcun tipo. Non sono luoghi a misura d’uomo. Qui e’ la natura, indomabile e imprevedibile, a far da padrona. Non ci sono recinzioni di alcun tipo a salvarvi dai precipizi o dagli animali selvatici.

Per citare alcuni numeri, ripresi da un post di qualche tempo fa: dal 1870 ad oggi si sono registrate piu’ di 600 vittime al Grand Canyon, molte delle quali dovute a cadute nel canyon a causa di disattenzioni, sopratutto per scattare fotografie.

Durante le mie visite ai grandi parchi dell’Ovest, ho dovuto fare i conti con condizioni estreme: temperature da capogiro nella Death Valley (47 gradi), un incendio allo Yosemite e una tempesta di sabbia a ridosso del Grand Canyon…quindi siate pronti a tutto!

Usare il buonsenso e’ infine il consiglio piu’ prezioso che posso darvi, perche’ non bisogna mai dimenticare che in questi luoghi selvaggi l’uomo e’ soltanto un visitatore che non resta.

[1] Originale: “…an area where the earth and its community of life are untrammeled by man, where man himself is a visitor who does not remain.”

NORD EUROPA
Irlanda on the road
6 December 2014
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Chiunque torni da un viaggio in Irlanda e nelle sue mirabilia naturali puntualmente si ammala di un malessere che non puo’ essere curato, nemmeno con medicine e antibiotici: il Mal d’Irlanda.

Io non sono mai guarita da quell’estate di qualche anno fa, quando sono partita per un’avventura tutta on the road in questa magica isola.

E dopo mesi, anni addirittura, mi porto ancora dentro i prati verdi e rigogliosi che si estendono a perdita d’occhio (da qui il soprannome di Isola di smeraldo) e le adorabili pecorelle bianche col musetto nero, gli antichi castelli arroccati su colline e scogliere, la forte brezza al profumo di salsedine, ma soprattutto non mi scordero’ mai la gentilezza, l’ospitalita’ e la vitalita’ degli irlandesi.

Il mio viaggio e’ incominciato a Dublino, presso cui ho trascorso un paio di giorni ed e’ proseguito percorrendo l’intera isola in senso antiorario, con tappe di uno o massimo due giorni, senza aver prenotato nulla in anticipo. Tempo totale: 2 settimane.

Innanzitutto, guai a pensare che l’Irlanda sia rispecchiata soltanto dalla sua capitale, Dublino! Giusto il tempo di abituarmi alla guida a sinistra (un trauma se devo dirla tutta) e alla strana pronuncia irlandese, di un drink a Temple Bar e un’ottima birra durante la visita alla fabbrica della Guinness, di una passeggiata all’interno di Dublin Castle e Trinity College (la piu’ antica e prestigiosa universita’ irlandese fondata nel 1592 dalla regina Elisabetta I) e mi sono subito allontanata dalla citta’, in direzione Irlanda del Nord, precisamente a Ballycastle, pittoresco paesino portuale.

Qui ho alloggiato presso il piu’ accogliente e romantico B&B in cui sia mai stata: Kenmara House, una casetta in stile vittoriano, curata in ogni suo dettaglio e a strapiombo sul mare, proprieta’ del Sig. Ernie Shannon, che io ho subito rinominato “Uncle Ernie”, gentile e premuroso proprio come fossi parte della sua famiglia.
Inoltre, se come me visitate la costa nord in estate, potrete assistere a un suggestivo fenomeno naturale: il tramonto del sole in tarda serata (circa le 23). La vista dalla scogliera e dalle stesse camere del B&B al tramonto, con la sagoma indistinta dell’Isola di Rathlin in lontananza, e’ qualcosa di imperdibile.

Dopo una bella colazione con pane tostato, marmellate e miele fatto in casa, ho proseguito verso ovest fino a Carrick-a-Rede, una scogliera raggiungibile dopo una piacevole passeggiata di 1 km circa, in cui si trova un ponte di corda sospeso sul mare che dal 1874 collega la terraferma ad un isolotto (paradiso per gli amanti della pesca).
Da qui, nelle giornate particolarmente terse, si possono ammirare le coste della Scozia o ci si puo’ semplicemente sdraiare sull’erba soffice e godersi il suono dell’oceano che s’infrange sugli scogli.

Poco distante si trova uno dei paesaggi piu’ suggestivi e unici dell’Irlanda: Giant’s Causeway (Strada del gigante): una superficie piuttosto ampia (raggiunge le coste della Scozia) costituita da migliaia di colonne basaltiche a base esagonale di formazione vulcanica, attualmente riserva naturale e patrimonio dell UNESCO.
Secondo un’antica leggenda il gigante Finn costrui’ questa possente passerella naturale per poter raggiungere le coste scozzesi dove si trovava la donna di cui era perdutamente innamorato.

Breve tappa a Galway e poi ho raggiunto il piccolo villaggio di Doolin, dove alle 10 del mattino mi sono imbarcata per Inishmore, la piu’ grande dell’arcipelago delle Aran Island, in cui vale sicuramente la pena pernottare e magari noleggiare una bici per scoprirla ed esplorarla come merita.
L’atmosfera e’ quella della vecchia Irlanda, in cui i ritmi e lo stile di vita, le tradizioni e la lingua sono ancora quelli di un tempo, intatti, nonostante il turismo.
Si parla infatti ancora gaelico e i piccoli agglomerati urbani dell’isola sono costituiti da poche decine di cottage separati da muretti in pietra, mentre l’attivita’ principale dei suoi abitanti consiste nella produzione di maglioni in lana di pecora bianca fatti a mano.
Imperdibile il forte preistorico Dun Aengus (datato al 1000 a.c.) eretto proprio sul costone di una scogliera a picco sull’oceano e Seven Churches, un antichissimo sito monastico in cui si trovano, a dispetto del nome, solo due chiese oltre a tombe con croci celtiche e rovine.

Proseguendo il tragitto verso sud, a 10 minuti da Doolin, si trovano le celeberrime Cliffs of Moher, scogliere lunghe 8 km che si ergono tra i 100 e 200 metri d’altezza sull’Oceano Atlantico, divise idealmente da O’Brien’s Tower, una solitaria torre cilindrica in pietra dalla cui cima si possono ammirare le Aran Islands, nella baia di Galway.
Nonostante un cartello intimi a non proseguire, prendetevi del tempo per una bella passeggiata. I sentieri sono scoscesi, a pochi metri dall’estremita’ della scogliera e senza recinzioni, il che rende tutto molto emozionante e liberatorio.
Al tramonto vedrete moltissime persone, turisti e non, seduti sul ciglio, con i piedi a penzoloni nel vuoto, ad ammirare il cielo d’Irlanda colorarsi di poesia.

Scendendo verso sud, si trova il Ring of Kerry, un loop panoramico per la maggior parte costiero e tortuoso, lungo 200 km circa, le cui tappe principali sono (in senso orario): la cittadina di Killarney, Killarney National Park e le cascate Torc che scorrono al suo interno, Muckross House (una bellissima mansione in stile tudor risalente al 1843 con incantevoli giardini annessi), il paesino di Kenmare e la penisola Iveragh (una delle “dita” dell’area sud-ovest d’Irlanda) ricca di spiagge, campagne verdeggianti e dolci colline, villaggi caratteristici e scorci splendidi, come da Rossbeigh Beach.

La sperduta Mizen Head e’ l’ultima delle cinque penisole del Sud-Ovest ed e’ caratterizzata da una stazione meteorologica, un faro e un piccolo museo, raggiungibili attraverso un ponte sospeso e un sentiero di 99 gradini inerpicati lungo pareti rocciose con viste mozzafiato.
In questo scenario, Guglielmo Marconi trascorse del tempo sperimentando metodi per mandare messaggi radio oltreoceano.

Breve tappa a Cork, uno dei piu’ importanti porti naturali d’Europa e un tempo completamente solcata da canali, per poi terminare il viaggio nel punto di partenza.

Paesaggi marittimi e silvestri, scogliere e prati a perdita d’occhio, tutti legati da un prezioso filo conduttore: il verde. Il verde tutto intorno. Il verde che quieta l’anima. Il polmone di un Paese che forse, troppo spesso e ingiustamente, resta nascosto all’ombra del vicino gigante britannico.

Non e’ un caso allora che ad una particolare tonalita’ di verde, quella presente nella bandiera nazionale, sia stato dato il nome d’ “irlandese”.

Il cielo d’Irlanda ha i tuoi occhi se guardi lassù, ti annega di verde e ti copre di blu.
Dal Donegal alle isole Aran e da Dublino fino al Connemara, dovunque tu stia viaggiando il cielo d’Irlanda si muove con te, il cielo d’Irlanda è dentro di te. [1]

[1] Frasi tratte dalla canzone “Il cielo d’Irlanda” di Fiorella Mannoia, 1992, album “I treni a vapore”, composta da Massimo Bubola

NORD AMERICA
Hai vissuto a Miami se…
29 November 2014
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Un personalissimo e simpatico omaggio, per ricordare con un sorriso la citta’ che e’ stata la mia casa per tre splendidi anni: Miami.

Chi mi conosce sa che il mio rapporto con Miami e’ sempre stato un po’ altalenante. Alti e bassi. Odi et Amo. In una relazione complicata per dirla alla Facebook!

Poi, come accade in molte relazioni burrascose, anche la nostra e’ terminata.
Ci siamo lasciati perche’ sono tornata a vivere in Italia (e le relazioni a distanza non sono mai state il mio forte!), ma ci siamo salutati serenamente con un arrivederci, senza rimpianti ne’ rimorsi, con le solite promesse intrinseche a frasi rassicuranti come restiamo amici e vediamoci ogni tanto.

Ecco quindi uno scherzoso e ironico elenco con 40 segnali (alcuni davvero bizzarri!) che chi vive o ha vissuto a Miami sicuramente riconoscera’ come familiari, mentre chi vi ha trascorso qualche giorno in vacanza avra’ forse intuito.

Hai vissuto a Miami se…

1.  Convivi con gli allarmi uragano ogni maledetta estate

2.  Quando vuoi la pizza buona vai da Spris o da Piola

3.  Parli piu’ spagnolo che inglese

4.  Hai fatto del motto Life is better in flip flop il tuo mantra di vita

5. L’unico caffe’ decente e’ quello dei cubani perche’ quello da Nespresso e’ troppo costoso

6.  Hai visto almeno una volta il ragazzo in bici che porta a spasso due lemuri nel cestello o quello che al collo, al posto della sciarpa, ha un serpente

7.  Non fai piu’ caso ai manichini con la sesta di reggiseno

8.  Hai assistito ad almeno un arresto dal vivo

9.  Hai avuto il coraggio di rimanere a South Beach durante il Memorial Weekend

10. Dopo un forte temporale, South Beach sembrava peggio di Venezia con l’acqua alta

11. Quando fa “freddo” metti Moon Boot, sciarpa, cappello, giacca pesante neanche stessi andando a sciare

12.  Hai imparato a fare il bucato nelle lavatrici condivise senza schifarti

13.  Hai visto l’inizio dei lavori su Alton Road ma non sai se ne vedrai mai la fine

14.  Quando vuoi mangiare sano vai da Whole Food

15.  Il traffico della I-95 e’ peggio della Tangenziale Est di Milano

16.  Hai percorso il lungomare in longboard o rollerblade

17.  Ormai riconosci in un secondo i sederi rifatti in spiaggia

18.  Ti sei abituato alle temperature da frigorifero dei mezzi pubblici

19.  Sai cosa significano e hai mangiato: yucca, vaca frita, platanos

20.  Conosci tutte le locations in cui fu girato Scarface

21. Almeno un tuo amico credeva di aver rimorchiato la piu’ bella ragazza del locale e invece era una escort

22.  Sei stato rimbalzato in discoteche come Liv, SLS e Set.

23.  Mercoledì sera = Montaditos

24.  Da maggio a luglio Let’s go Heat

25.  Due cocktail in discoteca 50 dollari???!!

26.  Non metti piede in Ocean Drive perche’ e’ solo per turisti

27.  Hai almeno tre amici che lavorano nelle Real Estate

28.  Il secondo sabato di ogni mese lo trascorri a Wynwood per fare l’alternativo

29.  I tramonti infuocati dietro ai grattacieli di Downtown non te li scordi piu’

30.  Hai incontrato almeno un VIP per le strade di Miami Beach

31.  Hai partecipato alla parata in costume ad Halloween su Lincoln Road

32.  Il 29 di ogni mese e’ Giro Gnocco da Piola

33.  A Natale sei vestito cosi’…

34.  Ti hanno rimosso la macchina almeno una volta e hai una collezione di multe per divieto di sosta che neanche l’album dei calciatori Panini

35.  La domenica e’ brunch da Nikki Beach

36.  Fai shopping ad Aventura Mall

37.  Ferrari, Lamborghini e Maserati sono piu’ comuni della Grande Punto

38.  I weekend li passi in spiaggia

39.  Fai arrabbiare i tuoi amici in Italia postando foto di palme, sole e costume da bagno in inverno

40.  Se leggendo i precedenti 39 punti ti ci sei rispecchiato!

E voi siete mai stati in vacanza o avete mai vissuto a Miami? Cosa aggiungereste a questa lista? Scrivetemelo nei commenti!

SUD EUROPA
#isegretidimilano: la meridiana solare del Duomo
20 November 2014
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Il premio Nobel per la letteratura T. S. Eliot era convinto che:

Non smetteremo mai di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta. [1]

E il mio punto di partenza e’ Milano: cosi’ vicina eppure ancora cosi’ poco conosciuta ed esplorata a causa dei miei pregiudizi da provinciale.

Siamo sovente cosi’ convinti che l’erba del vicino sia sempre piu’ verde che spesso non ci accorgiamo di quanto sia incantevole il nostro giardino, ritenendolo banale e noioso. Aneliamo a Paesi lontani, esotici e misteriosi, ma ci dimentichiamo di quanto spesso proprio la citta’ in cui siamo nati e affondiamo le nostre radici possa sorprenderci e regalarci avventure egualmente indimenticabili.

Un giorno, poco tempo fa, mi sono ritrovata a riflettere sul fatto che in 27 anni non sono mai salita sul Duomo di Milano, che non so nulla della citta’ e della sua storia, perche’ mi ci recavo giusto un paio di volte l’anno per lo shopping…e mi sono vergognata molto.

Da qui e’ nata la voglia irrefrenabile non solo di (ri)scoprire la mia citta’ per la prima volta ma di riportare alla mente tutti gli aneddoti che i miei nonni mi raccontavano su Milano durante le Grandi Guerre o le chicche che ci insegnavano a scuola nelle ore di storia dell’arte e che pochi conoscono.

Dopo qualche giorno di ricerche, letture e riflessioni, accanto alla Milano di cui si parla nei libri di storia, fatta di opere grandiose e musei importanti, si e’ delineata una Milano piu’ intima e segreta, custode di misteri antichi legati a leggende locali e di luoghi nascosti e poco raccontati.

E mi sono ritrovata sorpresa e affascinata proprio da queste piccole e insolite realta’ ed e’ di quest’ultime che voglio scrivere nel mio blog, connettendole tra loro con l’hashtag #isegretidimilano. [2]

Il mio percorso nei segreti di Milano comincia oggi con la meridiana solare posta all’interno del Duomo, emblema per eccellenza del capoluogo lombardo.

Il 12 maggio rappresenta una data importante per la cattedrale milanese per due motivi: il primo e’ che il 12 maggio 1386 vennero ufficialmente iniziati i lavori di quella che poi sarebbe diventata una delle basiliche piu’ maestose del mondo e il secondo e’ che il 12 maggio del 1786, cioe’ esattamente 400 anni dopo, venne costruita una meridiana solare all’interno della medesima struttura ad opera di alcuni astronomi dell’Osservatorio di Brera.

L’introduzione della meridiana aboli’ di fatto l’uso delle ore italiche (di derivazione biblica, con il giorno composto da 24 ore conteggiate a partire dal tramonto), introducendo gli orologi alla francese in cui il nuovo giorno incomincia dalla mezzanotte ed e’ diviso in due parti da 12 ore ciascuna (il sistema attualmente in vigore).

Lo scopo della meridiana era quello di determinare in modo esatto il mezzogiorno solare. Quando questo accadeva veniva tempestivamente informata la torre del vicino Palazzo della Ragione, in Piazza dei Mercanti, che a sua volta dava la notizia al Castello Sforzesco, presso il quale veniva sparato un colpo di cannone per avvisare i milanesi che era mezzogiorno.

La meridiana del Duomo e’ una linea orizzontale di ottone incastonata nel pavimento che percorre la cattedrale da nord a sud, a circa 2 metri dall’ingresso posto su Piazza Duomo, lungo cui si trovano delle formelle marmoree dove sono raffigurati tutti i segni dello zodiaco e le date di ingresso del sole nel relativo segno.

Da un foro circolare (detto foro gnomonico), posto a 24 metri da terra nella volta della navata sud (quindi entrando a destra), un fascio di luce viene proiettato sulla linea meridiana, determinando cosi’ non solo il mezzogiorno solare (quando cioe’ il disco solare proiettato viene tagliato a meta’ dalla meridiana) ma anche il corso annuale del sole da un mese all’altro, spostandosi gradualmente dal Cancro (solstizio estivo) al Capricorno (solstizio invernale o Solstitium Hiemale, dicitura latina riportata sopra al segno zodiacale).

La meridiana del Duomo ha quindi una doppia funzione di orologio e calendario.

Purtroppo l’altezza del foro rese impossibile contenere l’intera linea d’ottone nel pavimento quindi la meridiana venne fatta proseguire sul muro a sinistra fino a 3 metri circa di altezza, dove si trova rappresentato il segno del Capricorno.

Numerosi punti interrogativi, ipotesi e teorie oscure vengono associate alla meridiana solare, velandola di mistero e rendendola percio’ molto interessante.

Ad esempio, stupisce il fatto che un sistema del genere, che fornisce non solo dati astronomici ma anche astrologici (associabili a forme di paganesimo), sia posto all’interno di una chiesa cattolica che si dichiara estranea a questa materia.

Ma il vero enigma ruota attorno al segno zodiacale del Capricorno, l’unico ad essere sulla parete, visibilmente piu’ grande rispetto agli altri e l’unico a non essere stato rimosso 200 anni fa durante i lavori di restauro.
Il Capricorno e’ in primis la forma in cui spesso e’ raffigurato Satana.
Ma, cosa ancora piu’ interessante, era consuetudine inserire in cattedrali gotiche simbologie legate ai Templari e uno degli idoli pagani venerati dai Cavalieri dell’Ordine e utilizzato nei riti di iniziazione era il Bafometto, una sorta di demone cornuto e con la faccia pelosa, proprio come un capricorno.

Coincidenze? Cosa si cela veramente dietro tutti questi simbolismi?

[1] Originale: We shall not cease from exploration. And the end of all our exploring will be to arrive where we started and know the place for the first time. Da Four Quartets, Little Gidding.

[2] L’hashtag chiaramente si rifa’ ai celeberrimi libri “I Segreti di …” del giornalista e scrittore italiano Corrado Augias.

NORD AMERICA
Dry Tortugas: destinazione paradiso
14 November 2014
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Accessibili soltanto in barca o idrovolante, a piu’ di 100 km a ovest di Key West (il punto piu’ a sud della Florida), nel Golfo del Messico, si trovano le sette remote e selvagge isole denominate complessivamente Dry Tortugas, parco nazionale statunitense e vero e proprio paradiso terrestre.

Tortugas significa “tartarughe” e il nome venne attribuito all’intero arcipelago dopo che l’esploratore spagnolo Ponce de Leon lo scoprì nel 1513 e vi avvisto’ un gran numero di tartarughe marine. Dry significa “secco”, poiche’ mancano sorgenti d’acqua dolce.

Durante il 17esimo e 18esimo secolo le isole venivano usate dai pirati come base prima di sferrare gli attacchi nel Golfo del Messico.

Successivamente, dopo l’acquisizione della Florida da parte degli Stati Uniti, su Garden Key (la seconda isola per estensione) venne costruito Fort Jefferson, un imponente forte in mattoni a pianta esagonale circondato da un fossato, con lo scopo di proteggere le rotte mercantili dirette nel Mississipi e di accogliere fino a 1550 soldati e 500 cannoni all’interno delle sue mura, oltre a riserve d’acqua e cibo per poter sopravvivere a lunghi assedi.

Un faro fu costruito nel 1825 su un lato delle mura del forte, come avvertimento per le navi in transito vicino all’arcipelago, ma attualmente e’ inutilizzato.

Dopo la Guerra Civile il bastione venne utilizzato fino al 1874 come prigione federale per disertori e altri criminali. Tra i detenuti piu’ famosi vi era uno dei cospiratori dell’assassinio del Presidente Lincoln.

Venne poi adibito a luogo di quarantena fino agli inizi del 1900, nel 1908 venne trasformato in riserva naturale e nel 1992 il forte, le sette isole di Dry Tortugas e l’ecosistema marino circostante ottennero lo status di parco nazionale, forse il piu’ peculiare tra tutte le aree naturali statunitensi poste sotto protezione federale: e’ infatti il piu’ piccolo, piu’ remoto e meno visitato tra i parchi nazionali.

L’unica compagnia ad offrire un servizio di traghetto per Dry Tortugas e’ Yankee Freedom III al costo di $170 a persona. La barca parte alle 08:00 da Key West e riattracca verso le 17:30, lasciando all’incirca quattro ore da passare tra Garden Key, Bush Key e Long Key (tutte collegate tra loro da lembi sottili di sabbia finissima). Colazione, pranzo, tour guidato del forte e attrezzatura per snorkeling sono inclusi nella tariffa.

Numerose le attivita’ a disposizione per trascorrere la giornata a contatto con la natura: dalle immersioni nelle acque cristalline al semplice e sempre gratificante relax sulle spiagge bianche, crogiolati al sole.

L’arcipelago delle Dry Tortugas si trova in prossimita’ dell’unica barriera corallina vivente degli Stati Uniti continentali e terza per dimensioni nel mondo. Si snoda da Miami fino al Golfo del Messico ed e’ per questo chiamata Florida Reef: un vero e proprio paese delle meraviglie per tutti gli appassionati di snorkeling, ricca di pesci e coralli.
Grazie alla posizione remota delle isole e al turismo controllato, l’ambiente marino e’ particolarmente protetto e puo’ quindi proliferare in liberta’ senza alcuna interferenza.
Razze e squali sono stati spesso avvistati nell’area.

Ammetto di non essere molto coraggiosa quando si tratta di immersioni, quindi gran parte della mio tempo l’ho trascorso passeggiando e osservando la sorprendente varieta’ di fauna circostante.
Moltissime le specie di uccelli che abitano queste piccole oasi perdute e infatti il bird watching (l’osservazione degli uccelli) e’ un’attivita’ molto interessante da svolgere: rondini di mare, sula mascherata e fregata magnifica sono solo alcune tra le specie che si possono incontrare.
Spostando lo sguardo dalle fronde degli alberi verso i cespugli e le radici in basso, ho notato un gran movimento, un via vai di decine e decine di paguri di tutte le forme e dimensioni. Alcuni hanno trovato dimora all’interno di gusci vuoti di cocco, altri in bellissime conchiglie arricciate color sabbia.
Nidi con uova di tartarughe sotterrate sono sparsi un po’ ovunque, recintati e protetti a dovere.

Spiagge di sabbia bianca e finissima, file di palme e mangrovie ad offrire ombra e refrigerio durante le calde giornate estive, l’oceano con le sue sfumature dal blu intenso al verde smeraldo..non so voi ma questa e’ la mia idea di paradiso!

Se siete dei grandi amanti della natura e del campeggio non perdete l’occasione di pernottare su Garden Key, in un piccolo spiazzo di pochi metri quadrati all’ingresso di Fort Jefferson. Non esistono servizi igienici sull’isola ne’ comfort di alcun tipo…sarete solo voi (e probabilmente un altro paio di persone al massimo) nel bel mezzo dell’oceano, a chilometri e chilometri di distanza dalla civilta’, sotto ad un cielo stellato. Un’esperienza impagabile! L’indomani potrete comodamente risalire sullo stesso traghetto e tornare a Key West.

Una volta giunti sulla terraferma non perdetevi il tramonto! Infatti, a pochi passi dal molo presso cui attracca la barca si trova Mallory Square, una piccola piazza affacciata sul mare presso cui si svolge tutti i giorni a partire dai lontani anni ‘60 il cosiddetto rito del tramonto o sunset celebration: abitanti del luogo e turisti si riversano nella piazza e lungo tutto il molo dell’isola rivolto verso ovest in religiosa venerazione di uno dei piu’ magici spettacoli della natura, osservando il rosso e il rosa che si fondono all’orizzonte mentre il sole si immerge troppo velocemente nelle acque blu. Tutto intorno artisti e musicisti di strada, maghi ed equilibristi, bancarelle e frozen drinks, in un clima di festa gioioso.

NORD AFRICA
Il Cairo da “Mille e una notte”
9 November 2014
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Un aroma inebriante di spezie e profumi; il traffico assurdamente caotico e senza regole; la zona islamica con le sue preziose moschee e quella copta, meno conosciuta, fatta di chiese e vicoli silenziosi; affollati bazar e mercati a cielo aperto; la culla della civilta’ araba con migliaia di anni di storia alle spalle.

Tutto questo (e molto altro) e’ il Cairo, capitale d’Egitto, centro religioso, economico e culturale dell’intero Paese.

Ormai sono passati sei anni dal mio viaggio nella terra dei faraoni eppure la sensazione di trovarmi all’interno delle storie narrate ne Le mille e una notte e’ ancora viva oggi come allora.

In questo post voglio farvi scoprire (o riscoprire se ci siete gia’ stati) il Cairo proprio attraverso i racconti contenuti nelle pagine di questo popolare libro: l’opera araba piu’ diffusa nel mondo, che ha contribuito in maniera consistente a creare nell’immaginario collettivo quell’idea orientaleggiante, esotica e sicuramente fiabesca dell’Egitto e della sua capitale.

Con quegli stessi racconti mi sono addormentata mille e una notte da piccina, sognando le piramidi e i segreti che racchiudono, solcando i sette mari con Sindibàd il marinaio, razziando i preziosi tesori dei quaranta ladroni assieme ad Alì Babà e immaginandomi il volto di Shahrazad, protagonista della famosa storia-cornice del libro.
Bellissima e coraggiosa figlia maggiore del gran visir, Shahrazad si dette in sposa al sultano, che per vendicarsi dell’infedelta’ della prima moglie, da tempo faceva uccidere al mattino le spose con cui aveva trascorso una sola notte. La giovane, astutamente, riusci’ a rimanere viva narrando notte dopo notte magnifiche novelle incastonate l’una nell’altra in un sistema a matriosca, strappando al sultano ogni volta un nuovo giorno per permetterle di concludere la storia del giorno precedente e finendo infine col farlo innamorare di lei, avendo quindi salva la vita.

La Cittadella e la Moschea di Alabastro

“Dopo molto stento e gran pena giunse in quella famosa città, la quale ha poche simili nell’universo, tanto per grandezza, come per bellezza. Scese alla porta di una moschea, ove sentendosi oppresso da stanchezza, coricossi”. Storia del principe Zeyn al-Asnàm e del re dei geni.

La Cittadella e’ una fortificazione eretta sulla sommita’ di una collina nella zona sud della citta’, ad est del Nilo. Le mura furono fatte costruire tra il 1176 e il 1183 da Saladino per proteggere la citta’ dai Crociati e un tempo racchiudevano il palazzo del sultano. Oggi al suo interno, custodite come un prezioso tesoro, si trovano una serie di moschee mozzafiato: un perfetto esempio del Cairo islamico.
La piu’ affascinante e fiabesca e’ la Moschea di Muhammad Ali Pascia’, conosciuta popolarmente come Moschea d’Alabastro, poiche’ le pareti sono ricoperte di questo materiale. Fu edificata tra il 1828 e il 1848 in stile ottomano e si ispira nelle forme alla piu’ famosa moschea di Santa Sofia di Istanbul.
La silhouette caratterizzata dalla grossa cupola biancastra e dai due alti minareti rendono l’intero sito riconoscibile anche a chilometri di distanza.
All’interno il pavimento e’ completamente ricoperto di tappeti rossi ricamati e dalle enormi volte pendono  lampadari luminosi.
Come di norma nelle moschee anche qui e’ obbligatorio entrare scalzi e con abiti decorosi. All’uscita si possono recuperare le proprie calzature e accedere ad una terrazza da cui si gode di una bella vista sulla citta’ e se la giornata e’ particolarmente tersa si possono scorgere le piramidi, dall’altro lato del Nilo.

Il bazar Khan el Khalili

“Nel mio arrivo al Cairo andai a smontare al Khan e vi pigliai un alloggio con un magazzino. Fui subito circondato da una folla di sensali e di venditori”. Storia del mancino.

Alcuni dicono che i commercianti di Khan el Khalili, il secondo bazar piu’ importante ed esteso dell’area orientale dopo quello di Istanbul, discendano direttamente dai mercanti di cui si parla ne Le mille e una notte.
In arabo si chiamano suq, traducibile in bazar: si tratta di intere vie o parti di esse composte principalmente da piccole botteghe in cui si rivende ogni tipo di prodotto: tappeti e arazzi (molti di essi riproducono scene e personaggi famosi tratti dal libro, prima tra tutti Shahrazad), spezie e profumi orientali, stoffe, gioielli, oggetti d’artigianato, statuette, papiri.
Un dedalo infinito di stradine e vicoli tortuosi, affollatissimi e rumorosi, un universo di aromi, colori e suoni, in cui si puo’ ritrovare la vera anima del Cairo, quella che ti sorride sia con la bocca che con lo sguardo, con cui si contratta per comperare qualsiasi cosa. Guai ad accettare la prima offerta!

Piramidi e Sfinge

“…non si contento’ di vedere quanto era degno di curiosita’ al Cairo, ma ando’ anche ad ammirare le piramidi”. Storia d’Ali Cogia mercante di Bagdad.

Il sole stava ancora sorgendo e l’altopiano di Giza era completamente immerso nella foschia mattutina. Pochissimi bus di turisti intorno e l’aria ancora fresca. Credo sia il momento migliore della giornata per far visita alle tre piramidi di Cheope, Chefren e Micerino, importanti faraoni della IV dinastia.
L’intero sito puo’ essere esplorato a piedi in autonomia.
La piramide di Cheope o Grande Piramide e’ la piu’ alta e antica (risale al XXVI secolo a.c.) della necropoli di Giza e rappresenta l’ultima meraviglia del mondo antico giunta pressoché intatta fino ai nostri giorni.
Antiche, imponenti ed enigmatiche, colme di un fascino misterioso e secondo molti di un’energia mistica inspiegabile, le piramidi sembra si sottraggano con maestria ad ogni logica, spiegazione razionale e regola. Un detto popolare afferma: “L’uomo ha paura del tempo. Ma il tempo ha paura delle piramidi”.

Sull’intero sito veglia ermetico e impenetrabile un personaggio famoso tanto quanto le tre piramidi che sorveglia: la Sfinge,  la mitica statua con corpo da leone e testa umana, posta lungo la rampa che conduce alla piramide di Chefren, che secondo la tradizione egizia rappresentava un augurio di vita serena nell’aldila’ ai faraoni.

E davvero, dopo aver letto i racconti de Le mille e una notte e aver visitato il Cairo, sembra che lo spirito della citta’, in fondo, non sia mai cambiato: volti sorridenti, di cui spesso si intravedono solo gli sguardi intensi, colore della sabbia, colmi di fede (cattolica o musulmana) e di vita, discendenti di un’antica civilta’ ed eredi di un lascito culturale che affonda le sue radici nell’alba della storia.

 

Tutte le citazioni di questo post sono tratte da: Le mille e una notte, trad. di Armando Dominicis, Newton Compton Editori, 2010, pag 960

CONSIGLI DI VIAGGIO
Uber e Lyft: l’alternativa economica e high-tech ai taxi
30 October 2014
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Quante volte capita di aver bisogno di un taxi e dover uscire sotto alla pioggia a sbracciarsi per fermarne uno (che puntualmente e’ gia’ occupato) tenendo in mano ombrello, borsa, sacchetti e chissa’ cos’altro? Per non parlare delle cifre da capogiro che ormai si devono sborsare alla lobby dei taxisti per percorrere brevi tragitti in citta’ o per la classica tratta aeroporto-alloggio.

Dite pure addio ai “cari” vecchi taxi: da oggi le soluzioni facili ed economiche arrivano direttamente dalla Silicon Valley, la culla innovativa e tutta tecnologica della California, e si chiamano Uber e Lyft, una vera rivoluzione high-tech nel sistema dei trasporti privati in chiave “social”.

Entrambe le compagnie offrono infatti un servizio di trasporto privato gestibile sia dal passeggero/utente che dall’autista semplicemente attraverso un’app per smartphone.

Ripensate ora alla scena precedente: comodamente seduti e al caldo, non dovete far altro che prendere il vostro telefonino, prenotare un passaggio con un semplice click (anzi ormai con un touch) e uscire solo quando la macchina riservata arriva da voi. Il tutto con un risparmio davvero consistente (mediamente del 20%, ma talvolta fino al 50%!).

Vediamo chi sono e come funzionano Uber e Lyft.

Uber e’ il piu’ conosciuto poiche’ opera in tutto il mondo (Italia compresa). E’ stato fondato a San Francisco e reso poi operativo nel 2010, coprendo tutte le principali citta’ degli Stati Uniti e successivamente espandendosi in altre 25 citta’ nel resto del mondo, tra cui Milano, Genova e Roma.

Lyft opera solo negli Stati Uniti e anch’esso ha sede primaria a San Francisco ma e’ due anni piu’ giovane rispetto ad Uber.
Le sue  campagne pubblicitarie sono solitamente molto curiose ed eccentriche: la piu’ riuscita e’ sicuramente quella del 2014 in cui le auto Lyft hanno esposto per parecchi mesi sul paraurti anteriore dei grossi baffi rosa, rendendole riconoscibili per chiunque (e’ proprio cosi’ che ho scoperto l’esistenza di tale servizio, dopo essermi incuriosita vedendo decine e decine di auto buffe per le strade di Los Angeles).

Lyft e’ piu’ economico di Uber, quindi, anche se per il momento non si puo’ utilizzare in Italia, potete tenerlo a mente se avete in programma un viaggio negli States.

Il funzionamento e’ lo stesso per entrambi ed e’ molto semplice: basta scaricare le rispettive app gratuite, inserire i propri dati personali e collegare una carta di credito.
Ogni qualvolta si necessita di un passaggio bisogna soltanto abilitare la localizzazione, inserire l’indirizzo di destinazione e confermare l’operazione.
Il primo autista nelle immediate vicinanze a prendere in carico la richiesta di passaggio apparira’ sul telefonino assieme alla macchina che verra’ utilizzata per il servizio e alla mappa dell’area attorno all’utente in tempo reale, per permettergli di identificare la macchina riservata e sapere esattamente quando giungera’ da lui.
Alla fine di ogni corsa passeggero e autista si recensiscono a vicenda tramite un sistema da 1 a 5 stelle, creando un network che punta ad essere il piu’ professionale possibile.

Di seguito un esempio basato sulla mia esperienza che mostra il sostanziale risparmio economico di Lyft (le cifre di Uber sono di poco superiori) rispetto a un normale taxi.
La tariffa fissa dei taxisti dall’aeroporto di Miami a South Beach e’ di $33 a cui poi bisogna aggiungere una mancia obbligatoria che varia dal 15% al 20% per un totale di circa $39.
Con Lyft ho speso solo $17 e non sono servite mance perche’ e’ tutto incluso nella tariffa. Un risparmio superiore al 50% in questo caso!

Ovviamente le grandi potenzialita’ dei servizi Uber e Lyft stanno seriamente minacciando i guadagni dei taxisti e battaglie legali sono scoppiate un po’ ovunque, accusando le due compagnie di abusivismo e illegalita’, arrivando a tristi episodi di violenza come e’ accaduto nei mesi scorsi a Milano.

Ormai uso abitualmente Uber e Lyft da qualche mese e mi sono sempre trovata benissimo. Gli autisti sono sempre molto gentili e informali e si puo’ davvero incontrare chiunque, da padri di famiglia che vogliono arrotondare la sera, a studenti che cercano di mantenersi gli studi, molte donne e addirittura ex taxisti che sono “passati al nemico”.

E non e’ finita qui. Se ancora non siete convinti, sappiate che se vi iscrivete a Lyft e Uber e poi fate iscrivere un vostro amico ricevete un credito (di $25 con Lyft e $30 con Uber) spendibile in una corsa successiva a vostra scelta.

Inoltre se l’autista arriva a destinazione ma allunga troppo la strada facendovi spendere piu’ del dovuto, potete farlo presente alle rispettive compagnie, che verificheranno l’effettivo itinerario percorso e se lo giudicheranno inutilmente lungo vi rimborseranno parte dei soldi.

Davvero una valida ed economica alternativa alle macchine gialle, basata sull’innovazione, al passo coi tempi, ironica e informale, quasi come chiedere un passaggio ad un amico, con cui scambiare due chiacchere, ma sempre nella piu’ perfetta sicurezza e professionalita’.

Foto da Pinterest

NORD AMERICA
Haserot Angel: il guardiano piangente del cimitero di Cleveland
22 October 2014
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L'affascinante e allo stesso tempo inquietante sensazione provata osservando Haserot Angel e’ che la sua presenza sia reale, in grado di render partecipi del dolore per la morte dei defunti che sorveglia e insieme custodisce.

Sara’ per lo sguardo impenetrabile che mi fissava dritta negli occhi o per le lacrime nere che gli (uso il maschile ma in realta’ gli angeli sono senza sesso) scorrono sul viso rendendolo quasi umano o per la posa inconsueta per un angelo tombale e totalmente spiazzante, ma mi aspettavo quasi che da un momento all’altro avrebbe sbattuto le palpebre e mi avrebbe presa sotto ad una delle sue maestose ali, a piangere insieme i cari perduti.

Haserot Angel, conosciuto anche come L’Angelo della Morte Vittorioso, e’ la piu’ celebre scultura sepolcrale all’interno di Lake View Cemetery, a Cleveland (Ohio), eterno e silenzioso guardiano di bronzo della tomba di Francis Haserot e della sua famiglia, realizzato dallo scultore americano Herman Matzen nel 1924.

La posa e’ completamente differente da quella dei tradizionali “angeli da cimitero”, che solitamente ispirano consolazione a chi e’ in lutto. Haserot Angel invece e’ imponente e fiero (azzeccato direi il termine “vittorioso”), con le ali completamente spiegate, seduto ma con un piede in avanti come se stesse per alzarsi, creando un’illusione di movimento, le braccia chiuse attorno ad una torcia capovolta, simbolo della vita che si spegne.

Mi piace pensare che le lacrime che solcano la sua pelle bronzea siano il risultato indotto dal grande dolore provato dai vivi per la morte della famiglia Haserot, piuttosto che la conseguenza dello scorrere del tempo e dell’avvicendarsi di diverse condizioni climatiche.

O forse, come suggerisce il soprannome “Angelo della Morte Vittorioso”, c’e’ una doppia valenza intrinseca alla statua e alla sua essenza: meta’ angelo, fiero e compassionevole, e meta’ demone, spaventosa e sinistra presenza nel cimitero (che infatti secondo molti sarebbe stregato, sebbene non esistano storie specifiche a riguardo) che scruta ermetico coloro che si avvicinano alla tomba che sorveglia, ricordando loro la caducita’ della vita umana. Memento Mori si dice in latino.

Haserot Angel si trova poco lontano dall’ingresso posto su Euclid Avenue, lungo Edgehill Road, accanto al sepolcro del senatore Marcus Hanna.

Molti, tra cui la sottroscritta, si avventurano qui esclusivamente per fare visita all’angelo, nonostante a mia sorpresa il cimitero si sia rivelato colmo di sculture, memoriali, mausolei e monumenti interessanti.

Lake View Cemetery e’ piu’ un parco che un cimitero vero e proprio (viene infatti chiamato anche Il museo all’aria aperta di Cleveland) e vi sono sepolti personaggi molto noti come James Garfield, 20esimo Presidente degli Stati Uniti e John D. Rockefeller, magnate dell’industria petrolifera.

E’ uno dei cimiteri piu’ grandi di tutto lo stato dell’Ohio e il primo nucleo, risalente al 1869, venne costruito interamente da operai e tagliapietre italiani, i quali si insediarono poi nel quartiere noto attualmente come Little Italy, proprio a ridosso di Lake View.

Il memoriale e il monumento al Presidente Garfield, la Wade Chapel, il mausoleo comunitario, l’obelisco alla famiglia Rockefeller e naturalmente l’angelo Haserot sono i principali punti di interesse.

E’ molto piacevole anche solo fare una bella passeggiata o leggere un libro sul prato, proprio come si farebbe in un parco.

Ho avuto la fortuna di poter visitare il cimitero a ottobre inoltrato, con il tipico e coloratissimo foliage autunnale riflesso nei laghetti tutt’intorno, durante una mattinata umida e uggiosa, immersa in un’ambiente tutt’altro che sinistro o mesto ma di solenne silenzio e tranquillita’.

NORD AMERICA
La stagione dei tulipani a Chicago: Millennium Park
20 October 2014
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Ogni citta’, regione o Paese del mondo e’ piu’ affascinante se visitato in uno specifico periodo dell’anno o condizione climatica.

Ad esempio, tutti sanno che il Giappone diventa incantevole durante la fioritura dei ciliegi, che San Francisco si copre di una velata e piacevole malinconia quando c’e’ la nebbia e che la vera anima del New England si rivela ad ottobre, quando si accende dei colori autunnali.

D’altronde anche le persone cambiano umore e lati del carattere a seconda delle stagioni: c’e’ chi rinasce a primavera, chi aspetta con ansia l’inverno e chi si intristisce quando piove.

Ai luoghi del mondo accade esattamente lo stesso: ognuno con la sua personalita’ ben precisa e quando una specifica stagione arriva e fa vibrare le corde giuste allora tutto diventa piu’ armonioso e pittoresco.

Chicago, voglio azzardare, e’ una delle piu’ belle e autentiche citta’ degli Stati Uniti, elegante e colta, piena d’arte e cultura ad ogni angolo.
Per me e’ la vera Signora d’America ed e’ stupenda in qualsiasi periodo dell’anno, ma e’ sicuramente imperdibile durante la stagione dei tulipani, tra aprile e la fine di maggio, quando il sole inizia a scaldare e l’aria profuma di migliaia di fiori.

La primavera fa sbocciare ogni anno piu’ di 500,000 tulipani, in un assortimento sempre diverso di colori, varieta’ e forme, in tutti gli angoli della citta’: nei giardini pubblici, nelle aiuole dei marciapiedi, sui davanzali delle finestre e lungo le linee di mezzeria.
In particolare, nel cosiddetto Loop, il distretto economico di Chicago, se ne possono ammirare moltissimi: lungo Magnificent Mile (il viale principale e piu’ alla moda dove si trovano negozi di lusso, ristoranti e piccoli mall), di fronte alla Water Tower (un serbatoio idrico a torre, che in realta’ sembra piu’ un piccolo castello in stile gotico e che e’ diventato famoso come l’unico edificio del centro citta’ ad essere sopravvissuto al grande incendio del 1781) e all’interno di Millennium Park, il parco cittadino piu’ noto e centro culturale della citta’.

Passeggiare lungo Magnificent Mile fino a Millennium Park in piena primavera e’ l’attivita’ migliore che possiate fare a Chicago, con l’aria fresca degli ultimi strascichi d’inverno e fragrante dell’aroma di tulipani, divertendovi a interagire con le installazioni artistiche all’avanguardia che si trovano al suo interno.

L’attrazione piu’ famosa del parco, che io considero un po’ come la vera mascotte della citta’, e’ l’immensa opera d’arte di Anish Kapoor, chiamata Cloud Gate, che nelle intenzioni dell’artista dovrebbe riprodurre in larga scala una goccia di mercurio, ma che tutti chiamano amichevolmente The Bean (il Fagiolo). Dalle immagini capirete facilmente il motivo di tale soprannome.
E’ costituito da lastre in acciaio inox saldate tra loro in modo che non siano visibili linee di giuntura, risultando in un’enorme superficie curva riflettente, ispirata al mercurio liquido, che crea un divertente gioco di riflessi distorti con i grattacieli tutto attorno e le persone che si avvicinano e passano al di sotto.

A pochi passi dal “Fagiolone” si trova Crown Fountain, un’installazione artistica/video scultura interattiva, costituita da una piscina di granito nero e ai lati opposti, uno di fronte all’altro, due parallelepipedi di vetro su cui appaiono a ripetizione dei brevi video di persone in primissimo piano, tutti abitanti della citta’.
Una sorta di tributo alla popolazione di Chicago (infatti sono piu’ di 900 i volti che si susseguono nei filmati), che affolla, assieme ai turisti, Millennium Park sperando di veder apparire il proprio viso in mondo visione.

Proprio di fronte a Crown Fountain si trova l’Istituto d’Arte di Chicago, con una vasta collezione permanente Impressionista e Post-Impressionista, diviso per aree in base al periodo storico, al tipo di arte e alla collocazione geografica. Molto interessante l’esposizione d’arte antica e americana pre Novecento. Numerose le opere di pittori del calibro di Renoir, Monet, Van Gogh, Picasso, Kandinsky e Modigliani.
Vale il biglietto anche solo per ammirare dal vivo Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande-Jatte, del puntillista francese Seurat, di dimensioni esorbitanti e sotto al quale si trovano spesso classi di bambini intenti a riprodurre il capolavoro a puntini.
Recentemente e’ stata aggiunta al museo la Modern Wing (l’ala dedicata all’arte moderna) progettata dall’architetto italiano Renzo Piano, che funziona da area di connessione tra il resto del museo e Millennium Park (e per estensione l’area urbana circostante) attraverso Griffin Court.
Un must-seen di della citta’, che proprio negli ultimi giorni e’ stato nominato miglior museo al mondo da TripAdvisor. Non potete proprio perderlo!

Insomma, che vogliate visitarla in primavera o in qualsiasi altra stagione dell’anno, un biglietto aereo per Chicago vale sempre la pena comprarlo!

NORD AMERICA
Queork: la nuova frontiera ecologica della moda
10 October 2014
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Passeggiando per le vie del French Quarter di New Orleans, senza meta, ma semplicemente curiosando qua e la’, mi sono imbattuta in un’interessante boutique specializzata in borse e accessori in sughero.

E’ vero, non e’ un argomento prettamente di viaggio, ma credo sia importante anche condividere iniziative curiose e significative scoperte girovagando, soprattutto quando queste contribuiscono a salvaguardare l’ambiente e per estensione quello stesso mondo che amiamo tanto esplorare.

Vi voglio quindi parlare della Queork, un’azienda nata un paio di anni fa dalla rivoluzionaria e tutta ecologica idea di utilizzare il sughero per fabbricare linee uniche e innovative di borse e accessori, come custodie per telefoni e tablet, portafogli, cinture, braccialetti e ombrelli.

Attualmente gli unici due negozi in cui e’ possibile acquistare tali prodotti si trovano a New Orleans e Santa Rosa Beach (Florida), ma potete ordinare quello che piu’ vi piace direttamente dal loro sito e farvelo spedire a casa.

Il nome deriva dalla fusione delle parole queen (regina) e cork (sughero): “regina del sughero”, ovvero l’appellativo dato ad una delle due fondatrici.

Questi articoli unici nel loro genere nascono da diverse considerazioni, prima tra tutte la necessita’ di utilizzare nella moda un materiale che sia il piu’ ecologico possibile e a basso impatto ambientale.

Il sughero, in questo senso, e’ perfetto perche’ l’albero da cui si ottiene e’ in grado di autorigenerare la propria corteccia rendendo questo materiale una risorsa rinnovabile ed eco-compatibile.

Una volta raggiunta la maturita’, la sughera viene privata della propria corteccia una volta ogni circa 10 anni, senza che le venga arrecato alcun danno, dandole il tempo di ricrearne una nuova, semplicemente seguendo il ciclo della natura.

Un altro motivo che ha spinto a questa scelta e’ stato dettato dal crollo negli ultimi anni dell’utilizzo del sughero nel settore del vino, a causa della sostituzione dei tradizionali tappi con quelli in plastica. Piu’ sughero quindi a disposizione, soprattutto dalla Sardegna che si colloca tra i principali fornitori mondiali, accanto a Spagna e Portogallo.

Il sughero inoltre presenta numerosi vantaggi: e’ leggero e maneggevole; si lava semplicemente con una spugna inumidita con acqua, senza alcun prodotto chimico; e’ impermeabile, ipoallergenico, ignifugo e resistente a macchie e sbiadimenti; e’ inoltre un repellente naturale contro zanzare e insetti; al tatto e’ morbido e flessibile.

 

 

I prezzi? Assolutamente ragionevoli: per una borsa di medie-grosse dimensioni si parla di $100-$200!

In tutto e per tutto, valide alternative a prodotti di origine animale come pelle e camoscio, che oltre ad essere costosi sono anche molto delicati.

Inoltre, la commessa del negozio e’ stata molto gentile e mi ha spiegato i processi di lavorazione del sughero, i suoi vantaggi e la vision e la mission della Queork…davvero un’interessante lezione di ecologia, come non ne ascoltavo da anni!

100 % ecologico   100% vegano   100% genuino

 

Buono shopping!

CENTRO AMERICA
Tra rovine e esoterismo: il fascino decadente della vecchia Panama’
6 October 2014
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Convenientemente collocata a meta’ strada tra  Nord e Sud America, Panama City, o semplicemente Panama’ (con l’accento!) per gli abitanti del posto, e’ un importante crocevia culturale e commerciale, una capitale cosmopolita, un paradiso fiscale e una citta’ affascinante composta da estremi inconciliabili.

La citta’ fu fondata nel 1519 dagli spagnoli, come punto di partenza per le operazioni di conquista dell’Impero Inca in Peru e costituisce il primo insediamento europeo sulla costa pacifica di tutto il continente americano.

Come molte altre aree circostanti, anche Panama’ era frequentemente attaccata da pirati e filibustieri e, nonostante fosse ubicata sull’Oceano Pacifico, rendendo necessario un attacco da terra, nel 1671 il famoso pirata Henry Morgan con al seguito 1500 uomini mise a ferro e fuoco la citta’ nell’evento storico conosciuto come il Sacco di Panama. Si dice gli servirono 200 muli per riportare sulla costa atlantica e caricare poi sulle navi tutti i tesori rubati.

Dopo quell’episodio, della citta’ rimasero solo rovine e edifici decadenti e si rese quindi necessaria la completa ricostruzione di Panama’, ma per proteggersi meglio da eventuali attacchi futuri, l’intero centro urbano venne eretto in una nuova sede, a circa 8 km dallo stabilimento originario.

Al vecchio sito venne dato il nome di Casco Viejo o Antiguo (Quartiere Antico) per distinguerlo dal nuovo e piu’ moderno insediamento chiamato Panama City.

Da allora la citta’ nuova inizio’ la corsa verso il progresso e attualmente rappresenta il centro economico e finanziario dell’intero Paese, con grattacieli, banche e uffici, mentre la citta’ vecchia non venne mai restaurata e rimase sostanzialmente un cantiere a cielo aperto fino ad oggi, circondata dalle antiche mura di un tempo che l’hanno protetta e preservata, se non dall’attacco dei pirati, per lo meno dall’irrompere della modernita’, mantenendo vivi culti misteriosi e credenze esoteriche antichissime.

Casco Antiguo e’ costituito da edifici in stile coloniale spagnolo risalenti al 16esimo e 17esimo secolo, molti dei quali abbandonati e fatiscenti. Solo negli ultimi 20 anni, da quando l’UNESCO l’ha dichiarato Wolrd Heritage Site nel 1997, ingenti investimenti hanno reso possibili diversi lavori di ristrutturazione dell’area e la costruzione di strutture moderne, quali alberghi, ristoranti, caffetterie e boutique, in armonia con lo stile del quartiere, abitato oggi da una vibrante comunita’, composta da locali e stranieri.

Prendersi una giornata per esplorare a piedi il vecchio quartiere e’ sicuramente l’esperienza piu’ autentica che potete fare a Panama’, un’occasione per comprendere a fondo l’inconciliabilita’ degli estremi di cui e’ composta e che la rendono particolarissima.

Ecco una guida ai luoghi da non perdere del Casco Antiguo.

Mercado de Mariscos

Il mercato del pesce della citta’ vecchia e’ posto proprio all’ingresso del quartiere.
Qui troverete un’enorme varieta’ di pesce fresco e la parte piu’ interessante e’ che potete scegliere quello che piu’ vi piace e portarlo al piano di sopra per farvelo cucinare a pochi dollari come meglio preferite! Ceviche fresche sono disponibili in diverse bancarelle a $1!

Plaza Quinto Centenario

Dal mercato ittico incamminatevi lungo la Cinta Costera, la strada che costeggia il mare, fino a Plaza Quinto Centenario, all’interno di un piccolo parco, presso cui si svolgono eventi e concerti tutto l’anno e da cui si gode della vista migliore sullo skyline di Panama’.

La Rana Dorada

Di fronte alla piazza, dall’altro lato della strada, si trova la famosissima cerveceria La Rana Dorada, con numerose birre artigianali e internazionali, qualche tapas e la tipica atmosfera rilassata da Irish pub.
Imperdibile la barca gialla con gli assaggi di birra che vi permettera’ di provare tutte e quattro le deliziose birre prodotte localmente.

Iglesia Santo Domingo/Arco Chato

Nel cuore del Casco Antiguo si trova la Chiesa Santo Domingo, o per lo meno, quello che ne rimane, dopo l’incendio del 1756. L’edificio non venne mai ricostruito né restaurato e i mattoni delle quattro mura sono quelli originali del 17esimo secolo, quando venne eseretta assieme al convento omonimo, poco dopo che la citta’ di Panama’ venne fondata.
L’Arco Chato o Arco Piatto e’ l’unico elemento architettonico ben conservato dell’intera struttura e attorno ad esso ruota una leggenda interessante. I primi due tentativi di costruzione fallirono e l’arco continuava a crollare. Cosi’ il monaco supervisore dei lavori di costruzione prego’ per ricevere consiglio. Poco dopo ebbe una visione su come erigerlo in modo che non cadesse piu’ e da allora si dedico’ personalmente alla sua edificazione, mattone dopo mattone. Il suo lavoro impeccabile ha fatto si’ che l’arco rimase intatto fino al 2003, quando crollo’ definitivamente.
Tale longevita’ a calamita’ naturali, soprattutto terremoti, fu anche uno dei motivi che spinse alla costruzione del Canale di Panama, poiche’ si dimostro’ che la citta’ era al di fuori delle zone sismiche.

Iglesia San Jose

La Chiesa San Jose, costruita alla fine del 1660, e’ famosa per l’Altare d’Oro al suo interno, che si salvo’ miracolosamente dal Sacco di Panama. Si dice che quando si diffuse la notizia dell’imminente attacco dei pirati, un sacerdote cerco’ di celare agli occhi dei bucanieri il metallo prezioso di cui era costituito l’altare pitturandolo di nero. Anni dopo, il colore si sbiadi’ e l’unicita’ dell’altare riemerse in tutto il suo splendore, sano e salvo.

Plaza de la Catedral

E’ la piazza principale del Casco Viejo ed e’ conosciuta anche come Plaza Indipendencia, poiche’ le celebrazioni in seguito all’indipendenza da Spagna e Colombia ebbero luogo proprio qui.
Al centro e’ posto un grazioso gazebo bianco con musicisti locali a rallegrare l’intera piazza, mentre tutto intorno si trovano bancarelle con oggetti artigianali, cappelli tipici panamensi e gastronomia tipica.
La cattedrale, una delle piu’ grandi del Centro America, si erge fiera sulla piazza e rappresenta un interessante esempio architettonico di elementi contrastanti tra loro: le due torri laterali incastonate di madre perla, mentre l’enorme facciata costituita da pietra con portoni in legno.

Santeria e Esoterismo

Abbandonando i luoghi prettamente turistici del Casco Antiguo e addentrandosi senza cartina per le vie impolverate e piu’ povere del quartiere riuscirete ad avere un piccolo assaggio dell’autentico spirito panamense, quello legato all’esoterismo e talvolta all’occulto.
Queste pratiche alternative sono molto richieste dai locali (e anche da qualche straniero) e “professioni” quali brujo (stregone o sciamano) e santero sono molto rispettate e redditizie.
La santeria nasce dall’incontro tra religione cattolica e credenze religiose (soprattutto animiste) degli schiavi africani venduti in tutta l’area dei Caraibi. Forzati ad accettare la nuova religione, essi non smisero mai di praticare i propri riti e adorare le proprie divinita’, finendo con l’accettazione dei maggiori Santi della tradizione cattolica e con il sincretismo tra due culti lontani e diversi tra loro per dare origine alla santeria, non riconosciuta ufficialmente a causa delle sue radici occulte e all’eccessiva devozione verso i Santi con una conseguente decentralizzazione della figura di Dio.
Sebbene le similitudini con il voodoo haitiano siano notevoli, la santeria si dichiara estranea alla pratica della magia nera.
Un luogo presso cui potersi fare un’idea delle antiche tradizioni panamensi e’ sicuramente Exoterica Rincon Yuruba, un negozio nel cuore del Casco Viejo. Qui potrete trovare davvero di tutto: da bottigliette con misteriose pozioni all’interno, a statue e immagini di santoni, essenze e incensi, amuleti. Si possono inoltre prenotare rituali di buona sorte, sedute per farsi togliere il malocchio o farsi leggere il futuro. Si possono acquistare intrugli magici per qualsiasi cosa: amore, denaro, salute..la formula e’ sempre la stessa: tre gocce di pozione sui polsi la mattina e tre la sera per un mese.

Il fascino di Panama’ e’ tutto racchiuso qui, tra le mura del vecchio quartiere che non si arrende alle facili lusinghe dell’era moderna, che accoglie si’ molti stranieri ma non si adatta ai loro stili di vita, che conserva imperterrito la tipica energia latina accanto ai culti religiosi orginari, con quella bellezza decadente caratteristica delle capitali del Sud America.

CARAIBI
Esplorando i Caraibi: i tesori naturali di Porto Rico
30 September 2014
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Oggi vi porto direttamente ai Caraibi, in una delle piu’ magiche tra le isole caraibiche: Porto Rico, nota anche come Isla del encanto.

Anche se ufficialmente costituisce un territorio statunitense (l’inglese infatti e’ lingua ufficiale accanto allo spagnolo e il dollaro e’ l’unica moneta valida), Porto Rico ha tutto cio’ che di meglio i Caraibi hanno da offrire: spiagge da sogno, mare cristallino, temperature comprese tra i 20 e i 30 gradi tutto l’anno.

Situata in un angolo di paradiso tra la Repubblica Dominicana e le Isole Vergini, costituisce la piu’ piccola isola dell’arcipelago delle Grandi Antille.

In molti probabilmente non sanno che Porto Rico offre qualcosa di piu’ prezioso della semplice vita da spiaggia: nella foresta pluviale, nelle lagune e nelle caverne dell’isola sono infatti nascosti tesori naturali unici in tutto il mondo, piu’ inestimabili dei forzieri d’oro dei pirati che un tempo saccheggiavano le isole del Mar dei Caraibi.

El Yunque National Forest

Gran parte della punta nord-orientale dell’isola e’ occupata da El Yunque National Forest, un luogo suggestivo e unico nel suo genere.
E’ infatti la sola foresta tropicale del sistema forestale degli Stati Uniti e grazie alle abbondanti piogge tutto l’anno e’ caratterizzata da una vegetazione rigogliosa e selvaggia, tipica delle giungle: fogliame abbondante, cascate, ruscelli, liane e muschi.

La fauna che abita la foresta comprende la rana coquí (che e’ anche la mascotte ufficiale dell’isola), i mosquitoes (molto simili alle zanzare) e il raro pappagallo portoricano.

Quando si attraversa El Yunque e’ importante portare con se’ tre oggetti: il repellente contro gli insetti contenente DEET (il problema mosquitoes e’ particolarmente preoccupante in questo periodo e sono infatti in corso ben due allarmi epidemia, lanciati dal Dipartimento per la Sanita’ di Porto Rico. Si tratta di due diverse infezioni trasmesse dalle punture di mosquitoes infetti che causano febbre alta e nei casi piu’ gravi morte), una mantellina da pioggia e delle scarpe, preferibilmente in gomma, per non scivolare.

Ci sono 13 sentieri per esplorare la foresta, ma sicuramente il piu’ famoso e’ Mina Trail, che in circa mezz’ora conduce alle omonime cascate, Mina Falls, lungo un percorso in pietra ben marcato e semplice da percorrere per chiunque.

Dopo l’umidita’ e il caldo della foresta, un bagno nelle acque rinfrescanti e limpide della cascata e’ davvero un toccasana!

Il momento migliore per la visita e’ la mattina presto, quando non ci sono turisti a disturbare i suoni della foresta: lo scricchiolare del fogliame sotto ai piedi, il gorgogliare del ruscello che scorre li’ accanto, il gracchiare delle rane coquì e il ticchettìo della pioggia incessante.

Bioluminescent Bay

La vera perla rara di Porto Rico e’ la Bioluminescent Bay, o Bio Bay: un’esperienza da provare almeno una volta nella vita, che mi ha lasciata senza parole, completamente rapita dalla magia che sprigiona.
Si tratta di un ecosistema fragile e delicato, che necessita di condizioni ambientali e climatiche uniche per proliferare ed e’ per questo motivo rarissimo in natura. E’ infatti ammirabile solo in pochi luoghi al mondo tra cui Jamaica, Bahamas e Porto Rico.
L’isola, in particolare, possiede tre Bio Bay, con diverse collocazioni: Fajardo (la punta nord orientale di Porto Rico), Vieques (un’isoletta a est, raggiungibile tramite traghetto) e Lajas (a sud-ovest).

Ho scelto Fajardo perche’ caldamente consigliata come il luogo migliore dei tre e dato che non sono possibili escursioni in autonomia ho prenotato la visita in kayak tramite Yokahu Kayak Trips Inc.

E’ difficile spiegare in cosa consiste una baia luminescente e purtroppo era troppo buio per qualsiasi fotografia (tutti gli scatti a riguardo sono presi da internet), ma spero di riuscire a trasmettere con le parole lo stesso stupore e meraviglia che ho provato quella notte.

Partiamo dall’inizio.

Al crepuscolo ci si incontra nel punto prestabilito con il resto del gruppo. A ognuno viene dato un giubbotto salvagente, un remo e un compagno di kayak. Ogni gruppo e’ costituito da 20-25 persone piu’ le guide.

Si rema in fila indiana per circa 10 minuti, fino a che non si entra in un lungo e stretto tunnel fatto di mangrovie fittissime, talmente fitte che non si riesce a vedere il cielo, mentre la luce del giorno si fa via via sempre piu’ fioca fino a scomparire del tutto.

Immaginatevi a remare nel buio piu’ completo per 20 minuti, seguendo solamente la lucina lampeggiante del kayak di fronte al vostro, con continui speronamenti davanti e dietro di voi, incagliamenti nelle mangrovie (io mi sono beccata un bel ramo in faccia), collisioni frontali con i kayak che si muovono in senso opposto e inquietanti versi di animali notturni. Vi assicuro che e’ un’esperienza del tutto singolare anche solo questa!

Poi finalmente si inizia a scorgere la fine del tunnel, che si apre su una meravigliosa laguna incantata e qui lo spettacolo ha inizio.

Ad un certo punto, in mezzo all’oscurita’, qualcosa si e’ illuminato. Ho abbassato lo sguardo e ho visto il remo brillare. Incredula, ho immerso il braccio nell’acqua e improvvisamente i contorni della mia mano si sono illuminati delineando perfettamente la sua forma e quando l’ho ritratta ha continuato a sbarluccicare per qualche secondo.

E’ l’incantesimo della laguna luminescente che illumina qualsiasi cosa vi venga immersa.
La magia e’ innescata da milioni di micro-organismi (dinoflagellati) che abitano la baia e che si illuminano quando le acque sono disturbate.
Immaginate milioni di lucciole piccolissime che si accendono al semplice tocco dell’acqua! Incredibile vero?

Queste specie luminose di plancton sono molto delicate e sensibili alle condizioni ambientali, come il contenuto di sale nell’acqua, il clima, la profondita’ della laguna, l’inquinamento dell’aria e percio’ le autorita’ locali hanno limitato gli accessi alla baia, rendendo necessario prenotare la visita in anticipo. Il costo e’ di circa $50 a persona.

Le sere migliori per godere dello spettacolo sono quelle senza luna, specialmente quando il cielo e’ scuro e coperto, in modo che la luce sprigionata dalla baia sia piu’ brillante.

Mentre la guida rivelava il “trucco” che si cela dietro alla bio bay (e addio mistero..e’ tutta questione di biologia!) e forniva qualche dettaglio riguardo l’ecosistema, alcuni pesci sono passati accanto al mio kayak, scintillanti e luminosi come se avessero ingerito una luce al neon. Un episodio che non dimentichero’ mai.

E’ come se cielo e terra si fossero capovolti per qualche minuto, dando la sensazione di trovarsi in un mare pieno di stelle splendenti! Fate in modo che la Bio Bay sia sulla vostra bucket list!

Cueva del Indio

Se vi piace abbinare natura e storia, il tutto condito con un pizzico di avventura, la Cueva del Indio, o Caverna degli Indiani, fa al caso vostro.
Queste meravigliose grotte si trovano a pochi chilometri dalla citta’ di Arecibo, nella zona rurale di Porto Rico, direttamente sul mare.

Una visita qui vi riportera’ indietro nel tempo, in epoca pre-colombiana, quando l’isola era abitata dalla tribu’ dei taínos, che utilizzavano questo luogo come sede di cerimonie e incontri tribali.
Incise nelle pareti interne si trovano figure umane e animali o petroglifi, antichi di centinaia di anni e ben conservati, che fanno della Cueva del Indio un preziosissimo sito archeologico, oltre che una delle migliori bellezze naturali di Porto Rico.

L’area si puo’ visitare a piedi in autonomia oppure facendosi accompagnare da una guida per pochi dollari.
Le caverne si trovano nella parte sinistra del sito e l’ingresso e’ segnalato da una bandierina rossa nel terreno, posta in cima a delle rocce a cui si accede tramite un piccolo sentiero.
L’unico modo per accedere alla grotta e’ attraverso una vecchia scala di legno, di quelle polverose e scricchiolanti che solitamente si tende ad evitare.

L’area percorribile delle caverne non e’ molto grande. I petroglifi si trovano proprio sotto alla scala e da li’ si riesce ad accedere a piccoli antri nascosti, con pareti color porpora, fori che lasciano trapelare l’azzurro del cielo e pozze d’acqua verde smeraldo. Se intendete addentrarvi fin qui fate attenzione ai pipistrelli, alle rocce scivolose e al livello del mare che sale e scende improvvisamente.

Nell’area opposta alle grotte c’e’ una bella scogliera con archi e ponti naturali da cui si gode un bellissimo panorama e spingendovi ancora piu’ a destra, lungo uno stretto sentiero, sbucherete su una spiaggia nascosta e pressoche’ deserta dove potete rilassarvi e fare un bagno nella piscina naturale creata da una barriera di piccoli scogli.

Se sognate una vacanza ai Caraibi ma non sapete quale isola scegliere, Porto Rico ha tutto quello che potete desiderare da un viaggio da sogno, con prezzi contenuti (e’ sicuramente tra le piu’ economiche delle isole caraibiche): mare cristallino e spaziose spiagge bianche, bellezze naturali ineguagliabili, avventura e luoghi nascosti da esplorare, storia e tradizioni antiche di centinaia d’anni.

Chissa’ che esplorando l’isola non riusciate a trovare il tesoro nascosto di Roberto Cofresí, il piu’ famoso pirata portoricano, che si dice abbia sepolto da qualche parte a Porto Rico tutte le ricchezze accumulate durante la sua vita di fuorilegge per il Mar dei Caraibi!

NORD AMERICA
USA coast to coast: riflessioni di fine viaggio
20 September 2014
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Oramai sono rientrata in Florida da piu’ di due settimane ed e’ arrivato il momento di chiudere il cerchio e tirare le somme di questa esperienza.

Tutto era incominciato a Miami poco piu’ di un mese fa, con la necessita’ di scoprire cosa e’ rimasto di autentico negli Stati Uniti di oggi e di capire se le basi concettuali del mito americano sono ancora valide.

La nozione di liberta’ e’ una delle piu’ importanti fibre ideologiche su cui e’ stato costruito l’American Dream, sin dalla nascita della nazione, ed e’ forse il piu’ importante tra i diritti inalienabili elencati nella Dichiarazione di Indipendenza.

Percio’ mi sono chiesta, dopo aver vissuto tre anni negli USA e dopo averli interamente attraversati, se esiste davvero un’ideale di liberta’ in cui valga ancora la pena credere e in cosa consiste praticamente.

La mia conclusione e’ che nella moderna societa’ statunitense la nozione di liberty e’ racchiusa in due concetti principali.

Il primo e’ la possibilita’ data ad ogni uomo e ogni donna di liberarsi della condizione sociale/limiti in cui si e’ nati (e in questo credo che gli Stati Uniti non abbiano eguali). In tale condizione, ognuno e’ potenzialmente libero di diventare cio’ che vuole e realizzare pienamente la propria persona, senza barriere sociali o ostacoli. E affermo cio’ senza ingenuita’, ma basandomi sulle mie esperienze dirette: il governo americano assiste e supporta il proprio popolo (anche quello acquisito) a realizzare i propri sogni.

Il secondo e’ il senso di liberta’ intrinseco agli enormi e travolgenti paesaggi/spazi naturali di cui il Paese e’ ricco e in cui l’uomo stesso e’ un visitatore che non resta. [1]

In questi due importanti concetti, veri e autentici, e’ possibile ritrovare, a mio parere, le basi del mito americano e in questo bisogna continuare a credere.

Ora che il cerchio e’ stato chiuso, passiamo a qualche dato numerico e ricapitolazioni.

Al momento della partenza ho azzerato il contamiglia. Da Miami Beach all’aeroporto di San Diego, il cruscotto della macchina segnava esattamente 5,704.4 miglia, ovvero 9,178.4 km!
Con le stesse miglia avrei potuto attraversare la Russia lungo la Transiberiana, la ferrovia che collega Mosca a Vladivostok, sul Mar del Giappone, oppure percorrere Milano-Lecce nove volte!

Qui sotto, a grande richiesta, il percorso completo da costa a costa!
In tutto ho attraversato 10 stati – Florida, Alabama, Mississipi, Luisiana, Texas, New Messico, Arizona, Utah, Nevada, California – e 3 fusi orari – da Easter a Pacific Standard Time.

Come in molti avranno capito mi piacciono i cartelli e le insegne stradali insolite. Ecco una raccolta dei piu’ divertenti e bizzarri incontrati on the road.

Mi avete vista saltare un po’ dappertutto e con alle spalle ogni tipo di monumento, paesaggio o ambiente, ma non pensate sia stata una passeggiata! Non avete idea di quanti balzi abbia dovuto fare per riuscire a far venire bene almeno una foto!
Ecco la raccolta di tutti i salti con qualche inedito.

Scrivere con il sapore ancora fresco delle avventure appena fatte e fissarle nello spazio in tempo reale mi hanno obbligata a mettere ordine in quella matassa di pensieri, sensazioni ed emozioni che avevo in testa e che altrimenti avrei lasciato aggrovigliate e confuse.

Il diario indelebile di una bellissima impresa che mi portero’ dietro tutta la vita.

Cos’ho imparato in questo lungo viaggio? Ho imparato a riscoprire il mondo e a guardarlo con gli occhi e lo spirito dei viaggiatori e non dei turisti, con lo sguardo sempre rivolto verso l’alto, in un misto di stupore e curiosita’ genuina che hanno i bambini quando vedono il mare per la prima volta.

Ma i veri viaggiatori partono per partire:
cuori leggeri come palloncini in alto vanno,
il loro corso mai vorrebbero smarrire,
dicono sempre “Andiamo!”, ed il perche’ non sanno.
I loro desideri hanno forma di nuvole.
Come il coscritto sogna il cannone, essi anelano
a volutta’ immense, sconosciute e mutevoli,
dal nome che a nessuno davvero si disvela. [2]

 

[1] Orig. “Where man himself is a visitor who does not remain.” Wilderness Act 1964

[2] C. Baudelaire, I Fiori del Male, a cura di A. Prete, Feltrinelli, Milano, 2012, pp. 270-281

NORD AMERICA
Day 30 San Diego: “cavalcando” la storia della California, tra Old e New Town
30 August 2014
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La storia della California ebbe inizio presso la citta’ collocata al suo estremo meridionale, a meno di 30 miglia dal confine messicano: San Diego.

L’area di San Diego venne scoperta dagli spagnoli nel lontano 1542 e fu in assoluto il primo luogo della West Coast ad essere esplorato, grazie soprattutto ai suoi porti naturali.
Gli insediamenti nei quartieri di Presidio e Mission rappresentano infatti i primi nuclei abitati di quella che poi sarebbe diventata la California, in un primo momento posta sotto al dominio spagnolo, poi messicano e successivamente ceduta agli Stati Uniti, divenendo nel 1850 il 31esimo stato dell’Unione.

San Diego e’ geograficamente molto variegata, con il Messico a sud, il deserto a est, l’Oceano Pacifico a ovest e una grossa distesa collinare a nord. Il risultato e’ una comunita’ pittoresca e vivace arricchita dal retaggio culturale spagnolo e messicano, con miglia e miglia di scogliere e spiagge, un ottimo clima tutto l’anno e un vibrante centro culturale e finanziario.

La tradizione ispano-messicana e’ particolarmente viva quando si visita la Old Town, sede del primo stanziamento spagnolo e attualmente villaggio restaurato con numerosi edifici storici del 1800, mercati artigianali, musei, ristoranti con cucina messicana, frozen margaritas a tutte le ore e un clima da frontiera che e’ sorprendente incontrare in una grande metropoli come San Diego, soprattutto se si tiene conto che l’area finanziaria della citta’ con moderni grattacieli si trova a meno di dieci minuti da qui.

In quanto nucleo originario, Old Town rimase il cuore della citta’ di San Diego fino al 1867, quando il suo ruolo di centro focale venne eclissato dallo sviluppo di New Town (l’area attualmente chiamata Downtown), che prese il posto di centro culturale e finanziario della citta’.
A partire dagli anni ’30 del 1900, in concomitanza con un rinnovato interesse per le radici ispanico-messicane, si assistette ad una nuova fase di rinnovo della Old Town e dei suoi edifici, rendendola oggi una tappa imperdibile per chi ama riscoprire la storia locale e le vecchie tradizioni.
Passeggiando per l’Old Market e assistendo agli spettacoli teatrali d’epoca che si svolgono nel cortile principale sembra davvero di fare un passo indietro nel tempo, quando l’area era all’apice del suo splendore, quando la Plaza de las Armas era il suo cuore pulsante, con una comunita’ vivace e ricca di tradizioni.

Interessante la visita al San Diego Courthouse, il primo tribunale della citta’, risalente al 1847 e fondato dai mormoni dopo la guerra con il Messico. Nel retro dell’edificio si puo’ ancora ammirare la vecchia prigione.

E cosa fa piu’ Far West di una vecchia casa stregata?
Whaley House fu costruita nel 1856 e fu la prima casa a due piani in mattoni di tutta San Diego. Attualmente e’ famosa per essere la casa stregata numero uno negli Stati Uniti, dovuto a numerosissimi episodi paranormali, a cominciare dal luogo stesso in cui sorge, ovvero una piazza in cui si svolgevano impiccagioni, a cui Thomas Whaley assistette, ma che non lo dissuaderono dal comprare il terreno per costruire un’abitazione per la propria famiglia.
Alcuni visitatori, negli anni, dichiararono di aver visto i fantasmi di Thomas e Anna Whaley in diverse aree della casa, altri di aver percepito una presenza femminile nella stanza che venne poi adibita a tribunale, altri ancora di aver avvistato il fantasma di un bambino amico dei figli Whaley che accidentalmente (o forse no) era morto qui rompendosi il collo. Un parapsicologo riporto’ di aver visto il fantasma del fox terrier appartenente alla famiglia nella sala da pranzo.
Inquietante? Si’. Sinistra? Si’. Stregata? Non lo so, pero’ sicuramente e’ stata una visita molto istruttiva, poiche’ e’ un luogo ricco di storia, con numerosi oggetti, fotografie e documenti d’epoca.

A poche miglia da Old Town si trova Downtown, che al contrario di quasi tutte le Downtown delle grandi citta’ statunitensi ho trovato molto piacevole, pulita e a misura d’uomo. I grattacieli non sono eccessivamente invadenti e questo anche grazie a una direttiva degli anni ’70 in cui venne fissata l’altezza massima degli edifici a 150 m.
Lo storico quartiere di Gaslamp e’ sede di numerosi edifici in stile vittoriano, gallerie d’arte e locali notturni. Il nome deriva dalle lampade a gas, molto comuni tra il 19esimo e 20esimo secolo e ancora oggi presenti all’intersezione tra Market Street e 5th Avenue.
Molto bella la vista sui grattacieli di Downtown dal Centennial Park di Coronado, una piccola ed elegante lingua di terra collocata di fronte alla citta’, nella San Diego Bay e accessibile tramite il Coronado Bridge.

E’ proprio questo accostamento di aree cosi’ vicine ma diverse tra loro a rendere San Diego particolarmente vibrante: la moderna e funzionale Downtown e l’antica Old Town, con le sue tradizioni e diversita’ culturali.

A cio’ vanno aggiunte le zone di Balboa Park, ad alto contenuto culturale, e Mission Bay, piu’ rilassata e informale, in cui il surf e’ l’attivita’ principale.

Balboa Park e’ un enorme parco in stile coloniale nel cuore della citta’ ed e’ sede di numerosi musei, teatri, giardini e il famoso zoo.
Il nucleo originario nacque all’inizio del 20esimo secolo, quando San Diego ospito’ la Panama-California Exposition e molti degli edifici e padiglioni in stile barocco/spagnolo che vennero eretti per la fiera rimasero intoccati fino ad oggi.
I punti di interesse sono quasi tutti dislocati lungo la direttiva principale, El Prado, che attraversa l’intero parco.
Japanese Friendship Garden e Botanical Garden sono sicuramente imperdibili.
I giardini giapponesi sono anche chiamati San-Kei-En (come riportato in un’incisione su un masso all’ingresso), che significa “Il giardino dei tre scenari: acqua, pastorizia, montagna”. Il nome e’ preso dai giardini di Yokohama per sottolineare il legame tra San Diego e la citta’ gemellata in Giappone.
Il tipico design dei giardini orientali si fonde alla perfezione con il clima e paesaggio locale, in un’armonioso legame con la natura.

I giardini botanici si trovano all’intero di una struttura costituita da sottili stecche di legno di sequoia, con migliaia di specie di piante esotiche e tropicali, palme, collezioni di orchidee coloratissime e piante carnivore. All’esterno si trovano uno stagno, una piccola laguna con ninfee, pesci e tartarughe e un bel prato su cui stendersi per un picnic.

Mission Beach, a pochi passi da Sea World, e’ una lunga spiaggia con una bella passeggiata da percorrere in bici o a piedi, bancarelle, locali informali e un bel Luna Park con montagne russe in legno scricchiolante.
Il surf e’ l’anima di Mission Beach e c’e’ persino un locale a fronte oceano che ricrea onde finte che e’ possibile cavalcare con la propria tavola.
La lunga spiaggia e le perenni onde dell’Oceano Pacifico la rendono un punto particolarmente affollato di surfisti e il clima gradevole tutto l’anno ne fanno una richiestissima localita’ balneare per turisti.
E’ decisamente l’area piu’ “easy” dell’intera citta’, con una piacevole atmosfera rilassata, locali e ristoranti rustici, tavole da surf sotto al braccio e infradito tutto l’anno.

Insomma, tanti quartieri diversi tra loro per rispondere a tutte le richieste: una serata elegante e romantica a Gaslamp in uno dei molti locali alla moda; una giornata all’insegna dell’arte e della natura al Balboa Park con i suoi musei, giardini e prati; vita da spiaggia e tavola da surf per cavalcare le onde di Mission Beach; una passeggiata a Old Town per immergersi nelle tradizioni locali e riscoprire la storia della citta’ che e’ luogo di nascita di una delle localita’ piu’ famose di tutto il mondo: la California.

Il mio lungo e meraviglioso viaggio termina qui, seduta sulla mia tavola da surf a osservare l’ultimo indimenticabile tramonto, i pensieri cullati dal suono delle onde, riflettendo e ricordando tutti i luoghi stupendi che ho visitato e le cose nuove che ho imparato, con la consapevolezza che la persona che e’ partita un mese fa non e’ la stessa che salira’ sull’aereo domani mattina, perche’ in fin dei conti non sono le persone a fare i viaggi, ma i viaggi a fare le persone!

…to be continued….

NORD AMERICA
Day 27 Los Angeles: la fabbrica dei sogni in celluloide
27 August 2014
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Qual’è l’unico Paese al mondo in cui dei semplici attori possono diventare non solo Governatori ma addirittura Presidenti? Qual’è quel Paese in cui la settima arte e’ talmente radicata nell’immaginario collettivo da persuadere non solo quel Paese ma il mondo intero che l’illusoria realta’ che porta in vita sia alla portata di tutti?

Conosciamo tutti la risposta e sappiamo tutti che la fabbrica dei sogni in celluloide si trova a Los Angeles e si chiama Hollywood.

Los Angeles e’ un’enorme metropoli, la piu’ popolosa della California e la seconda di tutti gli Stati Uniti (dopo New York), immensa ma senza un centro urbano ben definito, caotica e molto ma molto trafficata.
Fanno parte della contea di Los Angeles anche i distretti di Malibu, Santa Monica, Venice, Pasadena e Long Beach.

Secondo una recente indagine, un sesto dei residenti di L.A. ha un impiego all’interno dell’industria creativa. Questo dato, se rapportato al numero totale di abitanti che ammonta a circa 4 milioni, e’ piuttosto significativo e mostra come l’intera citta’, in concomitanza con la nascita e sviluppo progressivo del cinema, sia stata “fagocitata” da quest’ultimo, trasformandosi in uno studio cinematografico essa stessa, in cui tutto ruota attorno allo spettacolo…perche’ si sa: fabbricare sogni, specie nei periodi di crisi, e’ un’attivita’ molto richiesta e redditizia.

Si dice anche che i los angelini odino la propria citta’ (il traffico, lo smog, i sogni infranti di sfondare nel mondo del cinema) e forse e’ proprio per questo che la maggior parte dei film catastrofici sono ambientati proprio qui. Los Angeles, sul grande schermo, e’ stata infatti distrutta decine e decine di volte, da invasioni aliene (The War of the Worlds 1953, Independence Day 1999, Battle: Los Angeles 2011), terremoti (2012 dell’anno 2009), robot (The Terminator 1984, Transformers 2007), epidemie (Resident Evil: Afterlife 2010), vulcani, piogge di meteoriti, mostri e persino una supernova.

Uno dei luoghi-simbolo d’America sono le colline del Mount Lee presso cui troneggia a caratteri cubitali la scritta HOLLYWOOD, visibile a chilometri di distanza da diverse aree della citta’.

Il nome apparve per la prima volta nel 1886 e venne dato a una grossa tenuta alla periferia di Los Angeles dalla moglie di un investitore immobiliare, la quale, senza saperlo, aveva dato vita ad una delle piu’ proficue industrie di tutti i tempi. Da allora sono passati 128 anni e quel ranch chiamato Hollywood si e’ ingrandito sempre di piu’, fino ad essere riconosciuto in tutto il mondo, prima che come luogo fisico, come universo intangibile fatto di immagini, persone, frasi, musiche che ormai sono indimenticabili.
Ciascuna lettera e’ attualmente alta 14 m e la scritta venne eretta per la prima volta nel 1923 come HOLLYWOODLAND per promuovere un’agenzia immobiliare, successivamente abbreviata in HOLLYWOOD.
Fu teatro del suicidio dell’aspirante attrice Peg Entwistle che si getto’ dalla lettera H nel 1932 e mori’ per le fratture riportate e fu sede di numerosi scherzi: HOLLYWEED (in concomitanza con l’approvazione di leggi a favore dell’uso della marijuana) e HOLYWOOD (in occasione della domenica di Pasqua del 1977) sono alcune delle variazioni subite dall’insegna negli anni.
Nel 1978 un gruppo di finanziatori dono’ 27,000 dollari a lettera per creare una nuova scritta e tra questi i piu’ famosi sono: Alice Cooper finanziatore della terza O e Hugh Hefner della Y.
Sebbene non sia consentito l’accesso diretto all’insegna, si puo’ comunque raggiungere una buona vicinanza guidando fino alla fine di Mulholland Hwy, quando vi troverete davanti un piccolo cancello che non e’ possibile oltrepassare in macchina.

Tappa obbligatoria quando si visita Los Angeles e si e’ appassionati di cinema, e’ sicuramente la famosissima Walk of Fame, ovvero 15 blocchi di marciapiede in ambo le direzioni dell’Hollywood Boulevard e 3 blocchi in Vine Street con incastonate piu’ di 2500 stelle di marmo color corallo contenenti in dorato i nomi di attori, registi, cantanti.
Godzilla, Mickey Mouse, Lassie, Bugs Bunny e Shrek hanno una stella a loro dedicata.
Tra i famosi anche qualche italiano come Bernardo Bertolucci, Andrea Bocelli e Sophia Loren a cui fu dedicata la stella numero 2000.
La devozione verso i divi del cinema e’ talmente grande che si dice che una volta al mese una fan di Julio Iglesias tiri a lucido la stella a lui dedicata ed e’ inoltre usanza riporre fiori sulle stelle di personaggi da poco deceduti, come e’ il caso dell’amatissimo attore Robin Williams, morto pochi giorni prima del mio arrivo a Los Angeles.

Al 6925 di Hollywood Boulevard, lungo la Walk of Fame, si trova il famoso TCL Chinese Theatre, luogo di molte prime cinematografiche degne di nota come Star Wars nel 1977 e di alcuni Academy Awards. La particolarita’ del teatro e’ il piccolo piazzale posto al suo ingresso, reso celebre da impronte di mani e piedi impresse nel cemento di personaggi famosi a partire dagli anni ’20, con brevissime frasi dedicate a Sid Grauman, uomo di spettacolo molto noto, creatore del teatro e ideatore del patio autografato dalle star del cinema. Si dice che l’idea per quast’ultimo gli venne per caso quando l’attrice del muto Norma Talmadge passo’ inavvertitamente sul cemento fresco.

Dall’altro lato della strada si trova il Clarion Hotel Hollywood Roosevelt, sede della prima cerimonia degli Academy Awards nel 1929 e dimora di Marilyn Monroe per ben due anni. Attualmente e’ un hotel lussuoso con una clientela d’eccezione, tra cui vi sono, secondo alcuni, i fantasmi delle star decedute (tra cui la Monroe).

L’area commerciale e piu’ lussuosa di Beverly Hills (famoso quartiere di Los Angeles) e’ denominata Golden Triangle ed e’ delimitata da N. Rexford Drive, Wilshire Boulevard e Santa Monica Boulevard. Il triangolo viene tagliato a meta’ da Rodeo Drive, via resa indimenticabile dal film Pretty Woman del 1990, in cui Julia Roberts in abiti succinti va a fare shopping ma viene scortesemente mandata via da un negozio.
Quando si cammina per le boutique costosissime di Rodeo Drive, si usa dire che If you have to know what the price is, you can’t afford it ovvero Se devi sapere il prezzo, significa che non te lo puoi permettere, per sottolineare quanto i prezzi dei negozi siano proibitivi. Nonostante cio’, e’ comunque molto piacevole fare una passeggiata e curiosare tra le vetrine d’abbigliamento (molte di stilisti italiani) e di gioielleria e se vedete macchine sportive parcheggiate lungo la via, probabilmente qualche star del cinema sta facendo shopping li’ accanto.

A nord del Golden Triangle, il Sunset Boulevard si colloca come una linea divisoria tra ricchi e sfacciatamente ricchi. Chi vive a sud del viale e’ considerato benestante, mentre solo chi vive a nord, nell’area collinare, puo’ definirsi veramente ricco.
A nord del Sunset Boulevard, arroccate e per lo piu’ nascoste da siepi alte e impenetrabili, si trovano le Hollywood Actors’ Homes, le ville da sogno delle star del cinema, che possono essere osservate dalla macchina tramite un percorso di 8 km circa, ma ricordatevi che non si puo’ sostare davanti alle ville e disturbare in alcun modo chi vi abita.
La casa di Madonna si trova al 6342 Mulholland Dr, Diana Ross al 701 N.Maple Dr, Sylvester Stallone al 1121 Beverly Dr, George Clooney 51 El Camino, tanto per citarne alcuni.
A sud del Sunset Boulevard si trova la villa di Playboy, esattamente al 10236 Charing Cross Rd e magari se siete fortunati riuscirete a vedere qualche “coniglietta” zampettare fuori.

Divisioni interne a parte, chiunque abbia una dimora a Beverly Hills, all’interno del codice postale 90210 (ricordate la famosa serie TV degli anni ’90 Beverly Hills 90210?), e’ sicuramente parte di uno dei maggiori epicentri al mondo in fatto di lusso e ricchezza.

Bel Air, una delle tre punte del Platinum Triangle (le altre due sono Beverly Hills e Holmby Hills), e’ un altro quartiere di ricchi e famosi di Los Angeles in cui ebbe dimora l’attore e poi Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan.
Fu set di numerosi film e serie TV, tra tutte la piu’ famosa e’ sicuramente la sit-com Willy, il Principe di Bel Air con Will Smith, girata presso 251 N. Bristol Ave, presso cui e’ riconoscibile la bellissima casa bianca dello “Zio Phil”.
Se il guadagno medio annuale di un residente di Beverly Hills ammonta a circa $96,000, quello di Bel Air e’ piu’ del doppio (circa $208,000), rendendolo il quartiere a piu’ alto reddito di Los Angeles.

Mi torna ora in mente, dopo tutto questo scrivere di star del cinema e delle loro vite da sogno, la frase di chiusura che pronunciava Robin Leach alla fine di ogni puntata della serie TV Lifestyle of the Rich and the Famous:

CHAMPAGNE WISHES AND CAVIAR DREAMS!! [1]

PS: a proposito di caviale, in un centro commerciale sulla Walk of Fame, ho trovato un distributore automatico che invece di vendere snack, offre caviale alla modica cifra di $1,000 (per 200g di prodotto)!

 

[1] Trad. Desideri allo champagne e sogni al caviale.

NORD AMERICA
Day 26 Da Santa Barbara a Venice: la Golden Coast della California
26 August 2014
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La California viene anche chiamata Golden State poiche’ poco lontano da Sacramento, verso la meta’ del 1800,  venne scoperto l’oro e da allora centinaia di migliaia di cercatori d’oro attraversarono mari e monti in quella che viene per l’appunto chiamata Gold Rush, la corsa all’oro.

Inoltre, il colore oro e i famosi papaveri dorati californiani sono rispettivamente colore e fiore ufficiali dello stato.

Dorate sono anche le vite dei ricchi e famosi le cui costose ville si trovano per la maggior parte arroccate nelle colline a fronte oceano e i cui opulenti e invidiabili stili di vita vennero messi in onda nel celebre telefilm americano Lifestyle of the Rich and the Famous.

L’unico oro che posso dire di aver trovato qui e’ quello scintillante e accecante dei tramonti infuocati, ammirabili dalle immense spiagge che si snodano da Santa Barbara a Venice, passando per Malibu e Santa Monica, la vera Golden Coast della California.

Se avete presente il telefilm cult degli anni ’90 Baywatch, con i guardiaspiaggia che perlustrano le affollate spiagge californiane e corrono in aiuto dei bagnanti in difficolta’, siete gia’ in grado di farvi un’idea dello stile di vita qui: i surfisti a mollo nell’oceano, le belle ragazze in bikini che pattinano lungo la promenade, le palme alte sopra la testa e una gradevole brezza a mitigare il caldo sole del Sud.

Santa Barbara, Malibu, Santa Monica e Venice si assomigliano molto tra loro per l’atmosfera piacevole, rilassata e informale che le caratterizza.

SANTA BARBARA

Santa Barbara, soprannominata anche American Riviera, e’ probabilmente la piu’ affascinante e sofisticata, con numerosi giardini e edifici in stile mediterraneo, spiagge spaziose e le Santa Ynez Mountains tutto intorno.
Fondata nel tardo 1700 dagli spagnoli, venne ricostruita interamente in stile coloniale solo dopo il terremoto del 1925 che distrusse gran parte della citta’.
Il centro si snoda lungo State Street e offre caffetterie, musei, negozietti d’artigianato, bar e ristoranti. Da non perdere il Painted Cabernet in cui si organizzano tutti i giorni classi di pittura mentre si sorseggia dell’ottimo vino californiano. A giudicare dalle risate dei partecipanti sembra un’attivita’ davvero divertente!.

Proseguite lungo la via fino a quando non raggiungerete il mare. Da qui potete continuare la passeggiata lungo Strearns Wharf (il molo), godervi la vista su Santa Barbara dall’oceano e osservare i numerosi skater dello Skater’s Park contorcersi in acrobazie di ogni tipo.

MALIBU

Malibu, poco piu’ a sud di Santa Barbara, e’ una piccola cittadina che si estende lungo 27 miglia di costa e include essenzialmente una serie di spiagge (tra cui Zuma Beach, Malibu Beach e Surfrider Beach) e qualche residenza privata, soprattutto ville di star cinematografiche, senza un vero e proprio centro.
Le sue spiagge sono state rese famose da telefilm e numerosi film tra cui la saga di Iron Man e The Big Lebowski e ogni anno attira milioni di turisti e surfisti da tutto il mondo.

SANTA MONICA

Il giorno successivo mi sono spostata ancora piu’ a sud, nella tranquilla citta’ di Santa Monica, il cui nome divenne noto di pari passo con lo sviluppo dell’industria cinematografica quando le prime star (Mary Pickford e Cary Grant) vi comprarono casa ed ottenne successivamente fama mondiale dopo il successo di Baywatch (per la maggior parte girato qui).
Presso il Santa Monica Pier si trovano il Pacific Park, un bel luna park con un’enorme ruota panoramica, e il cartello che segna la fine della mitica Route 66, la Mother Road, madre di tutte le strade americane, che originariamente collegava Chicago a Santa Monica.

Non potete visitare Santa Monica senza concedervi una piacevole passeggiata (a piedi, in bicicletta o pattini) lungo la famosa promenade, mentre il sole sparisce all’orizzonte.

VENICE

Venice fu fondata un centinaio d’anni fa come replica della Serenissima ed era infatti costituita interamente di canali, ponti e gondole. Attualmente rimangono solo alcuni dei canali originali, tutti tra S. Venice Blvd e W. Washington Ave, a un paio di blocchi dal mare e tutto intorno casette da sogno nei piu’ svariati stili e colori.

La particolarita’ di Venice e’ l’atmosfera circense che pervade diverse aree della citta’, soprattutto l’Ocean Front Walk in cui si trovano maghi, lettrici di tarocchi, artisti, murales, bancarelle di ogni tipo.
Lungo questa via accanto alla spiaggia si trova anche Muscle Beach, una palestra all’aperto resa celebre dall’attore e poi governatore della California, Arnold Schwarzenegger che si allenava qui e oggi frequentata per lo piu’ da body builder.

E se per caso non doveste sentirvi troppo bene potete recarvi presso uno dei particolarissimi “Green Doctor” lungo la spiaggia, che vi prescrivera’ nel giro di pochi minuti un rimedio tutto “verde” di pronta guarigione! Tutto legale, s’intende!

La Main Street e’ la strada principale che collega Venice a Santa Monica e vi si trovano alcuni edifici molto curiosi tra cui il Binocular Building e il Ballerina Clown Building (per restare in tema circense).
Il primo fu progettato dal famoso architetto Frank Gehry ed e’ attualmente occupato da Google, il secondo fu creato dallo scultore Jonathan Borofsky ed e’ posto all’entrata di un supermercato. Dalla 1 alle 6 del pomeriggio il clown muove la gamba meccanica proprio come le vere ballerine.

La California che molti si immaginano e che siamo abituati a vedere nei film e’ davvero tutta racchiusa qui, in 80 miglia circa di costa, mare, tramonti da sogno e un’atmosfera serena e rilassata che la rendono l’Eldorado del Nord America.

NORD AMERICA
Day 24 Big Sur: il margine estremo dell’America
24 August 2014
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Aovest l’Oceano Pacifico e ancora oltre la Cina. A est la California e l’America intera. Tutt’attorno paesaggi spettacolari, atmosfere rarefatte, sensazioni di solitudine remota. [1]

E’ il Big Sur, lembo estremo del continente che separa Oriente e Occidente, il punto d’incontro tra mare e terra piu’ imponente e selvaggio degli Stati Uniti, in cui le Santa Lucia Mountains si tuffano direttamente nell’oceano dando vita a incredibili giochi di onde e spuma.

Geograficamente con il termine Big Sur (dallo spagnolo Sur Grande ovvero Grande Sud, in riferimento alla sua posizione a sud rispetto alla citta’ di Monterey) si indica la sezione di costa che va da Carmel, poco a sud di San Francisco, a San Simeon, fatta di dirupi a strapiombo sul mare, boschi incontaminati e un susseguirsi di anse e piccole spiagge per lo piu’ deserte, in cui di tanto in tanto si avvistano surfisti e leoni marini.

La strada panoramica Highway 1 e’ l’unica ad attraversare questi pittoreschi 160 km di costa. Fu costruita nel 1930 ma le fu ufficialmente attribuito il numero “uno” solo nel 1964.
Si snoda esattamente lungo la linea costiera, ad eccezione di qualche breve tratto nell’entroterra, silenzioso e boschivo, in cui il rumore dell’oceano si percepisce appena.

La natura per lo piu’ intatta, le viste mozzafiato e l’isolamento (grazie ad una scarsissima densita’ di popolazione) hanno reso il Big Sur una meta ambita per numerosi scrittori americani tra cui Henry Miller e Jack Kerouac, il quale trascorse qui qualche giorno, ospite dell’amico e poeta Ferlinghetti e successivamente scrisse l’omonimo romanzo che contribui’ a rendere note al mondo le bellezze dell’intera area.

Percorse le prime miglia e superato il Bixby Creek Bridge, un pittoresco ponte a singola arcata a dirupo sul mare, tutto viene improvvisamente avvolto dalla nebbia.
Guardando l’oceano si fa fatica a distinguere la linea di demarcazione tra cielo e mare, i contorni delle scogliere e degli alberi diventano sfuocati, il paesaggio impenetrabile per lo sguardo…e allora capisco perche’ il Big Sur secondo molti costituisce  uno dei luoghi piu’ mistici di tutti gli Stati Uniti.

Poco piu’ a sud si trova il Point Sur Lighthouse, il faro ubicato in cima ad un cono vulcanico, che come un attento guardiano veglia sull’intera regione.
Da piu’ di 40 anni Point Sur e’ una citta’ fantasma, del tutto abbandonata e la luce del faro oramai e’ completamente automatizzata.
Il faro e’ incluso nella classifica dei Top 10 Haunted Lighthouses (10 Fari piu’ Infestati) degli Stati Uniti e ghost tour per esplorare questo luogo isolato e spettrale sono disponibili dal tramonto.

Proseguendo lungo la Highway 1, ormai verso la fine del Big Sur, su una collina che domina la cittadina di San Simeon, si trova Hearst Castle, residenza di proporzioni gigantesche (esiste persino un’applicazione per il cellulare per visitare l’intera area tramite una mappa interattiva) con ben 56 camere da letto, 61 bagni e lo zoo privato piu’ grande al mondo.
William Randolph Hearst era il magnate dell’editoria dell’inizio del Novecento che eredito’ la tenuta e vi si trasferi’ assieme all’amante e famosa attrice Marion Davies. I party esclusivi che vi si tennero per oltre trent’anni hanno visto ospiti del calibro di Greta Garbo, Clark Gable, Franklin Roosvelt e Winston Churchill.
Hearst ispiro’ quello che da molti critici viene ancora ritenuto il miglior film della storia del cinema: Citizen Kane, di e con Orson Welles, il quale a sua volta venne affascinato, come il personaggio interpretato, dal Big Sur e un giorno compro’ d‘impulso una piccolo proprieta’, senza pero’ mai dormirci una sola notte, e che attualmente e’ sede del ristorante piu’ famoso di tutta la regione: Nephente, da cui si gode di una vista spettacolare sull’oceano.

Guidando per ore lungo il margine occidentale dell’America, colta nel mezzo di un’immensa distesa d’acqua da una parte e un’intero continente dall’altra, mi assale una strana malinconia, perche’ solo adesso, attraversando questo corridoio selvaggio e isolato, mi rendo conto di aver attraversato un Paese intero, da una costa all’altra (a volte mi sembra quasi per magia), di aver realizzato un sogno che mi porto dentro da anni ma che so non si ripetera’ piu’.

 

[1] Cit. Oliviero Bergamini, Da Wall Street a Big Sur. Un viaggio in America, Editori Laterza, 2012, pg 247.

NORD AMERICA
Day 23 La “mia” San Francisco
23 August 2014
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Quando arrivo in una citta’ nuova mi concedo inconsciamente un’oretta, di solito lungo il tragitto dall’aeroporto all’albergo, in cui ne “decido le sorti”, la classifico come “luogo in cui vivrei”, “colpo di fulmine”, “non mi piace”, cosi’, a pelle, in base alle prime impressioni.

Poi quella sensazione iniziale si incolla alla citta’ come un’etichetta che non riesco piu’ a staccare e alla fine determina il mio giudizio finale.

Con San Francisco, anche se non e’ stato colpo di fulmine come con New York, ho instaurato una connessione forse piu’ importante: l’ho sentita da subito come potenzialmente casa mia, affine a me e ai miei ritmi di vita. E l’ho deciso su due piedi, sbirciando qua e la’ dal finestrino della macchina.

Vuoi forse che il giorno in cui sono arrivata la citta’ era coperta da un grosso nuvolone biancastro e avvolta in una nebbiolina leggera, come nelle giornate piu’ tipiche dell’autunno inoltrato di Milano e provincia da cui provengo e che quindi ho riconosciuto come familiare.

Mi ha dato subito l’impressione di essere a misura d’uomo, con pochi grattacieli, tante casette carine e colorate, tanti microcosmi etnici diversi da esplorare e scoprire, curiosando in giro, tanta storia, tanta cultura.

Anche se mi ci sono fermata solo tre giorni la sensazione che mi ha lasciato e’ di citta’ autentica, vivibile, rispettosa delle diversita’ che accoglie dentro di se’ e con una grande vivacita’ culturale.

Voglio quindi condividere alcuni punti di vista e scorci interessanti, alcuni turistici e altri piu’ insoliti, che hanno contribuito a rendere San Francisco la “mia” indimenticabile San Francisco.

Sempre alla ricerca di opere d’arte originali e nascoste, ho trovato una chicca tra 16th Avenue e Moraga Street, ovvero Tiled Steps: si tratta di una scalinata di 163 gradini, ciascuno decorato con un bellissimo mosaico.
Guardando la scalinata dal basso appare il disegno creato dall’unione dei motivi di ciascun gradino: un aggrovigliamento di onde del mare che scorrono direttamente verso il cielo, con colori brillanti e vivaci. Vale la pena salire tutti i 163 gradini perche’ dall’alto  si gode di un bel panorama su tutto il Sunset District fino all’oceano.
E se ancora non ne avete abbastanza, una volta saliti in cima, potete attraversare la strada e percorrere una serie di scalinate a zig-zag che vi porteranno a Grand View Park con una visuale a 360º su Downtown,  Twin Peaks e l’Oceano  Pacifico.
Da poco e’ stata inaugurata una seconda scalinata, piu’ nascosta, con motivi floreali e animali, altrettanto bella e a pochi passi dalla prima.
Un piccolo tesoro nascosto che ha coinvolto per la sua realizzazione piu’ di 300 volontari che hanno aiutato gli artisti a montare i pannelli con i mosaici (uno per ogni gradino) e a definire i dettagli.

Immancabile una passeggiata (rigorosamente diurna!) a Haight Ashbury, il quartiere degli hippie, centro della controcultura degli anni ’60, con  negozi vintage e di abiti usati, murales, librerie, caffetterie e un clima tutto bohémien. Durante la Summer of Love del 1967 100.000 “figli dei fiori” provenienti da tutto il mondo affollarono il quartiere per vivere quello che venne rinominato Hippy Dream: sesso e droghe senza freni, musica rock e scontro aperto con le convenzioni sociali.

Turistici ma sempre piacevoli, i tram che attraversano la citta’ sono unici perche’ provengono da tutte le parti del mondo e da tutte le epoche storiche. C’e’ persino un tram originale milanese con all’interno, ancora visibile, la scritta “Non sputare per terra”.
Coloratissimi e vintage, sono sicuramente una marcia in piu’ e furono inventati proprio qui nel 1873 ad opera del giovane Andrew Hallidie che si rese conto della necessita’ di piu’ efficienti mezzi di trasporto quando vide una carrozza trainata da cavalli rotolare giu’ per una collina, trascinando con se’ i poveri animali.
In alcuni punti della citta’, dove i tram sono costretti a curvare, succede che restino bloccati in mezzo agli incroci e i passeggeri debbano letteralmente spingerli per poi correre e risalire al volo a bordo  e continuare la corsa!
Il Cable Car Museum e’ molto istruttivo (e gratuito) circa il funzionamento dei tram e mostra dal vivo gli enormi motori che muovono il sistema di cavi  sottostanti alla citta’ utilizzati per muovere i tram.
Solo in due luoghi al mondo le linee tramviarie sono state dichiarate National Historic Landmarks: quelle di San Francisco e la St. Charles Line a New Orleans.

Rose Garden e’ un piccolo giardino aperto al pubblico all’interno del Golden Gate Park, a pochi passi dai piu’ conosciuti Japanese Tea Garden.
Qui si trovano piu’ di 60 tipi diversi di rose, in un arcobaleno di colori e aromi che lo rendono una piccola oasi floreale.

Il Golden Gate Bridge e’ sicuramente l’elemento piu’ simbolico di San Francisco e la collega a Marin County, che e’anche il punto migliore da cui fotografarlo.
E’ il terzo ponte a campana singola piu’ lungo al mondo e i due cavi principali sono composti da ben 128.000 km di filo d’acciaio, ovvero tre volte la lunghezza dell’equatore.

Un punto di vista alternativo sul Financial District, consigliatomi da un amico, e’ dal rooftop di One Kearny, un edificio collocato al civico 63 di Geary St. e aperto durante orario d’ufficio. All’ingresso dovrete lasciare nome e cognome e ascoltare con pazienza (e trattenendo le risate) le regole da rispettare una volta giunti in cima, tra cui “Non gettare niente e nessuno dal tetto” e “Non cucinare o mangiare le piante”.
L’ambiente e’ molto piccolo ma curatissimo e  offre uno scorcio insolito sulla citta’. Molti gli impiegati del quartiere che vengono a godersi il pranzo qui, nel silenzio e tranquillita’ del rooftop, rotto solo dai clacson delle macchine imbottigliate nel traffico della Market St., proprio sotto al palazzo.

San Francisco e’ inoltre costellata di numerosi punti da cui si puo’ godere di belle prospettive su interi quartieri o su piccole parti della citta’, grazie anche al fatto che essa si estende su numerose colline che creano pendii molto ripidi ma con viste eccezionali.
Da Twin Peaks, due picchi vicini tra loro e alti circa 200 m, lo sguardo si estende senza ostruzioni fino all’altro lato della citta’, al Financial District (riconoscibile a distanza la Transamerica Pyramid, nella foto a sinistra, che domina l’intero quartiere con la sua inconfondibile guglia sulla sommita’) e nelle giornate piu’ limpide (non e’ stato il mio caso purtroppo) fino alla baia, oltre al Golden Gate Bridge.

Dal Fisherman’s Wharf, oltre a osservare i tanto carini quanto puzzolenti leoni marini crogiolati al sole del Pier 39, si vede la piccola isola di Alcatraz, il famoso penitenziario di massima sicurezza attivo fino al 1963, chiamato anche The Rock dai suoi detenuti, tra cui vi fu Al Capone e molti altri famosi criminali degli Stati Uniti.

La Coit Tower domina il qurtiere di Telegraph Hill ed e’ visibile da molti punti della citta’. Nelle foto qui sotto e’ fotografata da Lombard Street (conosciuta come la strada piu’ tortuosa al mondo) e da Fisherman’s Wharf con accanto, sulla destra, la Transamerica Pyramid.

Insomma, davvero tante prospettive e angolature diverse da cui guardare la citta’, come fossero piccoli pezzi di un puzzle che una volta incastrati l’uno nell’altro creano quel disegno meraviglioso che e’ San Francisco.

NORD AMERICA
Day 21 San Francisco: l’Oriente all’improvviso
20 August 2014
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Inaspettatamente, nel pieno centro di San Francisco, in mezzo a bei quartieri con le tipiche casette colorate in stile vittoriano, si gira l’angolo tra Bush Street e Grant Avenue e sembra di essersi teletrasportati nel centro di Hong Kong.

Un aspetto della citta’ che mi ha piacevolmente sorpresa e’ stata la presenza consistente di numerosi gruppi asiatici, con i loro sapori, le culture, le incomprensibili lingue, le stravaganti tradizioni tipiche dell’Oriente.

San Francisco e’ sempre stata legata ai propri dirimpettai oltre l’Oceano Pacifico, ma in queste ultime decadi la comunita’ asiatica si e’ sempre piu’ consolidata e attualmente nel suo complesso supera il 33% della popolazione totale, il che significa che un abitante di San Francisco su tre che incontrerete per strada avra’ gli inconfondibili tratti dell’Asia.

Cina e Giappone sono sicuramente i Paesi predominanti e infatti esistono interi quartieri in cui tutto (dalle insegne, ai ristoranti, ai negozi, alle persone per strada) richiama l’Estremo Oriente: sono Chinatown e Japantown, delle vere e proprie citta’ in miniatura che ho esplorato con piacere, perdendomi tra i vicoli e curiosando tra i negozi piu’ ticipi. Mi sono anche fatta fare shampoo e piega ai capelli in un salone di bellezza a Chinatown alla modica cifra di $10…poco piu’ di 7 euro!

Cinesi e giapponesi non sono gli unici a popolare la multiculturale San Francisco. L’altro giorno stavo cercando un ristorante in cui pranzare nel quartiere di Pacific Heights e nel giro di 50 m al massimo ho trovato: un thailandese, un vietnamita, un indiano e un balinese! Davvero l’imbarazzo della scelta!

Ecco quindi i luoghi da non perdere per tutti gli appassionati di cultura asiatica o semplicemente per chi vuole avvicinarsi a tradizioni tanto diverse dalle nostre.

L’affascinante Japanese Tea Garden, all’interno del Golden Gate Park, e’ imperdibile, a prescindere che siate interessati o meno alla cultura giapponese.
Una piccola oasi verde in mezzo alla citta’, con ruscelli, giardini zen, bonsai, pagode, una bellissima statua di Buddha e degli alberi di ciliegio che fioriscono da marzo ad aprile. Tutto curato, pacifico e armonioso come e’ tradizione giapponese. La graziosa Tea House al centro del giardino offre diverse varieta’ di tea abbinate ai famosi biscotti della fortuna (creazione tutta americana!) e ad altri piccoli piatti.

La Chinatown di San Francisco e’ la piu’ antica Chinatown del Nord America e rappresenta anche la piu’ numerosa comunita’ cinese al di fuori dell’Asia. Migliaia di immigrati cinesi si stabilirono qui durante la corsa all’oro della meta’ del 1800, creando un microcosmo a se’ stante, con propri ospedali, luoghi di culto, parchi, ristoranti, scuole, che mantiene inalterata l’identita’ culturale originaria.
Rispetto a Japantown, ho trovato questo quartiere molto piu’ ripiegato su se’ stesso e meno integrato con la citta’, piu’ tipico forse, dato che veramente ogni minimo dettaglio trasuda Cina da tutti i pori!
La via principale e’ Grant Avenue e simbolicamente l’ingresso al quartiere e’ segnalato da un bellissimo portale con tre arcate chiamato Dragon Gate, con due leoni cinesi in pietra di guardia, ispirato alle porte d’ingresso tipiche dei villaggi cinesi.
Per avere un assaggio piu’ autentico della Cina, consiglio di spostarsi di un blocco verso ovest, su Stockton St., meno turistica, con piu’ negozi tipici.

Japantown e’ a mio parere piu’ moderna e integrata con San Francisco.
Il luogo migliore in cui recarsi per immergersi nel clima giapponese e’ il Japan Center, un mall con numerosissimi sushi bar, negozi di manga, oggettistica varia e una piazza, chiamata Japantown Peace Plaza, con al centro uno stupa (monumento buddhista) a 5 piani donato a San Francisco dalla citta’ gemellata di Osaka, in Giappone.
Il motivo per cui il quartiere e’ meno “autentico” rispetto a Chinatown e’ che durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo Pearl Harbor, tutti i giapponesi di nascita o discendenza della citta’ furono costretti a lasciare le loro case per essere internati in tendopoli e Japantown si svuoto’. Non passo’ molto tempo prima che questo vuoto venne colmato da migliaia di afro-americani richiamati da posti di lavoro nel settore della difesa e fu solo con la fine della guerra che alcuni giapponesi tornarono a vivere qui, mentre altri si spostarono in altre zone della citta’.
Il momento migliore per visitare il quartiere e’ ad aprile, durante il Cherry Blossom Festival, quando le vie e le piazza si colorano di bellissimi ciliegi in fiore.

NORD AMERICA
Day 19 Yosemite: il tempio di Madre Natura
17 August 2014
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La bellezza alpina dello Yosemite National Park si riflette sia nei grandi che nei piccoli paesaggi: da immense pareti di granito a tranquille cascate gorgoglianti, da sequoie giganti a piccole aree boschive piene di scoiattoli e fiori selvatici.

John Muir, considerato comunemente il fondatore del sistema dei parchi naturali degli USA, descrisse il parco in questi termini:

No temple made with hands can compare with Yosemite .

Paragona quindi il parco a un tempio naturale, piu’ grandioso e sacro di quelli costruiti dagli uomini, in cui le colonne portanti sono imponenti massicci rocciosi e altissime sequoie, il pavimento dei prati fioriti, l’altare delle vivaci cascate.

La strada principale che attraversa il parco e’ la highway 120, che porta fino alla Yosemite Valley, in un loop di poche miglia, disseminato di punti panoramici e sentieri.

El Capitan e’ un gigante granitico alto piu’ di 1000 m dalla base alla sommita’, una vera sfida per i piu’ arditi scalatori, che impiegano anche una giornata intera per completare l’impresa.

Il sentiero che conduce alle Lower Yosemite Falls (Cascate Inferiori) e’ molto semplice e non porta via piu’ di mezz’ora. In estate la cascata e’ in secca ma la passeggiata fin li’ e’ comunque molto piacevole e offre bellissimi panorami.

Half Dome e’ sicuramente la parete rocciosa piu’ distintiva dell’intero parco e domina la valle, con la sua sagoma inconfondibile, modellata nel corso dei secoli dall’azione erosiva di ghiaccio e fiumi.
Secondo la tradizione indiana, molti secoli fa, marito e moglie non facevano altro che litigare e discutere. Per punizione, uno spirito li trasformo’ in pietra: uno divenne Half Dome e l’altro North Dome, per sempre costretti a guardarsi da una parte all’altra della valle.

Nella zona sud del parco si trova Mariposa Grove, un bosco molto suggestivo in cui si trovano piu’ di 500 sequoie giganti antichissime (alcune piu’ di 2000 anni!), percorribile tramite un sentiero di un paio di chilometri che conduce fino a Grizzly Giant, nome dato ad una sequoia che attualmente e’ la 25esima piu’ grossa al mondo, con i suoi 64 m di altezza, l’antica guardiana silenziosa dell’intero parco.

Numerose specie animali abitano questo luogo selvaggio, primo tra tutti l’orso bruno, facilmente visibile perche’ spesso si avvicina all’uomo, attirato dall’odore del cibo. Infatti il parco e’ colmo di avvertimenti riguardo a come conservare gli alimenti e a come disporre della spazzatura e ovunque sono disponibili speciali bidoni anti-orso.
Scoiattoli, marmotte, cerbiatti e numerosi uccelli si avvicinano a pochi metri dall’obbiettivo, senza alcuna paura.

Lo Yosemite e’ quindi un luogo dalle molte facce, con panorami sempre diversi, in cui tutto profuma di montagna e di natura, che si lascia esplorare ma mai addomesticare.

NORD AMERICA
Day 18 Death Valley: caldo abbastanza da far cuocere un uovo
16 August 2014
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Hot enough to fry an egg. Sembra la frase di un ironico volantino pubblicitario per sottolineare il caldo infernale che aleggia nella Death Valley, California, invece e’ una vera e propria moda che sta spopolando quest’anno tra i turisti.

A quanto pare un’impiegata del parco, in vena di esperimenti, un giorno si e’ portata una padella e un uovo al lavoro e ha dimostrato (tramite un video che poi e’ diventato virale) che, attraverso il calore emanato dal sole e assorbito dalle rocce di cui e’ costituito il terreno, e’ possibile cucinare un uovo.

Le avrei creduto sulla parola, anche senza vedere il video. Il caldo e’ davvero insopportabile e la sensazione e’ quella di avere degli asciugacapelli puntati dritti in faccia per tutto il tempo.
Tramite un dispositivo del cellulare, con termometro integrato, ho infatti misurato la temperatura alle ore 1:23 del pomeriggio: 47 gradi!!

La Death Valley National Park e’ un lungo bacino desertico che registra il punto piu’ depresso del Nord America: Badwater, una grossa distesa di sale a 85,5 m al di sotto del livello del mare. L’intera valle e’ circondata da alte montagne e questo, unito alla forte pressione atmosferica, impedisce all’aria calda di disperdersi, favorendo cosi’ le alte temperature che caratterizzano la Valle della Morte.

Badwater significa letteralmente Acqua Cattiva e il nome nasce moltissimi anni fa, quando un esploratore, nel tentativo di mappare l’intera area, cerco’ di far abbeverare il proprio mulo presso una sorgente d’acqua ma quest’ultimo si rifiuto’. Segno’ quindi sulla sua mappa che l’acqua in quel punto non era buona e da allora il nome Badwater e’ rimasto fino ad oggi.

Il punto panoramico piu’ famoso del parco e’ Zabriskie Point, reso celebre dall’omonimo film di Antonioni del 1970. Da qui si ha una bella vista sulla valle e su versanti rocciosi che sembrano altissime dune di sabbia.

L’area che ho piu’ preferito e’ quella lungo il loop panoramico chiamato Artist’s Drive. Il nome, calzante a “pennello”, e’ dovuto alla presenza di rocce e sedimenti coloratissimi (a causa dell’ossigenazione di diversi metalli), uno accanto all’altro, proprio come fossero dipinti dalla mano di un pittore.

Il punto migliore del loop e visibile gia’ dalla strada e’ Artist’s Palette (Tavolozza dell’Artista), ovvero un versante delle Black Mountains famoso per le numerosissime macchie di colore accostate di cui e’ costituito, proprio come fosse un quadro impressionista!

Altri luoghi del parco famosi sono Hell’s Gate (Cancelli dell’Inferno) e Dante’s View, ma con nomi del genere ho preferito sorvolare.

La Death Valley e’ una terra di estremi e contrasti. Vi si possono trovare picchi innevati in inverno, dune sabbiose, canyon e punti di forte depressione.
Nonostante il nome proibitivo, l’area e’ ricca di numerose specie di piante (piu’ di 1000) e animali e le poche piogge dei mesi invernali trasformano il deserto in un immenso prato di fiori selvatici.

NORD AMERICA
Day 16 Las Vegas: le migliori wedding chapels in cui dire “Lo voglio”
14 August 2014
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Se i casino’ sono il business principale di Las Vegas, al secondo posto si posiziona sicuramente quello dei matrimoni.

Un itinerario alternativo quando si visita la citta’ e’ quello che ripercorre le piu’ celebri cappelle nuziali, quasi tutte in Downtown, lontano dagli eccessi della Strip e dalle luci abbaglianti degli hotel.

Sono infatti numerosissime le wedding chapels a Las Vegas, alcune davvero bizzarre, altre piu’ tradizionali, rese celebri da film o da personaggi noti che si sono sposati al loro interno.

La piu’ famosa di tutte e’ sicuramente A Little White Wedding Chapel, operativa dagli anni ’50 e che ad oggi ha unito in matrimonio piu’ di 800.000 coppie, resa famosa dal matrimonio tra Frank Sinatra e Mia Farrow nel 1966.
Altre celebrita’ hanno pronunciato qui il loro “Lo voglio”: l’attrice Eva Longoria, il campione di basket Michael Jordan, la cantante Britney Spears, la prorompente Pamela Anderson, Bruce Willis e Demi Moore e Slash dei Guns N’ Roses.
La particolarita’ di questa cappella e’ che e’ drive-thru, il che’ significa che ci si puo’ sposare direttamente dalla propria macchina passando attraverso il cosiddetto Tunnel of Love…per soli $40! In pratica ci si sposa alla stessa velocita’ con cui si ordinano gli hamburger al fast food!

A pochi metri si trova un’altra cappella nuziale molto singolare, la Viva Las Vegas Chapel, famosa per i suoi matrimoni a tema.
Per cifre comprese tra i $600 e i $1000 circa si possono celebrare matrimoni stravaganti e fantasiosi, sicuramente unici. I temi tra cui si puo’ scegliere sono tantissimi: western, futuristico, romantico sulla spiaggia, gotico, circense, medioevale e molti molti altri.
Quando sono entrata nell’ufficio informazioni della cappella ho sbirciato il foglio con le prenotazioni per l’indomani…erano almeno una ventina i matrimoni in programma. Infatti in sala d’attesa una coppia di asiatici era pronta per il loro matrimonio tradizionale e poco dopo e’ uscita una coppia di novelli sposini, lei con un abito lungo di pailette dorate e lui vestito da Elvis Presley, felici e sorridenti.

E ancora, poco distante si trova la Chapel of the Flowers, piu’ intima e romantica, con un bel giardino con cascata e un gazebo per le cerimonie all’aperto.

Molti hotel lungo la Strip hanno al loro interno cappelle nuziali, meno particolari rispetto a quelle che si trovano a Downtown ma sicuramente piu’ eleganti e molto piu’ costose (si raggiungono facilmente i $25.000).

La wedding chapel del Planet Hollywood, ex Aladdin Hotel, e’ quella in cui si sposo’ Elvis Presley nel 1967.

Anche il Bellagio Hotel ne possiede una, in sintonia con l’arredamento lussuoreggiante dell’albergo, con un bellissimo patio e un giardino annessi.

Insomma, a Las Vegas ce n’e’ davvero per tutti i gusti…basta scegliere lo stile che fa per voi!

NORD AMERICA
Day 15 I casino’ di Las Vegas: intrappolati nello spazio e nel tempo
13 August 2014
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Dopo miglia e miglia attraverso il Mojave Desert, sono finalmente spuntati dei grattacieli in lontananza: e’ Las Vegas che, come una prostituta slavata e kitsch, spalanca le gambe e mi invita a trascorrere le successive quattro nottate con lei.

Vegas in spagnolo significa prati erbosi, poiche’ un tempo nella valle circostante si trovavano numerosi pozzi artesiani che permisero lo sviluppo di una grossa zona verdeggiante, da cui deriva appunto il nome Las Vegas, ma nel corso dei secoli i corsi d’acqua si sono inabissati sempre piu’ in profondita’, rendendo l’intera area arida e deserta come appare oggi.

Quando lo stato del Nevada venne annesso agli Stati Uniti, il gioco d’azzardo fu bandito, ma pochi anni dopo ci si rese conto del suo enorme potenziale lucrativo e nel 1931 venne legalizzato a livello locale nella sola Las Vegas, favorendo l’ascesa della citta’ a capitale mondiale del gioco d’azzardo e dei casino’.

Sono ormai centinaia i casino’ in citta’, aperti 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e sono ormai milioni (40 milioni per l’esattezza) le persone che ogni anno tentano la fortuna per cambiare le proprie sorti, perche’ in fondo e’ questo che viene offerto: l’illusoria possibilita’ di diventare ricco con una puntata vincente.

In realta’ e’ un sortilegio della peggior specie quello che Las Vegas getta su tutti i turisti e dopo aver esplorato alcuni dei casino’ piu’ famosi, quelli lungo The Strip o Las Vegas Boulevard, il viale piu’ famoso e luccicante della citta’, sono giunta alla conclusione che all’ingresso di ognuno calzerebbe a pennello un cartello con la seguente scritta:

Le Sirene sedendo in un bel prato,
mandano un canto dalle argute labbra,
che alletta il passeggier: ma non lontano
d’ossa d’umani putrefatti corpi
e di pelli marcite, un monte s’alza.
Tu veloce oltrepassa, e con mollita
cera de’ tuoi così l’orecchio tura,
che non vi possa penetrar la voce. [1]

Come a dire: attenti a voi! Le slot machine e le roulette sono piu’ micidiali e irresistibili del canto delle sirene dell’Odissea, che con le loro melodie stregate cercarono di attirare in una trappola mortale Ulisse e i suoi compagni, salvatisi soltanto perche’ si erano tappati le orecchie con la cera.

Ma anche:

Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate. [2]

Ancora una volta, attenti! Le porte che state per varcare, sebbene non conducano all’inferno (parliamo di quello dantesco, ovviamente), vi porteranno in un luogo di perdizione, senza pieta’, senza tempo e senza spazio.
Tutti i casino’ infatti sono studiati in modo da tenervi il piu’ possibile seduti al tavolo da gioco, senza distrazioni.
Si tratta sempre di spazi con una luce soffusa per offuscare un po’ i sensi, senza orologi e senza finestre per eliminare ogni riferimento spazio-temporale e intrappolarvi in una dimensione parallela da cui potete uscire solo quando non avrete piu’ un soldo in tasca!

E le distrazioni sono davvero tante: da file interminabili di slot machine, a bingo, blackjack, roulette, poker in tutte le sue varianti, baccarat. Ci sono persino schermi per il gioco d’azzardo ai banconi dei bar e nelle piscine di alcuni alberghi, come per esempio nella piscina del Caesars Palace chiamata Fortuna.

Le slot machine e i videopoker si trovano numerosissimi anche nell’aereoporto della citta’: nemmeno il tempo di uscire dal gate che gia’ potete inserire il primo dollaro e tentare la fortuna.

Ho fatto inoltre caso che, dopo un po’ che qualcuno e’ seduto a giocare (indipendentemente da cosa), le cameriere del casino’, tutte belle ragazze e in abiti succinti, si avvicinano, ti fanno ordinare un drink e te lo portano poco dopo senza fartelo pagare (apparte la mancia, obbigatoria negli Stati Uniti, alla cameriera stessa), perche’ al casino’ conviene che tu continui a stare seduto al tavolo da gioco bevendo qualche drink piuttosto che farti alzare per prendere da bere e magari distrarti e svegliarti dal sortilegio.

E ancora, se non potete andare al casino’, sara’ il casino’ a venire da voi! Alcuni alberghi, come il Bellagio e Aria, portano il gioco d’azzardo direttamente nella vostra stanza d’albergo, con tanto di tavoli da gioco e croupier.

Insomma ce n’e’ davvero per tutti i gusti!

Non sono una giocatrice d’azzardo ma qualche puntata alla roulette ovviamente l’ho fatta anche io, a volte vincendo e altre perdendo, ma sempre con la cera nelle orecchie, salvandomi da quel richiamo ammaliante, come fecero i compagni di viaggio di Ulisse.

 

[1] Omero. Odissea XII, 52-59. Traduzione di Ippolito Pindemonte, 1862, Rizzoli editore – BUR, 1961, p. 333

[2] Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto III, verso 9.

NORD AMERICA
Day 14 Lower Antelope Canyon: le rocce piu’ fotogeniche al mondo
12 August 2014
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Come per magia, nel terreno rossastro dell’Arizona si apre un piccolo squarcio che porta a un mondo parallelo fatto di labirinti di rocce rosa, sabbia e fasci di luce.

Situato vicino alla cittadina di Page, a poche miglia dal lago Powell e dallo Utah, l’Antelope Canyon si trova all’interno del Navajo Tribal Park e quindi non e’ gestito a livello governativo come gli altri parchi.

Il canyon e’ costituito da stretti corridoi e passaggi nella roccia formatisi nel corso di migliaia di anni tramite l’azione erosiva di acqua, vento e sabbia sulla pietra arenaria.

L’Antelope Canyon si divide in due zone, ugualmente fotogeniche e ugualmente suggestive:

  • Upper Canyon piu’ facilmente accessibile, piu’ costoso e piu’ turistico.
  • Lower Canyon a cui si accede solo attraverso stretti passaggi e scalinate ripide e percio’ molto meno affollato.

Essendo alta stagione, per evitare il piu’ possibile le folle di turisti e scattare fotografie in tranquillita’, ho optato per una visita al Lower Canyon con la compagnia Ken’s Tour.
Il costo del tour guidato (non sono possibili tour fai da te) e’ di $20 a persona piu’ $8 per accedere alla riserva Navajo, pagabili solo in contanti.

La visita dura all’incirca 1 ora e mezza e non e’ possibile prenotarlo in anticipo, quindi chi prima arriva meglio alloggia.
Consiglio spassionato: se, come me, visitate il parco durante l’alta stagione, arrivate al bancone del check-in non piu’ tardi delle 9.30 perche’ si formano lunghe code e i gruppi che accedono al canyon sono sempre piu’ numerosi. Il primo tour incomincia alle 8.30, mentre l’ultimo e’ alle 16.00.

La guida si e’ rivelata molto preziosa perche’, oltre a indicare al gruppo (circa 20 persone) gli scorci piu’ panoramici, era molto competente in materia di fotografia e mi ha dato preziosi consigli sulle impostanzioni corrette da inserire nella mia macchina fotografica. Tutti gli scatti che seguono non sono stati ritoccati, eppure sembrano da copertina.
Ecco perche’ queste rocce sono tra le piu’ fotogeniche al mondo!

A precise ore del giorno, la luce solare penetra attraverso le fessure poste in alto, creando un gioco di luci e ombre pazzesco, rafforzato dalle pareti rossastre.
Sembra quasi di trovarsi all’interno di un tempio fatto di colonne di luce, volte e archi di roccia e infatti per i Navajo questo e’ un luogo sacro.

L’orario migliore per vedere i fasci di luce e’ mezzogiorno, con il sole alto nel cielo, ma e’ anche il momento in cui il canyon e’ piu’ affollato e piu’ caldo.

I Navajo del Sud Ovest sono la piu’ grande tribu’ degli Stati Uniti. Parlano il linguaggio Navajo e l’inglese e risiedono per lo piu’ in New Messico e Arizona.
Un aneddoto carino su questa popolazione e’ che la loro lingua e’ una delle piu’ complicate al mondo e, all’epoca della Seconda Guerra Mondiale, solo 30 persone al di fuori della tribu’ riuscivano a comprenderla. Quindi gli americani utilizzarono soldati Navajo per trasmettere via radio informazioni segrete, poiche’ la loro lingua era piu’ impenetrabile del piu’ sofisticato codice cifrato.

Alla fine del tour, molto soddisfatta per le belle fotografie scattate e i panorami unici che ho avuto la fortuna di vedere, senza nessuna fretta da parte della guida che anzi e’ sempre stata gentile e disponibile, mi sono rimessa in marcia in direzione Nevada, passando per lo Utah del sud.

Dopo circa 4 ore, come in un miraggio, e’ apparso da lontano un lingotto d’oro 24 carati alto 64 piani in mezzo al deserto. E’ la Trump Tower, dal nome del noto magnate Donald Trump, nel cuore pulsante di Las Vegas.

                     IT’S VEGAS TIME!!!

 

[1] Oliviero Bergamini, Da Wall Street a Big Sur, Edizione Laterza, 2012,pag. 133

NORD AMERICA
Day 13 Grand Canyon: antico come il mondo
11 August 2014
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Il Grand Canyon National Park e’ uno dei luoghi piu’ imponenti che mi sia mai capitato di vedere ed e’ anche molto variegato dal punto di vista paesaggistico: foreste e spazi verdi a nord, canyon rocciosi e aridi a sud e il Colorado River che scorre attraverso, la linfa vitale del parco, che ha permesso il proliferare di numerosissime specie animali e vegetali.

I confini del parco giacciono interamente all’interno dello stato dell’Arizona. Il Grand Canyon e’ lungo circa 450 km, largo fino a 30 km e profondo 1800 m.

E’ inoltre tanto affascinante quanto letale. Dal 1870 vi si sono infatti registrate piu’ di 600 vittime per i motivi piu’ disparati e bizzarri.

Eccone alcuni:

Schianto in aereoplano e elicottero 40.3%
Annegamento nel fiume Colorado 13.1%
Cause naturali 10.8%
Cadute accidentali nel canyon 8.8%
Suicidi 8.0%
Incidenti insoliti 4.1%
Omicidi 3.8%
Allagamenti improvvisi 1.1%
%

Le cause naturali comprendono: arresti cardiaci e ipotermia.
Le cadute accidentali sono avvenute principalmente saltando da una roccia all’altra e per mettersi in posa per una foto ricordo.
Tra gli incidenti insoliti ci sono l’essere colpito da un fulmine e da rocce. [1]

E in effetti alcuni dei sentieri da percorrere a piedi costeggiano il precipizio e spesso non vi e’ alcuna recinzione. Io stessa che mi considero piuttosto sprezzante del pericolo devo ammettere che ho evitato di spingermi troppo vicino all’orlo, ma evidentemente molti pensano che, trovandosi all’interno di un parco nazionale, siano al sicuro da pericoli e incidenti.
Quindi, se non volete diventare una percentuale del mio grafico, usate il buonsenso e la prudenza quando visitate il Grand Canyon!

Il parco e’ diviso in due zone molto diverse tra loro.

Il North Rim offre un’esperienza sicuramente piu’ tranquilla e con molti meno turisti. Si stima che meno del 10% dei 5 milioni di visitatori annuali del Grand Canyon si avventurino in quest’area, ma lo spettacolo che si propone e’ unico: foreste pressoche’ immacolate, prati infiniti, panorami unici. Questa zona e’ aperta solo da  meta’ maggio a meta’ ottobre poiche’ a causa delle elevate altitudini e’ ricoperta di neve in inverno e dista circa 5 ore di macchina dal South Rim, il che la rende decisamente poco accessibile e quindi autentica e intatta.

Il South Rim e’ la zona piu’ facilmente raggiungibile e include Grand Canyon Village, Hermit Road e Desert View Drive. E’ la parte piu’ turistica e ben attrezzata del parco, con parcheggi, snack bar, musei e visitor center in cui chiedere informazioni e cartine dell’area.

Il pass per accedere al parco (sia al North che al South Rim) costa $25 a veicolo o in alternativa $12 a persona ed e’ valido per 7 giorni.

Se, come me, prevedete di far visita a molti altri parchi negli Stati Uniti (Yosemite, Sequoia, Death Valley) e volete saltare la lunga (molto lunga!) coda all’ingresso, potete comprare il pass annuale del costo di $80 che da’ libero accesso a tutti i parchi nazionali del Paese e puo’ essere acquistato sia on-line (e poi spedito per posta) oppure direttamente presso il primo parco che visiterete.

Ci sono due strade principali da percorrere per visitare il South Rim: Desert View Drive e Hermit Road e ognuna comprende a sua volta numerosi punti panoramici e di interesse.
Mentre la prima e’ liberamente accessibile a tutti i veicoli, la seconda puo’ essere percorsa solo a bordo dei numerosi shuttle gratuiti che percorrono il tragitto ogni 15 minuti.

La linea del bus piu’ panoramica e’ la Red Line che costeggia tutta Hermit Road in un loop di circa 80 minuti, ma mettete in conto almeno un paio d’ore perche’ lungo il percorso ci sono numerosi punti in cui fermarsi per scattare foto.
Potete decidere di percorrere l’intero loop sul bus (scendendo alle fermate di vostro interesse, scattando qualche fotografia e risalendo sul bus), a piedi lungo Hermit Trail oppure un misto di entrambe le cose.

Io ho scelto quest’ultima opzione e sono scesa dallo shuttle a Maricopa Point.

Ho poi proseguito a piedi lungo Hermit Trail fino a Hopi Point lungo un sentiero cementato che sconsiglio perche’ pieno di turisti e poco panoramico.

Da Hopi Point il sentiero diventa sterrrato e piu’ faticoso, ma costeggia tutto il bordo del canyon permettendovi davvero di assaporare l’atmosfera del parco con punti scoscesi, scorci fino al fondo del canyon, rocce che sembrano in bilico sull’orlo del precipizio su cui e’ molto bello farsi fotografare. Da qui ho seguito il sentiero fino a Mohave Point e poi sono risalita sul bus perche’ ha iniziato a piovere.

Dovunque vi affacciate sul canyon verrete colpiti dalla sua imponenza, immensita’ e forza brutale e per qualche istante, nel silenzio rotto solo da qualche aquila, seduti su una roccia a strapiombo, vi sembrera’ di venir catapultati indietro di migliaia di anni e vi aspetterete quasi di vedervi spuntare da sotto il naso un dinosauro! E in effetti alcune delle rocce che giacciono sul fondo del canyon sono tra le piu’ antiche della Terra e risalgono a circa 1.7 bilioni di anni!

Terminato il loop di Hermit Road ho ripreso la macchina e ho percorso Desert View Drive, anch’essa ricca di punti panoramici, scorci sul fiume Colorado e un museo.

I piu’ famosi punti panoramici sono:

Grand View Point

Lipan Point

Drive View Watchtower

Proseguendo lungo la stessa strada sono uscita dal parco attraverso la East Entrance e ho proseguito a nord verso Page, piccolo cittadina al confine con lo Utah, dopo una breve tempesta di sabbia lungo la via.

 

[1]  Ghiglieri, Michael P.; Myers, Thomas M. (2001). Over the Edge: Death in Grand Canyon. Puma Press

NORD AMERICA
Day 12 Sedona: la Mecca spirituale del Sud Ovest
10 August 2014
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Salutato a malincuore il New Mexico, attraverso una deludente Route 66, sono giunta in Arizona e, dopo 30 minuti di tornanti da far invidia al circuito di Nurburgring e un paio di cervi in mezzo alla strada, sono finalmente arrivata nella bellissima Sedona, con la luna quasi piena alta nel cielo.

Un vecchio detto, probabilmente di origine indiana, descrive cosí la citta’:

God created Grand Canyon, but He lives in Sedona [1]

E non ci vuole poi molto a capire quanto questo sia vero: Sedona e’ come una gemma preziosa incastonata tra ammassi di rocce rosa e arancio che la circondano completamente, quasi dovessero proteggere un tesoro di inestimabile valore. E’ misteriosa, mistica, piena di energia. Mi sono innamorata di questa citta’.

Sedona e’ una delle piu’ importanti e famose capitali della cultura new age, poiche’ oltre ad essere un luogo di pace e serenita’, favorendo le pratiche meditative e lo yoga, e’ famosa in tutto il mondo per i vortici di energia che vi si formano e che la rendono un potentissimo sito spirituale e mistico.

Per tali motivi, una ricca e fiorente comunita’ si e’ insediata in citta’.

Qui i locali piu’ diffusi sono quelli che offrono lezioni di yoga, pranayama, reiki e di molte altre pratiche spirituali alternative, tanto di moda oggigiorno.

Nella zona di Uptown, quella che la proprietaria del mio albergo chiama “tourists trap” (trappola per turisti), si trovano un’infinita’ di negozi che vendono souvenir, pietre, piccoli Buddha portafortuna, talismani e oggettistica legata a tali pratiche.

Tutto in citta’ e’ ben curato, pulito e a misura di turista. Una passeggiata nella “tourists trap” e’ sicuramente molto piacevole e interessante.

L’altro tema portante, dopo quello legato al new age, e’ il western e tutto cio’ che gli ruota attorno: negozi con in vendita il tipico abbigliamento da cowboy (stivali in pelle, cappello, selle), statue che richiamano il periodo del Far West (come quella dedicata a Sacajawea, l’indiana che accompagno’ gli americani durante la traversata del Paese alla scoperta dell’Ovest, facendo loro sia da guida che da interprete), musei dedicati ai film western (alcuni girati qui).

L’origine dei vortici di Sedona e’ avvolta nel mistero (e forse nel sovrannaturale), cosi’ come il loro funzionamento, ma si ritiene siano dei centri vorticosi di energia proveniente dalla superficie terrestre. Non si tratta ne’ di elettricita’ ne’ di magnetismo anche se piccoli residui magnetici sono stati rilevati nei siti in cui l’energia e’ piu’ forte.
I piu’ convinti ritengono che la citta’ sia una sorta di punto di contatto tra due dimensioni.
Certo e’ che qui c’e’ davvero qualcosa che sfugge alla logica e che l’occhio della ragione non puo’ vedere.

Ci sono 4 vortici principali a Sedona e ciascuno di essi influenza in qualche modo la sfera spirituale di chiunque gli sia vicino, favorendo il benessere fisico e psicologico.

L’Airport Vortex e’ collocato in prossimita’ dell’aereoporto, nell’insenatura tra le due colline, dove i rami di ginepro sono piu’ attorcigliati su se stessi.
L’energia di tale vortice rafforza le qualita’ tipiche maschili, ovvero forza, sicurezza in se’, autostima.

Il Cathedral Rock Vortex si trova all’interno del Crescent Moon Park. Il vortice e’ piu’ forte nel punto in cui il ruscello incontra Cathedral Rock. L’energia sprigionata in questo punto rafforza il lato femminile, che comprende attributi come bonta’ d’animo, gentilezza, compassione e pazienza.

Il Boyton Canyon Vortex si trova all’interno dell’omonimo canyon e rafforza l’equilibrio tra lato femminile e lato maschile o yin e yang.

Il Bell Rock Vortex e’ collocato poco a nord del villaggio di Oak Creek e la sua energia e’ talmente forte da poter essere percepita gia’ dal parcheggio.
Questo vortice rafforza contemporaneamente lato femminile, maschile ed equilibrio tra essi.

Chiaramente se la vostra sfera spirituale, come la mia, ha la profondita’ di una pozzanghera, vi sentirete dei completi imbecilli trovandovi a fissare il nulla. Onestamente posso dire che l’unica cosa che ho sentito e’ stato il caldo, ma sono state delle piacevoli camminate (raggiungere i vortici richiede almeno mezz’ora a piedi lungo sentieri piu’ e meno impegnativi) e i panorami hanno ripagato la fatica fatta.
Per tutti gli altri, dicono che il modo migliore per godersi questa esperienza mistica sia sedersi per terra nella posizione del loto e meditare lasciando entrare e uscire l’energia.

Devo dire che sono stata molto fortunata perche’ proprio nei giorni in cui ho soggiornato a Sedona, a un’ora circa dalla citta’, si e’ tenuta la 64esima edizione del Summer Festival of Fine Art and Crafts, un grosso mercatino all’aperto con bancarelle e stand di oggetti d’artigianato locale, gioielli fatti a mano, veri e propri pezzi d’arte e una band di musica country.

Ho inoltre visitato la bellissima Chapel of the Holy Cross, una piccola cappella cattolica costruita in mezzo alle rocce, ispiratasi all’Empire State Building di New York. L’ingresso e’ gratuito e la vista da lassu’ e’ come sempre da togliere il fiato. Attualmente non vi si svolgono funzioni religiose ed e’ quindi aperta a persone di tutti i credo.

Un negozio che consiglio assolutamente di visitare e’ il Silver Son West in cui si puo’ davvero trovare di tutto: da oggetti d’artigianato a segnali stradali e insegne di qualsiasi tipo, da sculture indiane a cactus di ogni forma e dimensione, articoli regalo, statue, addobbi natalizi e gioielli. Ritagliatevi una buona mezz’ora di tempo per visitarlo tutto perche’ e’ immenso ma davvero curioso.

 

 

[1] Trad: Dio ha creato il Grand Canyon, ma Lui vive a Sedona.

NORD AMERICA
Day 09 Santa Fe e i pueblos del Nord
7 August 2014
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Poco piu’ a nord di Albuquerque, nel New Mexico, si trova Santa Fe, una delle piu’ antiche citta’ degli USA, fondata gia’  nel 1610 dai coloni spagnoli.

A mezzora da Santa Fe, lungo il corso del fiume Rio Grande, e’ possibile immergersi nella storia e cultura di 8 dei 19 pueblos (ovvero villaggi, in spagnolo) di nativi americani del Nex Mexico, chiamati comunemente i pueblo del Nord.

Con il termine pueblo si indicano contemporaneamente sia le moderne comunita’ di nativi americani, i cui antenati risalgono a prima della colonizzazione europea, sia la tipologia di abitazioni, composte da pietra, terracotta e altri materiali locali in cui vivono questi popoli.

In seguito all’Indian Reorganization Act (conosciuto anche come Indian New Deal) nel 1934, ai pueblo dell’intera area (cosí come a molte altre comunita’ di nativi di tutti gli Stati Uniti) fu lasciata piena liberta’ di autogoverno e amministrazione e la possibilita’ di vivere secondo le proprie tradizioni.

Che atto di generosita’, penserete.

Peccato che questi popoli vivessero nel New Mexico centinaia d’anni prima che diventasse l’odierno New Mexico, quando l’intero continente non era ancora stato scoperto e invaso dall’uomo occidentale, molto prima di venire decimati dall’avanzata del progresso e sicuramente molto prima di vedersi confiscare terre e beni, di dover pagare tasse ai governi coloniali e di essere obbligati a conversioni di massa al Cristianesimo.

Magra consolazione se vista con un occhio piu’ critico e meno ingenuo, quella della liberta’ all’autogoverno e alle proprie usanze.

E nonostante tutto quello che hanno dovuto subire, nonostante l’irrompere arrongante della modernita’ tutta intorno a loro, questi popoli sembrano esserne fuori, come se vivesserro in una grossa ampolla di vetro sulla quale tutto scivola via.

I piu’ antichi villaggi risalgono addirittura al 1200 e da allora, usi, costumi, lingua (la lingua comune a tutti i pueblo e’ chiamata Tewa e viene insegnata a scuola e parlata in famiglia) e tradizioni si sono conservate pressoché intatte fino ad oggi.

Un tuffo nel passato da non perdere.

Questi 8 villaggi, sebbene siano piuttosto vicini gli uni con gli altri, sono molto diversi tra loro e ognuno offre qualcosa di unico.

Il pueblo di Santa Clara fu fondato nel 1550 ma la popolazione viveva nell’area gia’ da diversi secoli ed e’ famoso per le abilita’ degli artigiani locali nella creazione di ceramiche nere e rosse lucide con incisioni. Il villaggio e’ ricco di negozi e botteghe in cui e’ possibile acquistare prodotti locali e curiosare.

Qui mi sono recata alla Merrock Galeria, proprio all’ingresso del pueblo.
Ho conosciuto Paul, il proprietario e creatore di alcuni degli oggetti esposti. Pazientemente ha risposto a tutte le mie domande, sempre gentile e sorridente.
Mi ha spiegato che e’ nato e cresciuto a Santa Clara ma che, un po’ come sta accadendo nel resto del mondo, le giovani generazioni tendono a lasciare il guscio familiare e molti giovani sono attualmente iscritti a universita’ sparse nel Paese.
Ha poi esposto le tecniche che lui utilizza per creare gli oggetti esposti, cosa significano gli animali incisi e come mai vengono usati certi colori.
Mi ha insegnato che la lingua Tewa non ha un alfabeto perche’ viene tramandata oralmente di generazione in generazione e quando l’ho ringraziato per la piacevole chiaccherata mi ha risposto:”Kunda..in Tewa si dice Kunda..e in italiano si dice Grazie, giusto?”. Un uomo davvero delizioso. Ovviamente ho comprato una delle sue ceramiche perche’ erano assolutamente stupende!

Il pueblo Nambe’ risale al 1300 e un tempo era il crocevia culturale dei pueblo dell’intera area. Oggi e’ famoso per l’artigianato e i gioielli, oltre a godere di una perfetta collocazione geografica, ai piedi del monte soprannominato Sangre de Cristo (Sangue di Cristo, probabilmente per le tinte rossastre delle rocce circostanti), a ridosso di bellissime cascate.
All’ingresso del pueblo c’e’ un interessante negozio con opere d’arte indiana che si chiama Than Povi (in lingua Tewa significa Girasole). Gli oggetti e opere esposte sono un po’ costose ma sono dei pezzi d’arte unici.

Il villaggio Ohkay Owingeh fu capitale di stato nel 1598 con il nome di San Juan Pablo. Oggi e’ la sede di una sorta di cooperativa che espone i prodotti artistici e artigianali realizzati da tutti gli otto pueblo del nord (la Oke Owinge Arts & Crafts Cooperative).

Il pueblo Pojoaque e’ forse quello che risenti’ maggiormente del contatto devastante con la civilta’ europea ed e’ quello che ha subìto piu’ danni in termini di perdita’ della propria identita’ culturale. Oggigiorno le associazioni locali stanno incanalando le proprie energie per rivitalizzare usi e tradizioni, attraverso corsi di lingua Tewa, di promozione di danze e canti popolari e di rispetto verso la storia della comunita’.

La popolazione del villaggio Picuris e’ una delle poche ad aver convissuto per un lungo periodo con i propri colonizzatori, spagnoli prima e americani-anglosassoni dopo (in seguito all’Indian New Dial hanno incominciato come gli altri pueblo la fase di autogoverno) e infatti le comodita’ tipiche delle societa’ avanzate qui non mancano: elettricita’, telefoni e televisori, che distinguono notevolmente questo pueblo dagli altri. I ragazzi solitamente vanno a scuola al di fuori del villaggio e la maggior parte dei lavoratori ha un impiego nelle citta’ vicine, ma comunque gli usi tipici sono ancora forti e non eccessivamente compromessi. La festa che si celebra la notte di San Lorenzo e’ molto famosa e prevede danze, canti popolari e competizioni varie.

La comunita’ originaria di San Ildefonso affonda le sue radici tra il 1200 e il 1500 ed e’ molto famosa per le sue ceramiche nere incise. Tale tecnica fu introdotta al mondo per la prima volta nel 1904 proprio da un abitante del villaggio, la vasaia Maria Martinez e le bellissime ceramiche che ne derivarono furono la salvezza dell’intera comunita’ quando la crisi economica colpí i pueblo del Nord.

Ho fatto anche qui un breve tour seguendo il percorso riportato su una cartina fornita presso il Visitor Center da un simpatico signore che mi ha spiegato nei dettagli il tragitto da seguire, cosa potevo fotografare e cosa no e in generale le regole di comportamento all’interno del pueblo.
Ho notato una chiesetta cristiana nella piazza principale, quindi ho chiesto quale fosse la loro posizione in termini di religione e mi ha spiegato che i loro culti sono un misto di pratiche cristiane (introdotte dai coloni spagnoli) e culti dei loro antenati, adoratori della natura.

Le “attrazioni” di San Ildefonso sono: il museo dedicato all’arte di Maria Martinez e del pueblo in generale, una libreria ben fornita di volumi sulla storia locale e il Big Tree, l’enorme albero al centro della piazza. Anche qui, numerose le botteghe artigianali e le gallerie d’arte locale.

Il pueblo Taos e’ quello che piu’ di tutti i pueblo negli Stati Uniti mantiene inalterata dalla sua fondazione le strutture sociali e gli usi. Chi visita questa meravigliosa comunita’ avra’ la possibilita’ di fare un salto indietro nel tempo di 10 secoli: lo stesso stile di vita, le stesse abitudini e credenze di secoli fa, inalterate fino ai tempi moderni. Le ceramiche prodotte qui vengono realizzate con tecniche che vengono tramandate di generazione in generazione. Per tutti questi motivi, nel 1992, il villaggio fu dichiarato World Heritage Site.

Ottavo e ultimo villaggio del nord, Tesuque e’ uno dei piu’ tradizionali tra tutti i pueblo e ritrovamenti archeologici hanno dimostrato che la loro presenza risale a prima del 1200. Sono diventati famosi per la loro testardaggine nel rifiutarsi di convertirsi al Cristianesimo, mantenendo intatte credenze e cerimonie religiose originarie. La principale fonte di sostentamento della comunita’ e’ l’agricoltura e  come per tutti gli altri pueblo l’artigianato e le ceramiche.

Ci sono ovviamente delle regole da seguire per poter visitare questi luoghi, tutti parte di reserve indiane.
Ogni pueblo ha le proprie leggi, le proprie scuole e i propri tribunali ed e’ quindi necessario comportarsi sempre in modo molto rispettoso ed educato.

In alcuni villaggi e’ proibito scattare foto o fare video (Tesuque e Ohkay Owingeh), in altri bisogna richiedere un permesso speciale in anticipo (Nambe’) e negli altri bisogna pagare una piccola somma (di solito non superiore ai $10) per poter utilizzare macchine fotografiche e videocamere e comunque sia in tutti i casi bisogna chiedere permesso prima di poter scattare le foto, ricordando che tutti gli apparati elettronici possono essere confiscati all’interno della riserva. Durante festivita’ e cerimonie locali, solitamente, sono proibite foto e video di ogni tipo.
La natura e’ sacra per gli abitanti dei pueblo, quindi e’ assolutamente vietato lasciare spazzatura in giro ed e’ illegale introdurre alcolici.

Onestamente mi aspettavo di leggere tracce di risentimento sui volti delle persone che vivono qui, forse per quello che i loro antenati hanno dovuto subire, invece ho letto solo dolcezza e gentilezza, non so se forzate per imbonirsi i turisti (unica loro fonde di guadagno), ma a me sono sembrati volti sinceri di chi ha avuto un passato duro ma e’ orgoglioso di far parte della propria comunita’.

NORD AMERICA
Day 08 New Mexico: una “terra d’incanto”
6 August 2014
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Dopo una serata a El Paso, citta’ texana di frontiera dall’atmosfera decisamente messicana, ho varcato il confine del New Mexico, noto anche come The Land of Enchantment (Terra d’Incanto), fino ad Albuquerque, con alcune splendide tappe lungo la via.

La prima e’ stato il White Sands National Monument, dichiarato parco nazionale nel 1933 e ufficialmente il piu’ grande deserto di gesso al mondo.

L’area e’ circondata da basi militari missilistiche e spesso la strada che porta al parco, la highway 70, viene bloccata per qualche ora a scopi militari, quindi e’ bene consultare il sito ufficiale www.nps.gov/whsa o chiamare il +1(575)6781178 prima di pianificare la visita.
Proprio in una di queste basi, nel 1945 venne fatta esplodere la prima bomba atomica della storia e da allora l’area rimase attiva nell’ambito dello sviluppo e test di tecnologie spaziali.

Il deserto bianco si trova all’interno del bacino di Tularosa (una vastissima depressione) ed e’ composto non da sabbia ma da clasti di gesso delle dimensioni di granelli di sabbia.
E’ un luogo unico al mondo poiche’ e’ estremamente raro che il gesso perduri allo stato solido, essendo solubile in acqua, ma dato che il bacino di Tularosa e’ totalmente privo di fiumi e le precipitazioni sono scarse, la sostanza rimane intrappolata.

Vi e’ solo un ingresso al parco, ovvero attraverso il Visitor Center, in cui e’ possibile richiedere la mappa dell’area e acquistare nell’adiacente Gift Shop delle vere e proprie slitte per divertirsi scendendo lungo le bianche dune del parco, proprio come fosse neve!

Dal Visitor Center, in macchina, si puo’ seguire un percorso di 8 miglia circa che si snoda in mezzo alle dune, con numerose aree picnic fornite di barbeque.

Il gesso di cui e’ costituito il parco e’ fresco quindi si puo’ camminare a piedi scalzi (anche se alcuni cartelli informano che l’area e’ abitata da scorpioni), ma in estate le temperature sono molto elevate e l’immensa distesa di bianco tutto intorno non fa altro che riflettere tutta la luce del sole..risultato? Dopo meno di mezz’ora al White Sands e un’abbronzatura invidiabile ottenuta dopo anni di vita a Miami, la mia faccia era ustionata! Quindi portate crema solare, cappello, occhiali da sole e tanta acqua fresca.

Dicono che il momento migliore per visitare il parco sia due ore prima del tramonto, quando il cielo si tinge di rosso e rosa e la sabbia bianca riflette i colori. Passeggiate guidate al tramonto sono in programma tutte le sere a partire dalle 18:45.
Ogni notte di luna piena invece, resta aperto fino a tardi e da’ la possibilita’ ai visitatori di godere del meraviglioso panorama imbiancato alla luce della luna.

Credo che le foto parlino da sole, ma trovarsi in un luogo del genere e’ stata davvero un’esperienza surreale e di rara bellezza.
In macchina, con l’aria condizionata al massimo, per un istante ho davvero avuto la sensazione di trovarmi in mezzo alla neve!

La seconda tappa e’ stata presso Alamogordo, a 20 minuti circa dal White Sands, in cui ci si puo’ fermare a mangiare un boccone e fare una visita al curioso McGinn’s Pistachio Tree Ranch, un ranch specializzato nella produzione di pistacchi dal 1980.

In onore del lavoro svolto qui, nel 2008 e’ stato realizzato il piu’ grosso pistacchio al mondo, apparso anche nel film This Must Be The Place con Sean Penn.

Presso il ranch sono offerti assaggi di tutti i tipi di pistacchi prodotti: al cioccolato, al limone, al barbeque, al chili..inutile dire che erano tutti squisiti!
Possiedono inoltre un vasto vigneto che produce diverse tipologie di vini, degustabili gratuitamente e disponibili alla vendita.

La terza e ultima tappa, poco piu’ a nord di Alamogordo, e’ stato il Three Rivers Petroglyph Site, uno dei pochi siti rimasti nel sud-ovest a contenere tra le piu’ vaste collezioni di petroglifi della nazione.
In archeologia, il petroglifo e’ un’incisione di figure su roccia ed e’ una forma di arte rupestre.
L’intera area e’ molto affascinante perche’ permette ai visitatori di godere da vicino dei graffiti dato che non vi e’ alcun tipo di recinzione, ma solo un sentiero in mezzo alle rocce, che offre anche un panorama meraviglioso sul bacino di Tularosa.
Lungo il sentiero, ben marcati, si incontrano rocce nere con delle bellissime incisioni di figure geometriche, maschere, animali: sono reperti lasciati piu’ di 600 anni fa dalle popolazioni indigene che vivevano dell’area.

A serata ormai inoltrata, dopo un tramonto mozzafiato e un cielo disegnato con le tinte del porpora, sono infine giunta ad Albuquerque.

NORD AMERICA
Day 06 Terlingua: l’ultima ghost town del Far West
4 August 2014
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In Texas ci sono piu’ di 800 ghost town, molte delle quali completamente disabitate, alcune spazzate via da calamita’ naturali, altre sedi di miniere oramai in disuso, impolverate, fatiscenti eppure affascinanti da morire.

Molte citta’ fantasma si trovano lungo il confine tra il Texas e il Messico, in territori per lo piu’ aridi, isolati e incontaminati, in cui si puo’ davvero respirare aria di Far West, quello che siamo abituati a vedere nei film, dove piccole cittadine di frontiera vengono difese dall’impavido cowboy pronto all’ennesimo duello con il fuorilegge di turno.

Una delle piu’ belle e interessanti ghost town nel Texas e’ Terlingua, a circa 20 minuti dal confine con il Messico, nel Big Bend National Park.

Terlingua significa Tre Lingue, poiche’ un tempo era un luogo di convivenza pacifica di tre differenti culture: nativa americana, ispanica e americana.
Nella meta’ del 1800 era una cittadina vivace con piu’ di 2000 anime, famosa per le sue miniere di mercurio (quicksilver in inglese, come riportato nell’insegna della foto qui sotto) e gia’ nel 1922 riforniva il 40% del fabbisogno nazionale di questo metallo.

Venne poi semi abbandonata quando la compagnia che gestiva le miniere falli’ e i minatori furono costretti a lasciare le loro case.
Attualmente la popolazione comprende poche dozzine di persone.

Vi si trovano edifici diroccati, pozzi minerari abbandonati, installazioni artistiche, un pittoresco cimitero, rovine, cactus e tanto tanto caldo!

Solo negli ultimi anni la cittadina e’ stata parzialmente modernizzata con l’aggiunta di un saloon, un piccolo hotel e un bel negozio con souvenir e oggetti d’artigianato, per far fronte all’arrivo dei turisti sull’onda del revival del western.

In tipico stile da Far West e’ il vecchio Starlight Theatre, trasformato in moderno saloon/bar, aperto dalle 5 del pomeriggio fino a tardi.
Il consiglio che sto per darvi suonera’ forse un po’ bizzarro, ma se la natura vi chiama a rapporto usate i servizi igienici di fronte al saloon: vi ritroverete nel bel mezzo della vecchia prigione della citta’!

A cielo aperto si trova il suggestivo cimitero di Terlingua, in cui riposano i resti degli abitanti della citta’ dei tempi moderni cosi’ come quelli di 100 anni fa, quindi..attenti ai fantasmi!

Mi e’ stato raccontato da un simpatico signore barbuto, uno dei pochi a vivere a Terlingua, che qui, una decina di anni fa, e’ stato girato il documentario: Terlingua Homecoming (Il ritorno a Terlingua) basato su un evento che ha luogo ogni anno a novembre: il Day of the Dead (il Giorno dei morti), celebrazione folcroristica basata su fatti storici.
Dell’iniziale melting pot della cittadina infatti, alla fine rimarra’ solo la componente americana, mentre gli ispanici si spostarono in Messico (i nativi americani seguirono le sorti degli altri nativi d’America, per lo piu’ sterminati e poi confinati in riserve), ma durante il Day of the Dead ritornano in citta’ per commemorare il loro passato e onorare gli spiriti degli antenati di Terlingua, assieme ai pochi residenti ancora in vita.
Il culmine della celebrazione e’ l’accensione di centinaia di candele nel cimitero e la decorazione delle tombe dei defunti con fiori e oggetti di ogni sorta.

La piccola comunita’ di Terlingua e’ composta da poche dozzine di abitanti, che si ritrovano tutte le sere sotto al porticato dello Starlight Theatre a guardare il sole scomparire dietro alle montagne in lontananza. Alcuni suonano la chitarra e tutti sono molto socievoli con i turisti, forse per ritrovare il contatto con il mondo esterno che qui, a miglia e miglia dalla “civilta'”, gli e’ precluso.
Cosi’ poche anime che ognuno ha bisogno del proprio vicino di casa, in uno spirito di unione raro oggigiorno.

Dopo aver mangiato le migliori fajitas della mia vita all’ High Sierra Bar & Grill, piccolo saloon di Terlingua, ho deciso di improvvisare e dirigermi al confine con il Messico, nel cuore del Big Bend National Park, lungo la strada 170 che per circa un’ora costeggia il confine Stati Uniti-Messico.

La linea di confine segue esattamente il corso del fiume Rio Grande e il Messico, in alcuni punti, era letteralmente a pochi metri da me.

Mi piace come viene descritto il Big Bend National Park dal sito ufficiale che raccoglie tutti i parchi d’America:

C’e’ un luogo nell’estremo ovest del Texas dove le notti sono buie come il carbone e i fiumi scavano canyon simili a templi nelle antiche rocce calcaree. Qui, alla fine della strada, centinaia di specie di uccelli trovano rifugio presso solitarie catene montuose circondate dal deserto esposto alle intemperie. Dei cactus coraggiosi fioriscono nel sole sublime del sud-ovest e la biodiversita’ e’ la migliore del Paese. Questo posto magico e’ Big Bend. [1]

Big Bend significa letteralmente Grande Curva, poiche’ in prossimita’ del parco il Rio Grande effettua una deviazione di circa 90°.
Il fiume, conosciuto forse piu’ con il nome di Rio Bravo (si’, proprio lo stesso fiume che appare in moltissimi film western), nasce nel Colorado e scorre fino al Golfo del Messico, delineando per piu’ di 1000 miglia (circa 1,600 km) il confine Stati Uniti-Messico.

Il parco e’ uno dei luoghi piu’ incontaminati di tutti gli Stati Uniti, una terra misteriosa dalle molte facce: canyon di rocce calcaree in tutte le tinte del rosso e dell’arancio, deserti, paesaggi fluviali e montagne si uniscono per creare panorami dall’enorme forza brutale.
E’ la natura grandiosa che non puo’ essere domata dall’uomo, ma che puo’ essere solo ammirata e ricordata come il vero Far West dell’America di oggi.

Scegliere di imboccare una strada sconosciuta in questo caso e’ stata una scelta vincente perche’ in meno di due ore ho visto tante di quelle bizzarrie che se ci ripenso adesso mi viene ancora da ridere.

Partiamo dall’inizio.

Tanto per incominciare il Texas e’ davvero infinito e ovunque ci si giri il paesaggio si perde a vista d’occhio. Ho guidato per ore e ho trovato solo natura possente. Persino il cellulare era senza segnale. Solo oggi ho capito il significato di un detto famoso in tutti gli Stati Uniti, riferito alle manie di grandezza dei texani: Everything is bigger in Texas (tutto e’ piu’ grande in Texas).

Le strade sono totalmente deserte e per miglia e miglia non ho mai incrociato nessuno se non qualche motociclista.

Ho apprezzato l’ironia di alcuni cartelli stradali, che hanno sottolineato ulteriormente come questa sia una zona di frontiera, quasi a suggerirti di tenere gli occhi aperti perche’ potresti incontrare qualche losco contrabbandiere.

Per piu’ di una volta mi ha attraversato la strada, veloce come un missile, un animaletto che ho liquidato come generico “uccello del deserto senza ali”. Solo dopo averci pensato un po’ su ho scoperto di aver avuto degli incontri ravvicinati con Beep-Beep in carne e ossa. Avete presente l’animale del cartone della Warner Bros. che viene rincorso da Wile E. Coyote ma riesce sempre a cavarsela grazie alla sua astuzia e velocita’, beffandosi del povero coyote con il famoso verso Beep-Beep? Ora, se come me, siete cresciuti a pane e cartoni animati, potrete capire il mio disappunto nello scoprire che il vero Beep-Beep e’ poco piu’ grande di un passerotto!

A quanto pare i Beep-Beep non sono gli unici a poterti attraversare la strada nel deserto, ma potrebbero comparire dei bambini fantasma, quindi fate attenzione!

Madre Natura qui e’ stata molto fantasiosa e lungo la via ho incontrato un altopiano roccioso (nella parte sinistra della foto) con le sembianze del profilo del Presidente Abraham Lincoln e un ammasso di rocce a forma di elefante.

E per finire, se per caso nel mezzo del deserto, vi dovessero servire una borsa o un paio di scarpe firmate, troverete un negozio Prada che fa al caso vostro!
Ho scoperto che questo bizzarro store (chiamato Prada Marfa, dal nome dell’omonima cittadina a qualche miglio di distanza) e’ un’installazione artistica costata ben $80,000 e che in vetrina espone davvero accessori del noto marchio, scelti in persona dalla signora Prada.

Il bello dei viaggi on the road e’ che la strada e’ parte integrante della tua avventura, e’ il tuo travel buddy, ed e’ pronta a regalarti sorprese del tutto inaspettate, che a volte fanno sorridere, a volte incuriosiscono e altre istruiscono.
Ribadisco che molto spesso abbandonare una strada battuta e pianificata e imboccarne instintamente una sconosciuta, puo’ cambiare il corso di una giornata o di una vacanza intera. A me oggi ha rubato non poche risate!
Quindi viva gli on the road!

Originale da www.nps.gov: There is a place in Far West Texas where night skies are dark as coal and rivers carve temple-like canyons in ancient limestone. Here, at the end of the road, hundreds of bird species take refuge in a solitary mountain range surrounded by weather-beaten desert. Tenacious cactus bloom in sublime southwestern sun, and diversity of species is the best in the country. This magical place is Big Bend.

NORD AMERICA
Day 05 San Antonio: Alamo Mission e identita’ texana
3 August 2014
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La storia del Texas prese un importantissimo punto di svolta proprio qui, nell’affascinante San Antonio, citta’ ricca di monumenti e riferimenti storici.

L’eredita’ culturale predominante e’ quella spagnolo-messicana e cio’ si riflette nell’architettura, nella tipologia di ristoranti, nelle persone che si incontrano per strada.

I siti storici piu’ importanti si trovano tutti nella zona di Downtown, vicino al Riverwalk, vialetto a ferro di cavallo che si dipana lungo il fiume, in cui si trovano locali, negozi e ristoranti, ideale per una passeggiata serale.

Senza ombra di dubbio l’Alamo Mission e’ il sito piu’ importante della citta’, poiche’ fu teatro di un importante evento storico che cambio’ le sorti del Texas.

La missione fu fondata nel 1724 da padre Olivares, con il pieno sostegno della corona spagnola e fu la prima delle cinque missioni spagnole erette nell’area di San Antonio. Lo scopo era la conversione degli indigeni al Cristianesimo.
Nel 1793 venne secolarizzata e pochi anni dopo, in seguito alle sempre piu’ crescenti pressioni di francesi e americani, i soldati spagnoli occuparono la missione, utilizzandola come avamposto militare.
Quando il Messico ottenne l’indipendenza dalla Spagna, i militari di Alamo giurarono fedelta’ alla nuova nazione.
A quel tempo pero’ il Texas era scarsamente popolato e per risolvere la questione il governo messicano apri’ le frontiere agli americani. In breve tempo il numero di popolazione americana in Texas passo’ da poche centinaia a parecchie migliaia e intorno agli anni ’30 del 1800 gia’ si chiedeva a gran voce il distacco del Texas dal Messico.
Il governo messicano cerco’ inutilmente di fermare le ondate migratorie, con il solo risultato di accendere ulteriormente gli animi e dare inizio alla rivoluzione texana.
A questo punto entra in gioco Alamo.
Circa 100 texani ribelli vi si insediarono all’interno per respingere le truppe messicane e un altro centinaio accorse per aiutare, ma a nulla servi’ e nella tristemente famosa battaglia di Alamo del 1836 tutti i texani vennero uccisi.
Nonostante l’esito del combattimento, l’esercito texano, comandato dal generale Houston, riusci’ a sconfiggere l’esercito messicano (famoso il grido di battaglia Ricordatevi di Alamo, dei rivoluzionari contro il Messico) e nello stesso anno venne dichiarata la nascita della Repubblica Indipendente del Texas, annessa poi ufficialmente agli Stati Uniti nel 1845.
Alamo da allora e’ ricordato in tutti gli Stati Uniti come simbolo di lotta per la liberta’.

Vi sono diversi edifici e giardini che fanno parte del complesso, ma il principale e’ Alamo Shrine (reliquiario), dedicato alla memoria di coloro che si sacrificarono per difenderlo, circondato da un bel giardino pieno di fiori, grosse querce attorcigliate su se’ stesse, scoiattoli che zampettano qua e la’ e un bel prato in cui distendersi all’ombra del cocente sole texano.

Dopo pranzo mi sono rimessa in macchina in direzione nord-ovest, verso El Paso.
E finalmente, una volta passata San Antonio, ha iniziato a mostrarsi il Texas che mi sono sempre immaginata, quello dei film western classici, quello mitico.
Pian piano il paesaggio ha iniziato a prendere le forme del deserto, gli alberi si sono fatti sempre piu’ radi, la terra piu’ arida e brulla, il sole mi e’ sembrato piu’ abbagliante.
Altopiani rocciosi ricoperti di fichi d’india e arbusti secchi si sono innalzati sempre piu’ numerosi e sempre piu’ maestosi e le loro sagome al calar del sole, unite alle enormi pale eoliche che li dominano, hanno creano un panorama mozzafiato.

NORD AMERICA
Day 04 Houston e lo scatto rubato nella Rothko Chapel
2 August 2014
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La prima tappa del Texas e’ Houston, citta’ piu’ popolosa dello stato, sede della NASA e moderna metropoli dominata da grattacieli.

La citta’ e’ molto caotica, senza un centro storico e con un traffico intenso (nei sobborghi di Houston ho assistito mio malgrado ad una corsa automobilistica improvvisata tra una Maserati e una Ford Fiesta elaborata alla Pimp My Ride, terminata con la prima fumante e quasi ribaltata per strada) ma paradossalmente ho deciso di fermarmici per recuperare un po’ di energie, concentrazione e rilassarmi in una piccola e forse sconosciuta ai piu’ oasi meditativa: la Rothko Chapel.

Per chi non sapesse nulla del personaggio, Mark Rothko fu uno dei piu’ influenti pittori statunitensi della seconda meta’ del 1900, spesso collocato all’interno dell’espressionismo astratto e talvolta ritenuto precursore della pittura color field. Per intenderci, e’ il pittore di quei grossi quadri in cui vi sono solo bande orizzontali di colore accostate, senza forme riconoscibili.
Vidi per la prima volta un suo dipinto (senza minimamente conoscerne l’autore) al Tate Modern Museum di Londra e mi commosse moltissimo. Non so neanche adesso spiegare cosa mi suscito’ ma resta il fatto che da quel giorno mi sono appassionata e in tutti questi anni ho cercato il piu’ possibile di recarmi in musei (la maggior parte negli USA) dove sono conservate le sue opere.
Come dichiaro’ lo stesso Rothko, il suo unico interesse era:

Solo quello di esprimere le emozioni umane basilari – tragedia, estasi, condanna, e cosi’ via. E il fatto che molte persone scoppino a piangere quando si confrontano con i miei dipinti dimostra che sono in grado di comunicare tali basilari emozioni umane..Coloro che piangono di fronte ai miei quadri hanno la stessa esperienza religiosa che io ebbi quando li dipinsi. E se siete toccati solo dalla relazione tra i colori, allora non cogliete il punto. [1]

Rothko ha sempre voluto sottolineare la spiritualita’ dei suoi lavori e con le maestose 14 tele in tonalita’ di nero, viola e porpora realizzate per la cappella di Houston credo sia riuscito appieno nel suo intento, dando orgine a questo santuario meditativo unico nel suo genere che sembra non avere tempo.

La Cappella di Rothko non ha costi d’ingresso (ma donazioni sono sempre ben accette) ed e’ aperta tutti i giorni dalle 10 alle 18. Controllate sempre il calendario degli eventi sul sito internet perche’ spesso viene prenotata per cerimonie private e resta chiusa qualche ora al pubblico.

Il termine cappella e’ fuorviante poiche’ fa pensare ad un luogo sacro legato alla religione Cristiana, in realta’ si tratta di un santuario aconfessionale, ovvero aperto a tutti i culti religiosi. Infatti all’ingresso e’ disponibile non solo la Bibbia, ma molti altri libri sacri, tra cui Torah (Ebraismo), Bhagavad-Gita (Induismo) e Corano (Islamismo).

Nonostante sia proibito scattare fotografie, devo ammettere che non ho resistito e ho rubato uno scatto mentre le guardie non mi guardavano! La cappella di per se’ e’ molto piccola e silenziosa, di forma ottagonale con immense tele appese a tutte le pareti, qualche panchina e cuscino per sedersi a terra e pregare.

La missione ultima della cappella e’ di favorire il dialogo tra le diverse fedi religiose nel piu’ completo rispetto reciproco e di fornire un forum per dibattiti sociali su temi come diritti civili, liberta’ religiosa, pace, il tutto in un ambiente ricco di spiritualita’, accentuato da meravigliose opere d’arte.

La Rothko Chapel e’ inoltre inclusa nel libro del National Geographic Sacred Places of a Lifetime: 500 of the World’s Most Peaceful and Powerful Destinations (Luoghi sacri di una vita: le 500 destinazioni al mondo piu’ pacifiche e potenti). E davvero qui, in un’atmosfera di sacro silenzio ci si sente circondati da un’inspiegabile energia mistica pacificativa.

Nel giardino di fronte all’ingresso e’ posto il possente Broken Obelisk, realizzato dall’artista americano Barnett Newman in onore di Marthin Luther King Jr e del suo ruolo mondiale di pacifista e promotore dei diritti civili.

Contemplazione e azione sono i due cardini opposti che fanno da sfondo al progetto della Rothko Chapel: la contemplazione avviene all’interno della cappella, mentre l’azione e’ rappresentata dall’obelisco nel parco all’esterno.

A 15 minuti d’auto si trova una piccolo area verde in mezzo ai grattacieli di Uptown: il Waterwall Park, caratterizzato da un’installazione architettonica con veri e propri muri d’acqua tutti attorno.

 

[1] Originale: [..] only in expressing basic human emotions — tragedy, ecstasy, doom, and so on. And the fact that a lot of people break down and cry when confronted with my pictures shows that I can communicate those basic human emotions . . . The people who weep before my pictures are having the same religious experience I had when I painted them. And if you, as you say, are moved only by their color relationship, then you miss the point.

NORD AMERICA
Day 04 Introduzione al Texas: il mito del cowboy
2 August 2014
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Oggi all’orizzonte uno dei giganti degli Stati Uniti: il Texas, secondo stato (dopo l’Alaska) piu’ grande della nazione.

 Il Texas viene anche chiamato Lone Star State (Stato dalla stella solitaria) e comunemente si ritiene che la stella (raffigurata sulla bandiera) rappresenti lo spirito indipendente e orgoglioso caratteristico dei veri texani, derivato dai numerosi anni come stato indipendente (sottoforma di Repubblica del Texas, prima dell’annessione agli Stati Uniti nel 1845) ed e’ ormai entrata nell’immaginario collettivo come uno dei maggiori simboli dello stato.

Quando si pensa al Texas subito vengono in mente immagini ben chiare che spaziano dalla flora, alla fauna, all’abbigliamento, alla musica, a un modo d’essere. Quando penso al Texas non posso non avere in mente terre desertiche bruciate dal sole e disseminate di cactus, vacche Longhorn (dalle lunghe corna), canyon, cowboy con stivali in pelle, jeans e cappello (l’abito nazionale), musica country nei saloon, rodeo, trivelle per l’estrazione del petrolio immobili al tramonto.

Oggi il Texas e’ un ricco e variegato stato e si compone di eredita’ culturali diverse che si sono stratificate, senza annullarsi reciprocamente, nel corso dei secoli. Colonia spagnola nel 1500, poi francese nel 1600, messicana nel 1700, per poi diventare il 28esimo stato degli Stati Uniti nel 1845.

Uno slogan famoso qui e’ Don’t Mess with Texas (Non scherzate con il Texas) perche’ i texani non dimenticano, vogliono risolvere i problemi faccia a faccia, sono spavaldi, orgogliosissimi, diretti, senza troppe parole se non quelle necessarie.

L’industria trainante dopo la Guerra Civile era quella del bestiame (soprattutto le vacche Longhorn) e con essa naque la figura del cowboy, poi diventata mitica e distorta, ma che altro non erano che mandriani con il compito di spostare il bestiame verso Dallas o Abilene in Kansas (famosa la Chisholm Trail), per poi caricarlo su treni e spedirlo nella East Coast. Nel 1900 fu la volta dell’industria petrolifera, tutt’oggi settore trainante.

 

Tra tutti, il cowboy e’ forse il simbolo piu’ universalmente attribuibile al Texas ed e’ anche un concetto completamente miticizzato e distorto, molto lontano dalla realta’, ma che e’ entrato nell’immaginario mondiale come simbolo romantico di giustizia, di lotta ai banditi, di uomo che si e’ fatto da se’, che affronta il pericolo e ne esce sempre vincitore. E’ l’uomo americano ante litteram, che attraverso la sua vita semplice, onesta, fatta di duro lavoro si e’ guadagnato un ruolo fondamentale nella formazione ideologica e nella determinazione del carattere di una nazione intera.

In realta’ erano tutt’altro che figure eroiche e di romantico avevano ben poco. Si trattava spesso di uomini sottopagati (e molto spesso neri o ispanici), con il compito di radunare e spostare le mandrie di bestiame verso le ferrovie, rischiando continui attacchi da parte di indiani e fuorilegge, in condizioni del tutto precarie.

Ma proprio da questa dura realta’ naque il mito che venne poi ampiamente pubblicizzato da film western, romanzi, canzoni. Tutt’oggi il business legato al western e’ molto lucrativo. Basta pensare un attimo all’attore John Wayne e a come, ancora oggi, sia forte la confusione tra attore e personaggio interpretato, per capire quanto sia potente e ben riuscito il mito del cowboy. Ci sto provando, ma non riesco davvero a figurarmi nella mente un’immagine del signor Wayne senza un cappello da cowboy in testa!

Onestamente sono molto curiosa di scoprire cosa e’ rimasto oggi, nei tempi moderni, di questa figura mitica e del Far West. Secondo alcuni il West, oggi, e’ in primo luogo natura, grandiosa, possente, scenografica. [1]

Non mi resta che urlare: IIIIIIIAAAAAA e correre a briglia sciolte verso la prima tappa!

  [1] Cit. Oliviero Bergamini, Da Wall Street a Big Sur, Editori Laterza, 2012, pag.51

NORD AMERICA
Day 03 New Orleans: dove magia e modernita’ si incontrano
1 August 2014
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Con New Orleans e’ stata intesa al primo sguardo. NOLA e’ una citta’ cosi’ ricca di storia e cultura che se sarete in grado di respirarla a pieni polmoni sapra’ lasciarvi un ricordo indelebile.

E’ un luogo pieno di vita, in cui il mistero e l’esotismo, che ne avvolgono passato e tradizioni, si fondono alla perfezione con la modernita’, mai invadente e mai dominante.

L’atmosfera intima del French Quarter, i localini con musica jazz dal vivo, i negozi di voodoo, i calessi trainati da cavalli che trottano per le vie dei quartieri, i musicisti di strada, le cartomanti, le storie di spiriti e fantasmi che infestano la citta’, la magia che avvolge qualsiasi racconto..sembra davvero un’altra epoca!

A contribuire all’unicita’ della citta’ vi sono gli storici tram, interessanti alternative ai soliti mezzi di trasporto.

Attualmente sono attive solo 4 brevi tratte.
St. Charles Line e’ la piu’ antica tramvia funzionante negli Stati Uniti e collega il French Quarter con il Business District, Uptown e Garden District, lungo bellissimi viali alberati costellati di immense ville tra cui quelle di personaggi famosi come Sandra Bullock, Nicholas Cage e la casa di Benjamin Button nel film con Brad Pitt del 2008.
Canal Street Line si snoda in linea retta lungo Canal Street fino al City Park, area verde di 5 km² in cui si trovano il Giardino Botanico, l’imperdibile Giardino delle Sculture (con circa 60 opere d’arte en plein air e completamente gratuito) e il Museo d’Arte.

Riverfront Line percorre la riva del Mississipi e porta direttamente nel French Quarter passando attraverso il famoso acquario.
Loyola Line e’ la linea tramviaria aperta nel 2013 che collega il French Quarter con la stazione dei bus e del treno.
Il costo del biglietto e’ di soli $1,25 (pagabili direttamente a bordo).

I tram della citta’ sono quelli che appaiono del film con Marlon Brando Un tram che si chiama Desiderio. Il tram n. 952 e’ quello che appare nel film ma purtroppo l’originale attualmente si trova a San Francisco dal 1998, mentre quello rimasto a New Orleans e’ una copia.

Il French Quarter e’ il quartiere piu’ antico e pittoresco della citta’. Le sue pluri fotografate balconate e balaustre in ferro battuto, i tipici e coloratissimi cottage in stile creolo e i calessi che si incontrano al calar del sole hanno ispirato (o forse stregato?) moltissimi scrittori e artisti di tutto il mondo, tra cui Mark Twain.
Il modo migliore per godersi il quartiere e’ perdersi tra le sue vie, perche’ ogni volta che si gira l’angolo si trova qualcosa di interessante.

Bourbon Street e’ il centro vitale del French Quarter, la Gomorra del XXI secolo, la via della perdizione, dei locali a luci rosse, dei cabaret di burlesque, dei party senza fine. Se volete stare nell’occhio del ciclone, questo e’ il posto che fa per voi.

Se invece preferite prendere le distanze dalla confusione di Bourbon Street, ad un paio di strade di distanza, troverete Jackson Square, dominata dalla maestosa cattedrale St. Louis. Sedete nel parco pubblico all’interno della piazza o davanti all’ingresso della cattedrale, aspettate che cali il crepuscolo, i lampioni si accendano e rilassatevi al ritmo di musica jazz suonata dai tanti bravi musicisti di strada.

Durante la mia breve tappa a New Orleans ho provato la mini crociera serale lungo il fiume Mississipi a bordo del battello a vapore Natchez, che un tempo solcava il fiume Mississipi e riportava i marinai sulla terraferma dopo la traversata.
La durante e’ di un paio d’ore circa e ci si puo’ rilassare al ritmo di musica jazz e blues suonati live da una band, bevendo Hurricane (cocktail tipico della citta’) mentre i grattacieli di Downtown si accendono di luci.

Successivamente ho optato per una tranquilla e romantica passeggiata per il French Quarter fino al Café du Monde nel cuore del quartiere. Questa storica caffetteria e’ aperta 24 ore su 24 e offre un menu molto limitato ma a cui io sono diventata assuefatta: caffe’ alla cicoria e beignets sono le specialita’ da provare assolutamente! I beignets sono delle frittelle quadrate ricoperte di zucchero a velo deliziose.
Il locale e’ molto informale (e a mio parere e’ questo che lo rende autentico) e probabilmente alcune persone lo troveranno un po’ troppo rustico e grezzo, ma per me ha un’atmosfera unica.
Me ne starei seduta per ore a mangiare beignets, bere latte caldo e semplicemente osservare le persone che passano per strada! E per qualche istante sembra di essersi teletrasportati nel centro di Parigi!

Il voodoo di New Orleans rappresenta la mela per Eva, la tentazione oscura per eccellenza della citta’. Anche se oggi e’ soltanto uno specchietto per allodole, e’ innegabile che la sua potenza e la sua eredita’ siano visibili in ogni aspetto della citta’.
Il voodoo giunse in America piu’ di duecento anni fa direttamente dall’Africa, quando intorno alla meta’ del 1700 migliaia di schiavi vennero venduti nelle Indie Occidentali (le attuali isole caraibiche). Nel processo, gli schiavi portarono con se’ le proprie tradizioni e culture originarie e una parola che si riferiva al loro Dio: Vodu, che poi divenne l’attuale Voodoo. Il termine include non solo la divinita’ in se’ ma anche i riti e le pratiche ad esso annesse, i sacerdoti e le sacerdotesse che lo praticavano e gli adepti che ne seguivano i principi.
La setta si diffuse rapidamente. Durante il potere della Francia e della Spagna in Louisiana, gli schiavi erano costretti a condizioni disumane nelle grandi piantagioni che ancora oggi si possono visitare. Era proibito loro per legge riunirsi e praticare i propri culti.
Solo con l’acquisto della Louisiana da parte dei nascenti Stati Uniti nel 1803 la situazione miglioro’ e i rituali voodoo si consolidarono diventano vere e proprie congregazioni. [1]

Se a questo punto siete incuriositi e affascinati, un po’ di shopping e’ d’obbligo. Sono tantissimi i negozi con articoli legati al voodoo e alla magia: bamboline di pezza colorate e confezionate a mano con tanto di spilli conficcati, gris-gris (incantesimi), talismani e sortilegi di ogni genere.
A me e’ piaciuto molto un negozio chiamato Hex (letteralmente significa Malocchio) nel French Market. All’ingresso sono appesi cartelli che recitano: Step in for a spell (Entra per un incantesimo) o Cast a spell at our witches’ altar (Lancia un incantesimo al nostro altare delle streghe).
Anche ai piu’ scettici consiglio una visita, ma tenete i pregiudizi e la troppa razionalita’ fuori dalla porta e provate a lasciarvi soggiogare per qualche minuto dal mistero e dalla magia che avvolgono il voodoo, fatevi leggere la mano o i tarocchi dalla cartomante o semplicemente chiedete consigli su qualche incantesimo! New Orleans e’ anche questo!
Se invece, come la sottoscritta, volete approfondire la storia e le pratiche legate a questo particolarissimo culto esoterico consiglio una visita all’Historic Voodoo Museum, nel cuore del French Quarter. Se siete fortunati troverete all’ingresso il Sig. John con il suo fidato serpente che vi fara’ un’interessante introduzione all’argomento. Ho poi scoperto che John e’ lui stesso un sacerdote voodoo e un druido da anni e mi ha spiegato che il serpente nel voodoo e’ considerato manifestazione di uno dei piu’ importanti e potenti spiriti del culto e che ad Haiti e’ anche chiamato Damballah, scritta che infatti e’ riportata sulla maglietta che John indossa.
Il fatto che mi abbia lasciato prendere il serpente che custodiva gelosamente, non ho ancora capito se sia da considerarsi come un gesto di buon auspicio o se mi abbia lanciato il malocchio!
All’interno del piccolissimo ma molto caratteristico museo c’e’ un po’ di tutto: da altari semi religiosi a bamboline voodoo, da maschere africane a teste di animali usati come juju (oggetti che proteggono dalla magia nera), documenti d’epoca e informazioni interessanti sul culto.

I cimiteri rappresentano un altro importante emblema dell’anima di NOLA, intrinsa di rituali magici e mistero. Tra tutti consiglio il St Louis N.1 perche’ e’ il piu’ antico (risale al 1789) e suggestivo della citta’ e perche’ si dice vi sia conservata la tomba della famosa sacerdotessa del voodoo Marie Laveau, donna di colore nata libera, di religione cattolica che introdusse pratiche cristiane nel voodoo e per la prima volta ne fece un business a pagamento.
La leggenda vuole che chi visiti la sua tomba debba seguire un rituale ben preciso: girare attorno alla tomba 3 volte, incidere sul muro della cripta, con sassi o penne (io ho usato il rossetto che avevo in borsetta) tre x ed infine lasciare un’offerta, meglio se un oggetto personale, come un fermaglio per capelli, una collana, una moneta, un foglio di carta con un incantesimo o un fiore, per chiedere alla sacerdotessa di far avverare un desiderio.

New Orleans e’ sicuramente una citta’ unica ma credo debba essere approcciata con la giusta dose di larghezza di vedute, voglia di esplorare e provare nuove esperienze.
Questo vale anche per la sua cucina. La citta’ offre una ricca e variegata tradizione culinaria creola, un misto di cucina francese, spagnola e dei nativi americani con influenze africane, simile alla cucina cajun, che vale la pena assaggiare.
Solitamente quando visito una nuova citta’ cerco di mangiare solo cose tipiche e devo dire che tutto quello che ho provato qui era ottimo, dalla zuppa di tartaruga alla jambalaya, ovvero un piatto locale a base di riso, verdure, frutti di mare, salsiccia e pollo, simile alla paella spagnola, ma piu’ brodosa e decisamente piu’ speziata.
A 10 minuti dal French Quarter c’e’ Mother’s Restaurant, informale e tipico ristorante con cucina creola a prezzi molto bassi e senza troppe pretese. Il locale risale al 1938 ed e’ tra i piu’ antichi della citta’ e molto probabilmente troverete coda per entrare perche’, nonostante non sia tra i primi ristoranti su TripAdvisor, sembra essere una vera istituzione tra gli abitanti del posto e quale miglior metro di giudizio se non il gusto locale! Qui ho mangiato dell’ottima jambalaya ma un’altra specialita’ di “Mamma” e’ il panino con prosciutto cotto e roast beef.

Dopo questo lungo, ma spero interessante post su New Orleans, e’ ora di indossare cappello da cowboy e stivali in pelle e galoppare verso il Texas!

 

[1] Da Voodoo in New Orleans, Robert Tallant, edizione 2012, cap. 2

NORD AMERICA
Day 02 St. Petersburg-Louisiana: road trip attraverso Alabama e Mississipi
31 July 2014
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La giornata di oggi non prevedeva nessuna meta precisa, ma aveva come obiettivo quello di avvicinarmi il piu’ possibile a New Orleans, in Louisiana, godendomi la strada e i paesaggi lungo la via, lasciandomi incuriosire dai cartelli e dai segnali stradali.

Alla fine, dopo 11 ore di auto, 4 stati attraversati, un fuso orario cambiato e il contachilometri ben oltre 1000, sono arrivata in Louisiana, alle porte di NOLA, tappa di domani.

Lasciandomi St. Petersburg alle spalle, mi sono diretta a nord percorrendo ancora una volta lo Skywalk Bridge, lunghissima strada/ponte che attraversa Tampa Bay, sospeso su un mare cristallino, circondato da barche e pellicani, con i grattacieli sfuocati di Tampa in lontananza.

E’ stato incredibile come il paesaggio sia cambiato completamente nel giro di poche miglia.
Poco a nord di Tampa sono sparite le palme, le spiagge e i gabbiani e sono apparse immense pinete, boschi, campi e prati verdi con vacche e cavalli al pascolo. Un paesaggio bucolico che a tratti mi ha ricordato le campagne toscane.

Lungo la via non c’e’ stato nulla di particolarmente significativo e le fotografie di oggi sono state per lo piu’ scattate in velocita’ direttamente dalla macchina, ma qualcosa di carino e’ saltato fuori comunque.

In generale, quando viaggio mi piace farmi guidare dal mio istinto di esploratrice e se vedo un cartello che stuzzica la mia curiosita’ abbandono la strada principale e lo seguo per vedere dove mi porta, perche’ e’ sorprendente cosa si puo’ trovare mentre si sta cercando qualcos’altro!

Da miglia e miglia, ripetuto per molte volte, c’era un immenso cartellone pubblicitario con delle invitanti arance disegnate sopra e una scritta che diceva Alligatore lungo 13 piedi e dato che era ora di sgranchirsi le gambe ho seguito le indicazioni fino al negozio.
Purtroppo non era altro che un comunissimo e un po’ fatiscente negozio di souvenir, che offriva spremute fresche di arance della Florida (simbolo dello stato) e che aveva come attrazione il pluri pubblicizzato rettile di 13 piedi, impagliato e circondato da tante testoline di piccoli alligatori.

Dopo circa 5 ore, ho raggiunto e superato Tallahassee, capitale della Florida e ridente cittadina universitaria.
Chi, come me, viene dalla Brianza non potra’ fare a meno di sorridere leggendo il cartello con l’uscita verso il paese di Monticello, nome ben poco americano e che mi fa venire subito in mente Monticello Brianza e le sue favolose terme.

Dopo Tallahassee, tra Panama City e Pensacola, si trova l’estremo nord-ovest della Florida, detto anche Panhandle, con alcune delle spiagge piu’ bella dello stato. L’intera area si trova in un fuso orario diverso rispetto al resto della Florida.
La piu’ grande citta’ e’ Panama City, con spiagge attrezzate per tutti i tipi di sport acquatici e numerosi locali notturni, oltre al famoso Pier Park, shopping mall e parco dei divertimenti che attira migliaia di turisti.

Superata Pensacola, la citta’ piu’ a ovest di Panhandle, chiamata anche World’s Whitest Beaches (Le spiagge piu’ bianche del mondo), si entra nello stato dell’Alabama, con un paesaggio che offre numerose penisole, isolette, zone paludose e distese verdi.
La sola grossa citta’ incontrata lungo il tragitto e’ stata Mobile, unico porto strategico dell’Alabama e un tempo capitale della Louisiana francese.

Dopo meno di un’ora si passa allo stato del Mississipi, che come recita il cartello di benvenuto e’ il Luogo di nascita della musica americana, dove e’ nato il blues e in particolare lo stile Delta blues, reso celebre da artisti del calibro di B.B. King e Robert Johnson. E’ inoltre culla di generi come la country music e il gospel.

Dopo un’altra ora circa, ormai in tarda serata, sono finalmente arrivata in Louisiana e a poche miglia dal confine mi sono fermata a Pearl River per la notte. Da qui New Orleans e’ a meno di mezz’ora d’auto.

NORD AMERICA
Day 01 Miami – St. Petersburg: attraverso la terra degli alligatori, verso l’altra Florida
30 July 2014
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Partita di buon’ora e con il pieno di benzina, mi sono lasciata alle spalle i grattacieli di Miami in direzione della costa ovest della Florida, attraverso una delle due strade percorribili, ovvero l’Interstatale 75 in direzione Tampa.

Il tratto iniziale della I-75 e’ anche chiamato Alligator Alley (Strada dell’Alligatore), poiche’ si snoda attraverso l’Everglades National Park, area per lo piu’ paludosa e habitat di alcune specie protette come l’alligatore americano (da qui il soprannome della strada), la pantera della Florida e numerosi volatili e pesci.
Con i suoi 6.000 km² di estensione, l’Everglades National Park e’ il terzo parco piu’ grande degli Stati Uniti, preceduto da Death Valley e Yellowstone.
E’ il primo parco nazionale nato non per proteggere paesaggi di forte impatto scenico o storico ma per salvaguardare un intero ecosistema.

Se avete tempo potete fermarvi lungo la strada, presso uno dei tanti tour privati che costeggiano la I-75 e fare una breve visita del parco.

I tour solitamente durano al massimo un paio d’ore e prevedono un giro per la palude a bordo di veloci hovercraft alla ricerca di alligatori (storia vera: durante uno di questi tour un piccolo alligatore e’ saltato a bordo dell’aliscafo creando non poco scompiglio tra i turisti, ma senza danni ulteriori se non qualche giustificato spavento) e successivamente, tornati a terra, potrete assistere al wildlife show in cui i ranger dominano gli alligatori salendogli sul dorso o mettendo il braccio nelle fauci dell’animale.
I prezzi di questi tour si aggirano attorno ai $20-25 e alla fine dello spettacolo potete anche farvi fotografare con in braccio un cucciolo di alligatore con la bocca serrate da una museruola e probabilmente sedato per far si’ che non si dimeni troppo e resti in posa anche lui per la foto.

Quello che pero’ le guide e i siti internet non dicono e che ho scoperto negli anni, poiche’ mi sono ritrovata piu’ volte a dover attraversare per lavoro quest’ area, e’ che all’altezza del miglio 49 c’e’ una stazione di benzina (con servizi, cibo, bevande e area per picnic) in cui si possono osservare gli alligatori che si avvicinano, per curiosita’ (o per fame?), all’area di sosta e si lasciano fotografare crogiolati al sole a circa un metro da voi. Il tutto gratuito, chiaramente.
A dividervi dai lucertoloni una piccola rete metallica posta proprio all’ingresso del benzinaio ma che, se osservate bene, dopo pochi metri finisce, lasciando gli animali liberi di aggirarla e potenzialmente papparsi i malcapitati turisti di turno.
Ogni volta che sono passata per questa strada mi sono fermata a vedere gli alligatori, ogni volta erano li’, spaparanzati vicino alla recinzione (non sono finti perche’ li ho visti piu’ volte muoversi) e ogni volta sono sopravvissuta! Quindi forza e coraggio e avvicinatevi senza troppi timori!
Questo benzinaio e’ l’ultimo che si incontra per circa 80 miglia (piu’ o meno 130 km) quindi bisogna assicurarsi di avere il serbatoio pieno di benzina.

La mia meta finale per oggi e’ St. Petersburg, a circa 4 ore d’auto da Miami, ma se avete tempo meritano una visita Naples, Sarasota e Siesta Key, la cui spiaggia di quarzo si e’ guadagnata il podio come migliore spiaggia degli Stati Uniti nel 2011.

In generale, la costa ovest, quella che io chiamo l’altra Florida, ha un’atmosfera molto piu’ elegante e rilassata rispetto a Miami e alla costa est. Non e’ di certo la classica meta turistica per giovani, ma io l’ho sempre trovata molto piacevole e ben curata. Cittadine vivaci, tranquille e pulite, senza la confusione che regna sovrana nelle grandi citta’, con belle spiaggie affacciate sul Golfo del Messico, che godono di un clima meno imprevedibile e meno umido.
L’atmosfera qui e’ piu’ autentica e serena e le persone piu’ gentili e disponibili.

Secondo uno studio, poi pubblicato a marzo 2014 sul Sarasota Magazine, le due contee di Naples e Sarasota sono rispettivamente al numero 1 e numero 2 nella classifica nazionale delle contee a maggior reddito. In poche parole, queste sono le citta’ che attirano i piu’ ricchi della nazione, complici il bel tempo e le basse tassazioni rispetto agli altri stati.

Il cittadino medio dell’altra Florida e’ il pensionato bianco di ceto elevato venuto qui a trascorrere al caldo e in tranquillita’ gli ultimi anni della sua vecchiaia.
Basti pensare che a Sarasota solo un quarto dei residenti ha tra i 18 e i 34 anni, il 31% ha oltre 65 anni e circa il 50% piu’ di 55 anni!

Nel pomeriggio sono arrivata a St. Petersburg (detta anche St. Pete dai suoi abitanti), citta’ collocata su una penisola tra l’area di Tampa Bay e il Golfo del Messico.

E come per magia, una volta superato lo Skywalk Bridge che collega la citta’ all’entroterra, tutte le nuvole si sono diradate per lasciare posto a un bel cielo azzurro.
E’ il sortilegio di St Pete, che detiene il record mondiale per il maggior numero di giorni consecutivi di sole: 768! Con una media annuale di 361 giorni di sole che le valgono il nome di Sunshine City.
Per questo motivo e’ una delle principali mete turistiche della Florida.

St. Petersburg deve il nome dall’omonima San Pietroburgo in Russia, dopo che Peter Demens, co-fondatore della citta’ di origina russa, tirando una monetina con John Williams, l’altro fondatore, per decidere chi dovesse scegliere il nome della citta’, venne assistito dalla fortuna.

Il museo dedicato a Salvador Dali’ e’ la gemma di St. Pete ed espone la piu’ grande collezione di opere del pittore surrealista al di fuori dell’Europa. 7 dei 18 capolavori di Dali’ sono esposti qui, tra cui La Scoperta dell’America del 1959 e La Distruzione della Persistenza della Memoria del 1952-54.

Il centro della citta’ si trova a Downtown, nella zona est di St. Pete ed e’ chiamato The Pier, poiche’ si snoda lungo la Beach Drive che costeggia il mare, nei pressi del molo principale dove sono ormeggiate centinaia di barche e yacht.
Qui, oltre a numerosi ristoranti eleganti, gelaterie e negozietti di artigianato, si trovano il Fine Art Museum e il Museum of History.

Una passeggiata e un aperitivo lungo The Pier sono stati un toccasana dopo tutte le ore trascorse in auto. Dopo il tramonto, lo Straub Park si accende di mille luci blu che, con i colori del cielo al crepuscolo, lo rendono un meraviglioso e romantico luogo.

NORD AMERICA
Day 00 Miami: vera come la finzione
29 July 2014
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La passione per gli Stati Uniti e’ nata qualche anno fa all’universita’, quando mi sono iscritta ad alcuni corsi di letteratura, storia e cultura americana ed e’ cresciuta esponenzialmente a mano a mano che approfondivo gli studi, leggevo per mio conto libri, vedevo film e documentari che avevano come tema principale gli USA.

Questo amore mi ha portata alla fine a prendere la decisione di trasferirmi oltreoceano e quello che doveva essere un semplice viaggio a tempo indeterminato si e’ trasformato in un’esperienza lunga tre anni in cui ho vissuto sulla mia pelle il significato dell’American Dream, in cui ho conosciuto pro e contro di questo immenso Paese, tanto ricco di possibilita’ e liberta’ quanto di contraddizioni, ma che ha ricambiato i miei sentimenti, regalandomi forse i migliori anni della mia vita.

Senza troppi timori, ho quindi impacchettato la mia vita, insieme alle aspettative un po’ idealizzate sull’America e sono volata a Miami.

La realta’, che ha incominciato ad affiorare solo dopo un anno circa dal mio trasferimento, mi ha colpita come il Titanic colpi’ l’iceberg che lo fece affondare. E le mie aspettative di moderna terra promessa, di paradiso delle liberta’ e di vita autentica affondate con esso. Colate a picco. Stese li’, sul fondo dell’oceano che ingenuamente hanno cercato di attraversare.

Non posso dire che Miami non meriti un viaggio, perche’ sarebbe ipocrita da parte mia visto tutto il tempo che ci ho vissuto, ma proprio perche’ ho imparato a conoscerla, so cosa si cela dietro l’iniziale euforia.

Incominciamo dai lati positivi.

Miami Downtown

Miami e’ una metropoli dinamica e in rapida espansione: i grattacieli spuntano come funghi nella zona finanziaria della citta’ e con essi i posti di lavoro e il benessere economico.

L’incontro tra la popolazione americana e le altre etnie crea un panorama culturale ricco e sfaccettato.
Non a caso il soprannome di Miami e’ capital of Latin America: e’ la seconda citta’ piu’ grande degli USA in cui la maggior parte della popolazione parla spagnolo come prima lingua (oltre il 70% del totale) e la numero uno per presenza di popolazione cubano-americana. Negli anni ho conosciuto molti italiani in visita a Miami per imparare l’inglese e ogni volta la mia domanda era sempre la stessa: “Ma non lo sai che qui si parla solo spagnolo?”. Reggaeton e musica latino-americana si sentono sempre alla radio e in molti locali; i ristoranti che offrono cucina cubana, argentina, peruviana sono numerosissimi, colorati e vivaci come solo i sudamericani sanno esserlo.

Miami ospita inoltre la seconda (dopo New York) piu’ grossa comunita’ ebraica degli Stati Uniti con sinagoghe, ristoranti e market kosher annessi. L’Holocaust Memorial, il bellissimo monumento in memoria delle vittime della Shoah, si innalza orgoglioso nel cuore di Miami Beach.

I nomi delle vittime della Shoa scolpiti nelle mura del monumento
Holocaust Memorial Monument

Notevoli anche le dimensioni della comunita’ italiana, la maggior parte a South Beach, e sono molteplici i ristoranti italiani e i prodotti alimentari importati dal Bel Paese, facilmente reperibili in tutti i supermercati. Gli italiani di Miami Beach si conoscono tutti e spesso ho l’impressione di non aver mai lasciato il piccolo paesino della Brianza da cui provengo, in cui i gossip circolano piu’ veloci della luce e in cui passeggiando per le vie del centro immancabilmente incontri qualcuno che conosci.

Miami detiene anche il primato di cruise capital of the world e alcune delle piu’ grandi navi da crociera sono ormeggiate qui, con navi in partenza ogni giorno per le Bahamas e i Caraibi a prezzi davvero accessibili a tutti, della durata di 3 o 4 giorni (Royal Caribbean, Norwegian e Carnival sono le principali compagnie che operano).

Ogni dicembre inoltre Miami Beach ospita l’Art Basel, una delle piu’ grandi esposizioni d’arte di tutti gli Stati Uniti, che unisce arte, design, cinema, architettura.

Il quartiere di Wynwood, con la sua atmosfera underground, i magazzini dismessi trasformati in moderne gallerie d’arte e design, i coloratissimi murales e graffiti, e’ un’oasi alternativa in cui rifugiarsi per allontanarsi dal mainstream di Miami e dalla confusione di South Beach. Generalmente e’ un luogo da evitare di sera perche’ poco sicuro, ma il secondo sabato sera di ogni mese tutte le strade del quartiere si affollano con centinaia di persone, le gallerie d’arte tengono aperte fino a tardi e sono gratuite, i locali lungo la via principale, la NW 2nd ave, si animano di luci e dj.

Murales nel quartiere di Wynwood

L’oceano (che a mia sorpresa non e’ per nulla freddo!), l’immensa spiaggia che si snoda per chilometri, il clima da abbronzatura e infradito perenni non fanno che rendere il quadro perfetto. Svegliarsi la mattina con un bel sole e il cielo blu a caricare di positivita’ ed energia la giornata e’ un vantaggio non da poco.

La vita e' piu' bella con le infradito

Ma come sempre, non e’ tutto oro quello che luccica e la Gold Rush (Corsa all’Oro) si e’ conclusa nella seconda meta’ dell’Ottocento.

Per quanto sia forse la meno americana delle citta’ statunitensi, complice l’altissima percentuale di popolazione latina e la sua posizione che le vale anche il nome di gateway to the Americas, Miami e’ un concentrato di contraddizioni e eccessi, la cartina di tornasole dell’America, l’altra faccia del sogno americano, che promette prosperita’ e benessere economico ma che affonda le sue radici nell’ineguaglianza.
E’ anche una citta’ piena di apparenza e finzione, in cui persino i manichini dei negozi di abbigliamento hanno dei grossi seni rifatti, in cui le fragole che si comprano al supermercato tutto l’anno appaiono sempre succose ed invitanti, ma una volta assaggiate ci si rende conto di quanto siano insapori. A Miami se vieni approciato in discoteca o in un locale elegante da una bella ragazza hai un’altissima probabilita’ che sia una escort pronta a spillarti i soldi dal portafogli.
Al supermercato, nel reparto per bambini, ho visto un gioco in scatola con tutti i pezzi per assemblare…hamburger. I cari vecchi Lego con cui da piccoli costruivamo case e palazzi qui non sarebbero apprezzati, anche perche’ probabilmente si fa prima a costruire una casa prefabbricata stile americano che una in miniatura con i Lego.

Auto lussuose sfrecciano a tutte le ore per le strade di Miami (Ferrari e Lamborghini sono all’ordine del giorno), yacht grossi come il mio appartamento ormeggiati a centinaia, night club costosi ed eleganti in cui la droga e’ alla portata di tutti.
Downtown e’ costellata di grattacieli con appartamenti di lusso, completi di palestra, piscine, sauna, sala cinema, ma basta letteralmente girare l’angolo per incontrare dozzine di vagabondi e senzatetto accampati alla bell’ e’ meglio, spesso drogati in cerca della prossima dose.

Letto di fortuna per strada

Mi aveva molto colpita un sondaggio pubblicato tempo fa da un economista e professore dell’Universita’ di Harvard che ha chiesto a piu di 5.000 americani come credevano fosse distribuita la ricchezza nel loro Paese. 9 su 10 e’ completamente in errore su quella che e’ la reale distribuzione della ricchezza oggi negli Stati Uniti e la realta’ che emerge dallo studio e’ scioccante: l’1% piu’ ricco della popolazione detiene circa il 40% della ricchezza totale, mentre l’80% alla base della piramide sociale si spartisce solo il 7% della ricchezza nazionale.

 

Distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti

Questo gap incolmabile tra ricchi e poveri, particolarmente evidente a Miami (in una maniera sfacciata direi), e’ sconcertante e l’incuranza degli organi governativi verso coloro che non possono permettersi un’assicurazione sanitaria e’ inconcepibile per un paese che affonda le sue radici in un documento come la Dichiarazione di Indipendenza risalente al 1776 in cui si affermano ideali di uguaglianza, di giustizia, di benessere condiviso e diritti inalienabili tra cui vita, liberta’ e perseguimento della felicita’ a tutti gli uomini.

Qualcosa non torna. Qualcosa deve essersi inceppato negli ingranaggi di questa nazione, le cue disparita’ sociali e antinomie sono troppo marcate per restare inosservate.

Possibile che anche io mi sia lasciata accecare dal mito? Possibile che l’America di oggi non sia altro che uno specchietto per allodole, che attira ogni anno milioni di persone con la falsa promessa di una vita migliore?

Non posso e non voglio crederci. Voglio dare una possibilita’ di riscatto a questo stupendo Paese che mi ha dato tanto e mi ha accolta a braccia aperte. Glielo devo.

Quale modo migliore se non attraverso un viaggio epico on the road alla (ri)scoperta del mito, alla ricerca di cio’ che e’ finzione e di cio’ che non lo e’.
Un viaggio nell’America di oggi  attraverso i suoi luoghi-simbolo per scoprire la nascita di quel sogno a stelle e strisce che ancora oggi affascina milioni di persone, che affascina me.

Un coast to coast da Miami (Florida) fino a San Diego (California), ritrovando lungo il tragitto il contatto con la natura che qui e’ grandiosa, guidando per ore nelle aride e desertiche terre del Sud, attraverso il mitico Far West, la Route 66, tra parchi nazionali, paesaggi mozzafiato e citta’ ricche di storia e tradizioni, fino alla famosa west coast, spero non senza piacevoli imprevisti e avventure.

30 giorni, 10 stati, 7.000 km. Pronti, partenza, via!

NB: solo macchina e aereo finale da San Diego a Miami sono stati prenotati prima della partenza. Per il noleggio auto come sempre mi sono affidata a www.enoleggioauto.it che ha prezzi molto competitivi, tasse e assicurazione incluse nel prezzo. Per il biglietto aereo ho utilizzato www.skyscanner.com che non trattiene alcuna commissione e compara centinaia di voli per trovare i piu’ economici.